Alberto Rossetti

In Africa

“Si considerano generalmente i viaggi come degli spostamenti nello spazio. E’ troppo poco. Un viaggio si inserisce simultaneamente nello spazio, nel tempo, e nella gerarchia sociale.”

Claude Lévi-Strauss – Tristi Tropici

INTRODUZIONE2014-08-23 13.38.15

Sono stato in Uganda per 5 settimane. Un’esperienza bella, intensa, ricca da tutti i punti di vista. Ho incontrato tante persone, visitato posti molto belli, passato del tempo con chi non possedeva altro che il proprio sorriso, scoperto una cultura così diversa dalla nostra. Forse, a ben pensarci, il regalo più grande che queste persone mi hanno consegnato è la “perdita del giudizio”. Già, proprio così. Il giudizio a cui noi occidentali siamo tanto legati qui non serve proprio a nulla e, anzi, rischia di non farti cogliere tutta la ricchezza che è presente in questo posto. Quando si perde il giudizio, si prova una sensazione di leggerezza che permette di incontrare le persone nella loro unicità. Con questa leggerezza ho scritto questi appunti e con la stessa leggerezza spero vengano letti. Non penso di avere scritto la “cosa giusta”, ho solo provato ad articolare alcune questioni che hanno stimolato la mia curiosità e  voglia di scoperta. Alcune domande che mi sono posto, sono scomode e avrei preferito lasciarle stare perché toccano da vicino alcuni aspetti della nostra contemporaneità. Ma non ho potuto fare a meno di proseguire, perché sono convinto che è proprio dalla scomodità, dal sintomo, dal mal funzionamento, che può nascere la vita autentica.

Nelle prossime settimane pubblicherò i miei appunti. Il blog, che fino a questo momento ha accolto solo articoli riguardanti il rapporto tra l’essere umano e la tecnologia, si arricchirà pertanto di parole che trattano argomenti solo in apparenza diversi. Sono infatti convinto che proprio l’assenza di giudizio debba guidarci nella scoperta dell’essere umano e delle sue infinite sfaccettature. In un mondo che sta diventando sempre più digitale, infine, mi chiedo come fare per evitare ai paesi più poveri un nuovo “capitalismo umanitario”, come lo definisce Morozov (Internazionale n.1066). L’educazione digitale, forse, passa anche da qui.

1. L’ACQUA E LE NUMEROSE SFUMATURE DEL CAMBIAMENTO

Il giallo, in Uganda, è il colore dell’acqua.

L'acquaGialle, infatti, sono le taniche che le persone utilizzano per trasportare l’acqua dal pozzo o dal fiume a casa. Quando cammini per le strade dell’Uganda non puoi non accorgerti del giallo. A Kampala, la capitale, è un po’ diverso. Molte più case hanno l’acqua corrente e sono meno le persone che girano con le taniche. Ma appena fuori dalla città, lungo le strade, la gente cammina portando l’acqua nelle taniche sulla testa, sulle bici, sui boda-boda (motociclette che funzionano come dei taxi), o più semplicemente in mano. Donne, bambini, uomini…tutti sembrano trasportare l’acqua qui. Se vuoi sapere dove si trova il pozzo più vicino ti basta seguire le taniche gialle. Quando aumentano significa che l’acqua è vicina, che non manca molto, che sei quasi arrivato. Alcune persone sembrano metterci relativamente poco a recuperare l’acqua necessaria per vivere ma per altre la strada sembra tanta, molta, forse troppa. Ho in mente ragazzi spingere le loro biciclette cariche di almeno 60 lt di acqua su per le salite, con i piedi scalzi, con la testa bassa. O donne che camminano con la tanica sulla testa. O ancora bambini piccoli che trasportano piccole taniche da 5 litri correndo lungo le strade.

Di fronte a questo rituale che si ripete più volte al giorno, di villaggio in villaggio, di casa in casa, i miei pensieri si perdono di continuo, alla ricerca del punto migliore da cui poter partire per avere una lettura di tutto questo. Ciò che più mi colpisce è la naturalità con cui questo gesto viene compiuto. Un ragazzo, che lavora come guida in un albergo, mi ha detto che la sua famiglia prende l’acqua al fiume tutti i giorni a una ventina di minuti da casa. Quando sono nella stagione delle piogge la fanno bollire prima di berla, altrimenti la utilizzano e basta. Cerco di scorgere sul suo volto qualche espressione di stanchezza o di desiderio di cambiamento, ma non mi sembra ci sia nulla che possa far pensare a tutto questo. Per lui, per loro, questa è la normalità a cui sono abituati.

Penso alle nostre case, all’acqua che scorre dai rubinetti, che sgorga dalle docce…troppo facile, però, dire che noi siamo più fortunati. La via da seguire è più complessa, o almeno questa è la mia impressione. Per noi questa è la normalità a cui siamo abituati fin da piccoli: aprire un rubinetto e avere l’acqua corrente a disposizione. Una volta, un paziente adottato, mi disse: “se non hai mai avuto una madre e un padre non sai cosa sia il concetto di famiglia. Per te, la normalità, è un orfanotrofio gestito dalle suore”. Ringrazio ancora oggi quel paziente per avermi aiutato a comprendere quanto la normalità sia un concetto piuttosto insidioso. Questo è per dire che se la tua normalità è andare a prendere l’acqua al pozzo tutti i giorni, impiegando tutti i mezzi a tua disposizione, non si può dire che tu sia più sfortunato di altri. Bisogna però dire che in Uganda, a differenza di altri posti, l’acqua non manca, c’è molto verde e la pioggia viene spesso a farti compagnia durante il giorno.

Panni stesiPer noi sarebbe impossibile andare a prendere l’acqua tutti i giorni al pozzo. Ci dovremmo alzare molto prima la mattina, andare al punto d’acqua più vicino, riempire le taniche, tornare a casa, lavarci e prepararci per andare a lavoro. Tornati a casa, la sera, dovremmo cucinare utilizzando l’acqua ancora a nostra disposizione oppure andarne a prendere altra. Essendo la maggior parte di noi dotati di macchina faremmo però probabilmente un grosso carico di acqua una volta alla settimana per andare il meno possibile alla fontana. Anche perché da noi, se per caso a qualcuno venisse in mente di farsi aiutare dai propri figli minorenni, il rischio della denuncia per sfruttamento, maltrattamento o abbandono di minori sarebbe molto più che una possibilità. Insomma, come si sarà inteso, questa storia di andare a prendere l’acqua alle fontane nelle nostre città non si regge in piedi. Per noi, per come è strutturata la nostra giornata, la nostra famiglia e la nostra società è impensabile non avere l’acqua corrente in casa. Ma, allora, la domanda che mi risuona nella mente è: come facciamo ad essere così convinti che avere l’acqua direttamente in casa sia la cosa più giusta anche per queste persone ugandesi? Cambiare le abitudini delle persone non è così semplice e bisogna essere consapevoli che un singolo cambiamento può avere delle conseguenze inaspettate, una sorta di effetto domino che non sempre porta effetti positivi alle persone. Così come noi faremmo fatica ad immaginarci un mondo senza acqua corrente, forse, anche queste persone avrebbero delle difficoltà ad immaginare di vivere con l’acqua direttamente in casa. Ad esempio come impiegherebbero il tempo che prima impiegavano per andare a prendere l’acqua? E le relazioni che costruivano lungo la strada e al pozzo verranno sostituite in un altro modo oppure andranno perse? Si correrebbe il rischio di restare più chiusi all’interno delle proprie case? Sono domande a cui non ho risposta, probabilmente molto provocatorie e criticabili. Ma è un modo per dire che prima di vedere tutte queste taniche gialle ero convinto che il nostro fosse il modo giusto di vivere, forse l’unico, mentre adesso non sono più convinto di questo. Il nostro è un modo di vivere, così come lo è il loro ed entrambi hanno alcuni aspetti positivi ed altri negativi.

Tutto questo mi aiuta a dire che il cambiamento non deve mai avvenire dall’esterno ma sempre dall’interno. Esportare un comportamento, un modello o un protocollo è pericolosissimo perché provoca effetti a cui nessuno è preparato. Diverso, invece, è quando i cambiamenti avvengono partendo dalle persone, come effetto di una qualche ricerca, di un ragionamento, di una riflessione. Non possiamo pensare di dire alle persone “questo è il modo giusto, dovete fare così”; al contrario,  possiamo avvicinarci e sostenerle nella ricerca del loro modo giusto, che potrebbe anche essere distante anni luce dal nostro.Tutto questo richiede certamente più tempo e in un mondo sempre più globalizzato diventa difficile pensare che le persone possano vivere in modo tanto diverso tra loro, ma non credo ci siano tante altre possibilità. Solamente abbandonando il proprio punto di osservazione ci si può accorgere delle numerose sfumature presenti nella vita delle persone.

Concludo consigliando questo video. Il cantante, Kenzo, è molto apprezzato qui in Uganda. 

 

2. IL SALUTO E LA SCOPERTA DELL’ALTRO

2014-09-03 16.16.31In Uganda non puoi iniziare a parlare con qualcuno se prima non gli chiedi “come stai?”. Ci metto un po’ ad abituarmi perché questa regola vale per tutte le persone e in ogni momento della giornata. La risposta è quasi sempre la stessa, ovvero “io sto bene e tu?”, ma se non chiedi al tuo interlocutore come sta prima di rivolgerti a lui il rischio che si offenda è molto alto. Quando si saluta e basta può capitare che l’altro ti risponda “sto bene”, sottolineando così la mancata domanda.

Curioso questo modo di iniziare la relazione tra persone. I primi giorni in cui mi trovavo qui avevo la sensazione di un’eccessiva e inutile formalità. Perché chiedere ad un altro come sta se tanto la risposta è sempre la stessa? Con il passare dei giorni, invece, mi sono reso conto che dietro questo saluto si nasconde qualcosa di molto più profondo. Quando le persone ti salutano sembrano davvero interessate a te. Lo leggi dai loro sorrisi, dagli sguardi pieni di calore, dalle parole che seguono questo saluto iniziale.

Un ragazzo mi ha raccontato che il popolo ugandese è molto cordiale e amichevole, al punto da non essere mai riuscito a ribellarsi al colonialismo prima, al regime di Amin poi e anche al presidente di adesso, in carica da più di 25 anni. Non sa spiegarmi il perché di tutto questo, semplicemente mi dice che a loro basta non avere problemi con le altre persone e stare in pace con tutti. Noto questo atteggiamento in tanti aspetti della vita. Ad esempio il traffico, che in alcuni momenti della giornata diventa davvero impressionante. Eppure non ho mai visto due persone litigare in macchina, neppure quando qualcuno taglia la strada ad un altro o passa con il rosso. Mi è capitato di vedere un ragazzo in bicicletta toccato da un boda-boda nel mezzo di un incrocio. Il ragazzo non è caduto ma ha spaccato la bici. Si è fermato al bordo della strada, l’ha guardata, aggiustata ed ripartito senza dire nulla, senza arrabbiarsi, senza insultare quella motocicletta. Nessuno qua sembra innervosirsi mai. Ogni tanto penso che un po’ di rabbia in più gli farebbe bene ma, come sto spesso constatando in questi giorni, ho perso gli strumenti per giudicare. Davvero è meglio il nostro modo, spesso carico di rabbia, stress, cattiveria nei confronti dell’altro che neanche conosciamo? Penso che ognuno di noi abbia in mente diversi episodi in cui si è arrabbiato in macchina contro perfetti sconosciuti augurando loro qualsiasi malvagità…Ma la cosa che più mi sorprende è che nessuno sembra approfittare di questa confusione. Il caos che si vede per strada sembra molto organizzato, come se tutti sapessero come fare per consentire anche agli altri di passare, se pur in maniera caotica. Attraversare la strada è un’impresa ma non ho mai rischiato realmente di venire investito come invece mi è capitato più volte a casa. Quando ci si butta in mezzo alla strada per passare le macchine si fermano sempre, i boda ti schivano con maestria, e tu, superata la paura iniziale, hai la certezza di questo loro comportamento. Un po’ è come se dicessero “c’è posto per tutti” ma ovviamente, essendo in tanti, non può che esserci questa confusione.

2014-08-28 15.18.48-1“Noi siamo poveri e sappiamo di esserlo…perché dovremmo anche arrabbiarci? Cosa risolverebbe”. Ecco cosa mi dice un’altra persona nel parlarmi della loro tranquillità. Mi racconta poi una barzelletta. Ci sono tre uomini che vengono scelti da Dio per fargli una richiesta. Un bianco, un asiatico e un africano. Il bianco va dal Signore e gli chiede la saggezza. Poi è il turno dell’asiatico che chiede il petrolio. Infine tocca all’africano. Dio gli chiede “che cosa desideri che io faccia per te?” e l’altro risponde “Niente, sono venuto qui solo per chiederti “Ciao, come va?”. Moses, che ha 33 anni e che ha avuto la possibilità di studiare anche all’estero perché aiutato da una famiglia americana, ride nel parlarmi del suo popolo ed è convinto che il nostro modo di vivere sia migliore del loro. Io non ne sono del tutto convinto, dipende dal punto di vista che utilizziamo. L’impressione è che un po’ di rabbia in più aiuterebbe ad essere più presenti nella vita pubblica, a far presente a chi governa cosa non funziona e a sviluppare un pensiero maggiormente critico. Ma ancora una volta sottolineo come questa sia solo una sensazione.

Posso però dire che questa cordialità non mi spiace, mi fa sentire parte di una comunità così diversa dalla mia. Spesso qua mi chiamano “fratello” e mi sembra che il legame e la vicinanza tra le persone sia qualche cosa di sentito. Quando cammino per la strada, nonostante il colore della pelle, non mi sento discriminato o in pericolo. Al contrario i loro occhi sono un misto di curiosità, orgoglio e piacere di vederti calpestare la loro stessa terra: “You are welcome!”. I bambini, poi, mi lasciano sempre senza parole. Quando ti vedono, soprattutto fuori da Kampala, ti corrono incontro e ti salutano gridando “Hello Musungu” (che significa uomo bianco). Un pomeriggio, mentre aspettavo mia moglie in ospedale, un bambino si è avvicinato a me e ha messo il suo braccio sulla mia spalla. Così ha aspettato con me e nel frattempo osservava la mia pelle, la mia barba, i miei capelli…tra le risate della madre e delle persone che passavano.

Gli occhi di quel bambino, così pieni di stupore nel vedere un essere umano tanto diverso da lui, mi hanno fatto provare una sensazione molto particolare che non avevo mai avuto l’opportunità di sperimentare prima. Quello sguardo mi ha fatto toccare con mano la bellezza che si nasconde dietro alla scoperta e alla novità e mi ha fatto pensare a quante cose diamo ormai per scontate nella nostra quotidianità. Mentre quel bambino mi osservava, anche il mio corpo, che prima di allora pensavo di conoscere bene, ha cominciato a non essermi più così tanto familiare e mi ha svelato particolari fino a quel momento nascosti. Soprattutto, quella bella sensazione di ignoranza, mi ha permesso di osservare meglio l’altro. In fondo, se non posso essere più sicuro di sapere chi sono, come posso pensare di sapere chi è l’Altro?

3. IL TEMPO, L’ORGANIZZAZIONE E LA PREVENZIONE. CONCETTI QUI INUTILIZZABILI

IMG_0801Secondo alcuni ugandesi il problema del loro paese è la mancanza dell’inverno. Con l’arrivo del freddo, infatti, le persone sono obbligate ad organizzarsi: bisogna avere legna in abbondanza per cucinare e riscaldarsi, provviste di cibo, ripari per gli animali…Non si può vivere alla giornata, bisogna organizzare il lavoro e la vita quotidiana in funzione delle stagioni. In Uganda, invece, la popolazione si è abituata ad avere sempre a disposizione tutto ciò di cui necessita e non ha pertanto alcun motivo per doversi organizzare. Il freddo, con tutto ciò che questo significa, non arriva mai e la terra è sempre pronta a offrire i suoi frutti, in qualunque giorno dell’anno.

Non credo che questa spiegazione abbia valore scientifico, anche perché altre persone mi hanno fatto notare che non esiste l’inverno ma esiste una stagione secca in cui la natura non produce, ma devo ammettere che è molto affascinante e soprattutto non avevo mai pensato all’inverno in questi termini. La disorganizzazione è un aspetto della vita in Uganda molto visibile. In qualche modo tutto va avanti ma con un dispendio di energie molto elevato e a fine giornata la fatica si fa sentire. Molto spesso, per prendersi in giro, le persone parlano di “minuti ugandesi” per giustificare i loro ritardi. Altre volte, quando ci si da un appuntamento, bisogna sempre chiedere se l’orario è quello africano oppure quello occidentale perché la differenza può anche essere di circa un’ora.

Un ragazzo che lavora con l’associazione Hope Street Children mi ha chiesto di aiutarlo ad organizzare il counseling per i suoi ragazzi. Ci siamo dati appuntamento alle 9.00 del mattino. Io ero pronto ad aspettarlo e quindi mi sono portato da leggere e sono arrivato con 15 minuti di ritardo. Alle 9.30 ancora niente. Lo chiamo e mi dice che sta arrivando. Alle 10.00, in sella ad un boda, arriva. Non si scusa del ritardo ma mi abbraccia e mi saluta come se niente fosse. Solo più tardi, mentre lavoravamo sulla scheda di counseling, per spiegarmi qualcosa della loro cultura mi dice che quando l’ho chiamato lui era a casa che si stava preparando e che non si era accorto dell’ora. Inoltre, mi dice, non aveva pensato al fatto che io fossi occidentale e che quindi sarei arrivato puntuale all’appuntamento. Da buon europeo, mentre lo aspettavo, pensavo a tutte le cose che avrei potuto fare nel lasso di tempo in cui aspettavo. Ma questa, come dicono spesso qui, è l’Africa e non bisogna pensare con la testa da occidentali. Certo è che il tempo, qui, sembra avere un significato diverso da quello che ha per noi. Il tempo è denaro, siamo soliti a dire a casa nostra. Qui di denaro ce n’è poco e quindi penso che per loro il tempo abbia un altro significato. Nessuno sembra avere fretta e, anzi, prendono in giro noi occidentali che corriamo sempre da una parte all’altra e ci stressiamo perché il tempo non ci sembra mai abbastanza. Sembrano tutti vivere alla giornata, organizzano al massimo il giorno dopo.

In una delle serate africane, ho avuto la fortuna di andare a vedere uno spettacolo a teatro. Si trattava di una serie di sketch in cui gli attori prendevano in giro alcune delle caratteristiche del popolo ugandese. Tra queste c’era anche la loro difficoltà nell’organizzarsi e nel tenere a mente le cose che altri gli suggeriscono. Effettivamente, quando si mangia in un bar e si è in più di due, le probabilità che il cameriere si sbagli nel portarti le cose che hai ordinato sono molto alte. Ti ascoltano, sembrano memorizzare, lo ripetono ad alta voce…ma poi sbagliano.

2014-09-05 16.26.33Lo stesso concetto di prevenzione, qui, sembra non essere di casa. Prevenire significa in qualche modo pensare ad un rischio e organizzare le azioni da fare per evitare che quel rischio si concretizzi. In ospedale, ad esempio, le persone ci arrivano quando i sintomi della malattia si sono già manifestati in maniera evidente e non è più possibile passarci sopra. Questo significa anche che spesso, quando si rivolgono ad una struttura sanitaria, è troppo tardi per intervenire soprattutto se si pensa alle possibilità che hanno qui. Certe volte penso che noi, in Italia, ci muoviamo piuttosto nel senso opposto e ci rivolgiamo al medico anche quando potremmo tranquillamente evitare di farlo. Oppure a come il concetto di prevenzione rischi di diventare eccessivamente invasivo nella vita delle persone fino a limitarne la possibilità di azione.

Mi sembra di avere trovato una maggiore consapevolezza del fatto che la vita sia, almeno in parte, fuori dal nostro controllo e che quindi sia inutile tentare di addomesticarla e piegarla a nostro piacimento. La morte non sembra essere un tabù, qualche cosa da evitare in tutti i modi, quanto piuttosto una parte della vita che non deve fare paura e che soprattutto non possiamo far finta non esista. Tutto questo mette ovviamente in discussione il concetto stesso di vita, che noi in occidente tendiamo a considerare come un valore assoluto. Basterebbe girare l’angolo, osservare anche altre zone del mondo, per accorgersi che la vita ha un valore diverso a seconda del punto di osservazione che noi utilizziamo. Qui la vita è importantissima, non voglio essere frainteso, e la gioia e l’intensità che mettono nelle relazioni ne è la dimostrazione. Semplicemente mi sembra che la morte non rappresenti una tragedia, ma una delle condizioni dell’essere umano.

Penso che molto dell’entusiasmo che in occidente abbiamo per le nuove tecnologie nasconda in realtà un desiderio di controllo della vita e, di conseguenza, della morte. Forse, per come è strutturata la nostra quotidianità, non possiamo fare a meno di avere questo controllo ma, se osservo i nostri comportamenti da questa particolare prospettiva, non posso fare a meno di sorridere. Molte delle nostre azioni sono volte alla ricerca del benessere e al tentativo di allontanare il più possibile le cause di malessere. Si pensa che “stare bene” sia un diritto che tutti devono avere, nessuno escluso. In questo modo, però, non ci stiamo accorgendo di quanto siamo diventati attenti solo ai nostri bisogni e di come tutto questo possa avvenire anche a scapito dell’altro. Non credo siano state le nuove tecnologie a portarci su questa strada ma, certamente, le apprezziamo tanto anche perché ci permettono, certe volte illudendoci, di preservare il nostre benessere. La direzione da seguire, a mio avviso, è però un’altra. Solo la cura della relazione con l’altro ci può permettere di stare bene. Ciò che questo significa per ciascun essere umano non può essere definito a priori e ognuno di noi ha la responsabilità di scoprirlo.   

Pochi giorni prima di partire mi sono imbattuto in questa canzone di Fabi, Gazzè e Silvestri. Forte è stata la sorpresa di vedere questi tre cantanti muoversi sulle strade del Su Sudan.

 

4. GLI STREET CHILDREN DI KAMPALA

2014-09-03 16.16.19A Kampala ci sono numerosi ragazzini che vivono in strada senza genitori. Hanno dai 4 ai 17 anni e si sono allontanati da casa per diverse ragioni. Alcuni sono stati abbandonati, altri sono stati invitati ad andarsene per ragioni di povertà o sono scappati perché non sopportavano più le violenze domestiche…le loro storie sono varie ma il filo conduttore è che tutti loro vivono giorno e notte per strada. Uno di loro, che ha poi fondato un’associazione che lavora proprio con gli street children,  mi ha raccontato la sua storia. Quando aveva 10 anni suo padre si era risposato e lui non sopportava la nuova moglie del padre e i modi violenti che aveva nei suoi confronti. Decide di lasciare il villaggio e di andare a cercare sua madre. Appena arrivato a Kampala, però, si perde e comincia a stare in strada perché non voleva tornare a casa ma non sapeva neanche dove stesse sua madre. Ha vissuto così insieme ad altri ragazzi per strada per due anni fino a quando un’organizzazione non lo ha aiutato a ritrovare sua madre.

Penso di non avere mai lavorato con persone più povere di questi ragazzini. Se ci si limita ad uno sguardo superficiale si rischia di avere paura di loro. Quasi tutti sono scalzi, sporchi di fango e terra, hanno addosso dei vestiti stracciati e vecchi, si portano dietro dei grossi sacchi di plastica. Quando arrivo la prima volta nel campo dove l’associazione si ritrova tutti i pomeriggi per fare delle attività con loro, alcuni stanno dormendo con la faccia appoggiata alla terra, con numerose mosche che gli volano attorno. Altri hanno delle brutte ferite su gambe e braccia che si fanno medicare. Altri ancora giocano a pallone. Le loro facce sono stanche e il corpo porta i segni di una vita già così faticosa. Ma non hanno perso il sorriso ed è proprio da quello spiraglio di vita che ti puoi accorgere che sono ragazzini di cui non avere timore. Si avvicinano, ti danno la mano, ti chiedono “how are you?”, si ricordano il tuo nome, ti osservano, ti prendono in giro. Sono poveri, molto poveri, ma si portano dentro una voglia di vivere che difficilmente ho incontrato in altre persone. Te ne accorgi quando giocano a pallone. Corrono con i loro piedi scalzi o le ciabatte come se ogni pallone fosse quello decisivo, non si tirano mai indietro e la partita sembra essere la finale di qualche torneo dall’intensità che ci mettono. Quando cadono si rialzano come se niente fosse e ridono.

2014-08-27 16.13.08La prima volta che li ho visti ho pensato che fossero ragazzi difficili da gestire, ma non appena ho passato un po’ di tempo con loro mi sono accorto di quanto siano tutti educati e rispettosi. Fanno una cosa che molti ragazzi in Italia non amano fare, ascoltare. Rimango spesso senza parole nel vedere il desiderio di ascolto che questi ragazzi hanno. Ti osservano, sembrano cercare di afferrare tutte le tue parole per poterle farle loro e non si distraggono tanto facilmente. Probabilmente è anche la bravura dell’associazione con cui lavoro che ha fatto sì che il rispetto dominasse all’interno di questa comunità di 60/70 ragazzini. Nonostante siano capaci a sopravvivere, molti di loro sembrano intuire che per vivere hanno bisogno dell’aiuto di qualcuno più grande di loro. Il compito dell’associazione, infatti, è quello di accoglierli, dar loro da mangiare, far fare un po’ di scuola in modo tale da tenere vivo in loro il desiderio di cambiamento e accompagnarli nella decisione di rientrare a casa o in una qualche comunità.

Il problema delle droghe non è poi secondario. Sembra impossibile pensare che questi ragazzi usino droghe, vista anche l’età di alcuni di loro, e quasi ho imbarazzo a parlarne. Immaginate se in Italia parlassimo di droghe a bambini di 8 anni…come minimo qualcuno ci denuncerebbe. Quando però un ragazzino di fianco a me mette la testa dentro il sacchetto di plastica che si porta sempre dietro per sniffare da una bottiglietta di plastica della colla, capisco che devo abbandonare i miei giudizi. La cosa che più mi colpisce di questo bambino è che quando si accorge del mio sguardo chiude la bottiglia veloce e la rimette nel sacchetto sorridendomi. Sembra sapere che quel comportamento non va bene, anzi certamente lo sa, ma per vari motivi continua a farlo. Utilizzano soprattutto colla, marijuana e, alcuni, cocaina. Se gli chiedi perché si drogano tutti dicono che lo fanno per non pensare ai loro problemi, per sentirsi meno soli e per scacciare la paura. In fondo molti di loro sono bambini. Uno mi dice che la droga lo fa sentire come se stesse volando e un altro come se tutto il mondo fosse nelle sua mani. Non nascondono anche gli aspetti negativi di questo comportamento, sanno benissimo che la droga può indurli a comportamenti aggressivi o pericolosi. Tra i rischi dell’usare droga dicono anche: uccidere, essere uccisi, morire, diventare matti e cattivi. Alcuni di loro sono stati picchiati, violentati, rapiti…il non essere lucidi non aiuta a tenere alta l’attenzione ma, spesso, l’utilizzo di droga serve proprio a cancellare dalla memoria queste situazioni o a viverle con meno sofferenza.

Il compito dell’associazione è anche quello di spiegare ai ragazzi che usare droghe non va bene e che se vogliono avere delle opportunità nella vita è importante che smettano certi comportamenti. Sono certo che alcuni capiscono benissimo questo discorso ma, ugualmente, la vita per strada è dura, molto dura. La partecipazione che mettono nelle attività dell’associazione sembra dimostrare che molti di questi ragazzi desiderino una vita con qualche regola in più. Molti di loro hanno provato sulla propria pelle cosa significhi non essere desiderati dai propri familiari ed è per questo, forse, che stanno seduti ad ascoltare qualcuno che ha organizzato un attività pensando a loro.

2014-08-22 15.19.28Quando è l’ora di ricevere il cibo si mettono tutti in ginocchio. Uno degli animatori, da loro chiamatiuncle, recita una preghiera e i ragazzi, con gli occhi chiusi, rispondono ad alta voce. Nulla, ma proprio nulla a che vedere con il nostro modo di pregare. Qui gridano, stringono i pugni e le loro facce cambiano espressione. Non avrei mai pensato che questi ragazzi così poveri, che vivono in condizioni tanto precarie, potessero mostrare una fede così forte. Passano con una grossa pentola piena di acqua e si lavano le mani. Poi gli danno da mangiare ma non c’è cibo per tutti e alcuni rimangono senza. Urlano un po’, ma come sempre non si lamentano più di tanto. Non so bene quale sia il sistema utilizzato per distribuire il cibo, se è presente una turnazione oppure se lo danno solo a chi si è comportato meglio. Forse, più semplicemente, non c’è cibo per tutti e quindi devono fare delle scelte. Mi viene da osservare che il cibo potrebbe essere ripartito meglio ma spesso ho l’impressione che qui questo discorso che a noi pare molto democratico non abbia un grande valore. Se le risorse sono poche preferiscono destinarle ad un numero ristretto di ragazzi, in modo da aiutare e fare stare meglio almeno alcuni di loro. Se le dividessero fra tutti nessuno ne gioverebbe realmente, tutti resterebbero con poco tra le mani e nessuno starebbe meglio. E’ un discorso difficilissimo da capire per noi ma in realtà è molto più semplice di quello che può sembrare. In qualche modo provano a “salvarne” almeno uno a discapito di tutti gli altri, ma se dividessero le risorse tra tutti non ne salverebbero nemmeno uno. Come scegliere quell’unico ragazzo da aiutare? Spesso è solo la fortuna a decidere chi sarà salvato. Se si osserva il modo di vivere di questi ragazzi un po’ più da vicino ci si può rendere conto di come la fortuna giochi un ruolo importantissimo in tanti aspetti della loro vita. Un ragazzo un giorno mi ha detto: “tu ci devi aiutare perché sei stato fortunato a nascere in Italia…chi ha deciso che tu nascessi in Italia e io in Uganda? Nessuno…quindi ci dovete dare una mano!”. Forse è per questo che due bambini mi hanno dato un bigliettino con sopra scritto: “Please help us! Give us your phone number!”. In Uganda, tramite telefonino, si possono trasferire i soldi molto facilmente ed è forse per questo che loro mi chiedevano il numero del mio telefonino.

Tutti gli uncle, per fare un esempio, hanno potuto smettere di vivere in strada e riprendere la scuola solo perché hanno trovato qualcuno che li ha “sponsorizzati” e gli ha pagato gli studi per un po’ di anni. In questo modo, come dicono loro, sono stati salvati. Se lo sponsor invece che dare 30 dollari al mese a loro li avesse dati a tutti i bambini nessuno si sarebbe slavato perché 30 dollari divisi per 100 persone non avrebbero portato vantaggio a nessuno. Forse, se le risorse fossero maggiori, tutti potrebbero mangiare ma, come ho già detto, il problema della disorganizzazione non garantisce che i soldi vengano gestiti nel migliore dei modi.

Non ho idea di quanti di questi ragazzini riusciranno a condurre una vita dignitosa e quanti, invece, non resisteranno alla fatica e si perderanno ancora di più. Certamente non mi è mai stato così evidente quanto certe volte l’essere umano non abbia alcuna responsabilità per le condizioni in cui si trova a vivere. Non riesco a pensare che un bambino di 7 anni abbia scelto di vivere in strada. Semplicemente ci si è trovato, non ha avuto altre possibilità. Non mi resta allora che inchinarmi alla loro forza, alla loro voglia di vivere che comunque continua a pulsare sotto quei vestiti sporchi, al loro tentativo di andare avanti anche in condizioni così difficili.

5. INTERNET IN AFRICA

internet cafèPiù di un volta, durante questo periodo in Africa, mi sono chiesto se stessimo vivendo nel 2014. Le strade non asfaltate, i villaggi di case di fango, l’assenza di acqua corrente, i bagni costruiti facendo un buco nel terreno…anche a Kampala, se pur le differenze con il resto dell’Uganda si notano, la situazione non è poi così diversa. Per esempio, quando piove (e lo fa abbastanza spesso…), l’unica cosa che si può fare è fermarsi ed aspettare. Le strade, non tutte asfaltate e piene di buche, diventano dei fiumi di fango e anche se con un ombrello si può pensare di coprirsi la testa non è possibile evitare di trovarsi i piedi completamente sporchi di terra. Oppure, se la sera si decide di uscire a piedi, occorre portarsi dietro una torcia per farsi luce perché l’illuminazione, nonostante siano presenti i lampioni, non funziona. Nel buio, più che trovare malintenzionati, bisogna stare attenti a non cadere nei tombini aperti sui “marciapiedi”, alcuni piuttosto larghi e profondi anche 2 metri. Siamo noi che siamo troppo avanti o sono loro che sono rimasti indietro? Domanda di difficile interpretazione, me ne rendo conto, ma non ho potuto fare a meno di pormela infinite volte senza riuscire ad arrivare a delle conclusioni.

Nel mio lavoro in Italia sto studiando il rapporto tra le nuove tecnologie e l’essere umano, in particolare le modalità con cui si stia modificando la percezione della realtà e la costruzione dell’identità. Appena atterro in Uganda ho l’impressione che tutto questo non abbia alcun peso qui, dove i problemi su cui lavorare e le necessità sono ben altre. Non posso però non pensare alle promesse di far progredire l’Africa portando tutti gli africani su Internet o alle correnti Internet-centriche che considerano il web come la soluzione di tutti i problemi dell’umanità. Per essere precisi, la connessione a Internet in Uganda è presente in molte zone del paese e ci sono numerosi operatori telefonici che ti offrono pacchetti per navigare in rete. Inoltre ci sono gli Internet-cafè dove con pochi scellini si può affittare un computer. Molti ragazzi con cui ho parlato hanno un profilo su Facebook, solo alcuni su Twitter, considerato per una classe sociale più impegnata. Non sono però molte le persone che possiedono uno smartphone, un tablet o un computer. 

Le persone più povere, che vivono nei villaggi o nelle numerose slums di Kampala, che guadagno avrebbero dal possedere una connessione ad Internet? In alcuni casi temo che la connessione al web potrebbe anche destabilizzare e rompere equilibri presenti all’interno di alcune comunità. Diverso sarebbe inserire Internet all’interno di progetti più complessi, vederlo come un punto di arrivo e non solo di partenza. Non parlo solo di alfabetizzazione digitale, ma di qualcosa di molto più articolato. Che senso avrebbe regalare una macchina potente a chi non ha quasi mai visto un’automobile passare per le proprie strade? Anche perché il loro modo di usare Internet, per la natura stessa del web, sarà diverso dal nostro e questo deve imporci una riflessione piuttosto profonda su come introdurre questo strumento. Internet non può essere la risposta, sarebbe troppo facile e riduttivo illudersi di questo. Non basta “regalare” la connessione al web, o a qualche sito web, come di recente ha fatto internet.org, un’organizzazione che vede al suo interno Facebook, Samsung e altri, e che ha come obiettivo consentire l’accesso a Internet ai due terzi della popolazione che ancora non è connessa. Mark Zuckerberg, responsabile di internet.org, ha recentemente “regalato” la connessione ad Internet a numerose persone in Zambia. Ma è davvero tutto così semplice?

In Zambia, se si è clienti Airtel e si possiede un telefono con connessione ad Internet, è possibile scaricare l’app Internet.org, attraverso la quale sarà possibile accedere ad alcuni contenuti: wikipedia, meteo, informazioni sanitarie e ovviamente Facebook. Se si vuole consultare qualcosa di diverso bisogna pagare. Dunque, la prima osservazione che si può fare, è che l’accesso alla rete di milioni di persone è regolato ad un’organizzazione che ha deciso che cosa è giusto che uno consulti e che cosa invece non lo è. Inoltre, secondo questo modello, le persone che vorranno accedere a contenuti diversi dovranno pagare ed è facile pensare che dopo aver “assaggiato” le potenzialità di Internet in molti avranno il desiderio di muoversi più liberamente all’interno della rete. In un articolo su Internazionale n. 1066 (“Il capitalismo umanitario”), Morozov cita una giornalista di Readwrite che fa notare  come il funzionamento di Interet.org sia molto simile alla teoria secondo cui l’utilizzo di droghe leggere porterà prima o poi ad usare le droghe pesanti. In altre parole ti faccio provare Internet gratis e poi ti propongo contenuti a pagamento, ma solo se lo vorrai (e se avrai soldi!). Un altro problema di questo modo di esportare Internet in Africa è dato proprio da Facebook, che si propone come intermediario e infrastruttura di numerosi servizi, privati ma anche pubblici. Se le persone possono accedere a Facebook gratuitamente perché io, proprietario di un’azienda, non apro gratuitamente la mia pagina su Facebook invece che continuare a pagare per avere un sito internet esterno? In questo modo tutto si accentrerà su Facebook . Anche i governi potranno spostare alcune loro attività su Facebook, così da permettere alle persone di accedere liberamente ad alcuni loro servizi. Ma ci si dimentica che Facebook è un’azienda privata e che non è corretto che tutto questo potere finisca nelle sue mani. Come fa notare Morozov, tutto questo dovrebbe farci indignare e gridare allo scandalo, perché in nome di un presunto intervento umanitario si perde l’occasione di un ragionamento più serio e costruttivo su come migliorare la condizione di vita nei paesi in via di sviluppo. “Facebook e Internet.org stanno seguendo un sentiero già battuto. – conclude Morozov – Come ha dimostrato la Banca Mondiale, quando lo sviluppo diventa solo un modo per fare soldi, a rimetterci sono sempre i più  poveri.”. Purtroppo, e lo dico con molta sofferenza, temo che queste previsioni siano più che corrette. Sono tanti, troppi, gli esempi di come in nome di un presunto sviluppo rendiamo i paesi del terzo mondo ancora più poveri e dipendenti da noi e dai nostri soldi. 

2014-08-26 13.40.47C’è poi un altro aspetto da sottolineare. Il solo fatto di possedere una connessione non significa che si accrescerà la propria cultura, che si avranno maggiori informazioni sanitarie o che si frequenterà un corso universitario a distanza. Basta fare visita a qualche villaggio, vedere le case in cui dormono e le condizioni di pulizia in cui stanno, per capire che tutto questo è pura illusione. Ho lavorato una mattinata, insieme ad una counselor, in una clinica che fa prevenzione e cura di persone HIV+. Chi ha il dubbio di avere contratto il virus, prima di fare l’esame, passa dalla counselor dove riceve alcune informazioni su come fare prevenzione. Alcune di queste persone avevano già fatto il test numerose volte ma, nonostante questo, sembravano non avere le più elementari informazioni su come evitare di contrarre il virus. Eppure, tutte le volte in cui si erano presentate in clinica, avevano avuto questo tipo di notizie. Dunque perché continuare ad avere rapporti con numerose persone senza usare precauzioni? Magari con un’app che le informa sui rischi dell’AIDS smetteranno di mettersi a rischio?  Non credo, penso piuttosto che sia necessario trovare nuovi modi di intervento e costruire progetti che non puntino alla semplificazione.

Probabilmente, con una buona connessione ad Internet, le persone potrebbero seguire con più facilità il campionato di calcio inglese o la vita di qualche star della televisione o accedere a contenuti pornografici. Tutto questo non è certo male, non ne voglio certo fare una questione morale, ma non è equivalente agli scopi umanitari con cui certi progetti vengono presentati. Inoltre potrebbero aumentare anche le persone che scommettono sulle partite di pallone e tutte le attività illecite che con un accesso al web è possibile portare avanti, perché ovviamente Internet è anche tutto questo e non possiamo nasconderlo.

Dobbiamo dunque evitare di connettere l’Africa al resto del mondo? No, non penso questo. Sono però convinto che ci siano persone esperte che conoscono come funziona l’economia dei vari paesi africani, la loro cultura, la loro storia…da qui dobbiamo partire per costruire progetti che tengano conto di tutto questo e che utilizzinoInternet come strumento per arrivare da qualche parte e non come punto di partenza. Certo tutto questo costa caro, ci vuole tempo e impegno, e i risultati non si vedranno nell’immediato. Più facile limitarsi a “regalare” l’accesso e lasciare che Internet faccia il resto. Ma, lo ripeto, tutto questo può avere delle conseguenze che noi neanche immaginiamo e che possono rendere ancora più complicata la vita di numerose persone.

6.CHI E’ PIU’ POVERO?

2014-08-05 07.08.06Forse è perché mi trovo in Africa e mi sono particolarmente affezionato a queste persone, ma l’articolo “Il lato oscuro dei pomodori Italiani” (Auvillain e Liberti, Internazionale n. 1066) mi ha fatto particolarmente riflettere e soffrire. Le Monde Diplomatique ha fatto un’inchiesta sull’esportazione dei pomodori italiani e sulle conseguenze che tutto questo ha in Ghana. Per prima cosa, gli autori, intervistano Prince Bony, immigrato ghaneano che vive clandestinamente in una casa abbandonata nel sud Italia. Durante la stagione della raccolta dei pomodori a Capitanata, in provincia di Foggia, lavora per circa 20 euro al giorno, senza un contratto, ovviamente senza copertura sanitaria, e con orari sfiancanti e disumani. Come lui tanti altri lavoratori “invisibili”, arrivati in Italia con la speranza di un futuro migliore e costretti, anche dalle leggi italiane, a trovare un modo per sopravvivere. L’inchiesta si sposta poi in Ghana, Ovest dell’Africa, paese in cui si producevano numerosissime quantità di pomodori fino a circa 14 anni fa…poi qualcosa è cambiato. Il pomodoro è un ingrediente centrale nella cucina ghaneana ed è per questo che in Ghana si consumano molti pomodori. Nel 2000, il governo ha dovuto modificare le leggi sull’importazione di prodotti su spinta del Fondo Monetario Internazionale, e ha così abbassato sensibilmente i dazi doganali su molti prodotti, tra cui i pomodori e le conserve di pomodoro. Tutto questo perché si temeva di non avere abbastanza cibo per sfamare tutta la popolazione, anche se molti critici sostengono che con una politica diversa si sarebbe potuto sfruttare meglio il potenziale presente in Ghana. In questo modo tra il 1998 e il 2003 sono aumentate le importazioni di concentrato di pomodoro del 650 per cento e nello stesso periodo la presenza dei pomodori ghaneani è scesa dal 92 al 57 per cento. Il concentrato di pomodori proveniente dall’estero, Italia per prima, è stato immesso sul mercato a prezzi molto più competitivi del pomodoro locale e in questo modo le persone hanno cominciato a preferire il prodotto che aveva un costo minore e che, tra l’altro, permetteva anche un minor dispendio di energie in quanto già trasformato in conserva. Le aziende che in Ghana erano incaricate di fare il concentrato di pomodoro hanno cominciato a chiudere, perché i costi troppo alti non permettevano di essere competitivi sul mercato e gli stessi proprietari dei campi di pomodori hanno ridotto sensibilmente la produzione o l’hanno bloccata.

Ma come fa l’Italia ad immettere sul mercato prodotti a basso costo? Semplice, sfruttando i lavoratori stranieri e sottopagandoli e utilizzando le sovvenzioni dell’Unione Europea che permettono di abbattere sensibilmente i costi di produzione.

In questo modo abbiamo reso il Ghana, prima in grado di produrre i propri pomodori, dipendente da noi e abbiamo ucciso la loro economia. Si stima infatti che fossero almeno 25 le persone coinvolte nel processo che serve a portare un pomodoro dal campo al consumatore. Adesso tutte queste persone non hanno un lavoro e i mercati sono pieni di conserve italiane e cinesi. Certo si potrebbe obiettare che queste persone potrebbero fare un altro lavoro ma, pur non essendo un esperto di economia, posso immaginare che non sia facile per un paese come il Ghana trovare altri modi per impiegare queste persone. Inoltre, una volta bloccata la produzione del pomodoro, difficilmente la si potrà far ripartire.

Questa storia mi ha fatto particolarmente riflettere e indignare perché mi sembra sia l’esempio di come progetti sbagliati possano affossare ancora di più paesi che si trovano in equilibrio precario. Con l’idea di “aiutare” l’Africa a sfamarsi possiamo distruggere quello che di buono queste persone avevano costruito e arricchirci alle loro spalle. Viene il dubbio che l’arricchirsi sia la priorità rispetto agli interessi umanitari. Perché non investire i soldi in un altro modo? Perché non insistere in progetti che consentano, ad esempio, di accrescere la produzione di pomodori sul territorio senza ricorrere all’importazione di prodotti dall’estero? Quale guadagno per la nostra società, se non quello rapido e immediato di qualche privato cittadino?

Anche per questo motivo sostengo che dobbiamo essere cauti nell’appoggiare progetti come quello portato avanti da internet.org. Il rischio di esportare modelli che spazzano via l’economia locale di questi paesi in via di sviluppo è troppo alto e bisogna tenerlo a mente quando si presentano certi progetti. Dobbiamo stare attenti e non farci ammaliare da chi sbandiera grandi ideali umanitari perché nascondono spesso altri interessi o, semplicemente, non tengono conto della complessità che si nasconde dietro certi sistemi.

Inoltre, se penso alle persone incontrate in Uganda, sono convinto che non basti “rimboccarsi le maniche” o “ farsi venire la voglia di lavorare”. Qui non mancano le risorse. Il problema è che, molto spesso, non sono sfruttate o sono nelle mani di persone straniere che portano la ricchezza fuori dal paese.

Nonostante questo alle persone non manca il sorriso, che però certe volte non è sufficiente a consentire loro una vita più dignitosa. Ci si accorge però, passando del tempo con loro, che i soldi non sono la cosa più importante. Sembra una frase fatta, che mi sono ripetuto tante volte nella testa, ma che solo ora acquisisce significato. Certe volte è come se queste persone dicessero: “Volete le nostre risorse? Prendetevele…la nostra felicità, tanto, non ce la potete levare.”

Se continuiamo a misurare la povertà in termini economici, non possiamo che avere uno sguardo pietoso nei confronti di queste persone. Ma è proprio questo sguardo di superiorità che ci nasconde le nostre responsabilità di fronte alla situazione in cui molte di queste persone vivono. Se invece cominciassimo a cogliere le loro peculiarità, ad apprezzarle e a smettere di volerci sentire superiori, forse potremmo cominciare a promuovere politiche migliori che aiutino davvero queste persone a vivere con più dignità.

Non c’è povertà più grande di chi è convinto che lo sviluppo economico sia la sola strada da seguire. Su questo dovremmo riflettere molto.    

RIPARTIRE: L’ASSOCIAZIONE OMUTO UGANDA

Durante il viaggio in Africa abbiamo conosciuto Moses e l’associazione Omuto Uganda. Con loro abbiamo contribuito alla costruzione della prima classe di una scuola in una zona molto povera vicino a Jinja. In questo video il racconto di quella giornata speciale.

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