Alberto Rossetti


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Il consumo di sostanze nei giovani: quale ruolo per gli adulti?

Pubblico la relazione che ho tenuto a Bologna il giorno 2 Dicembre 2016 in occasione del lancio del sito drugadvisorbologna.it.

Come non consumare (sostanze) in una società in cui esisti se consumi?

cropped-p1060856.jpgDi fronte alle apparenti infinte possibilità che la società moderna propone, un ragazzo oggi è spesso smarrito, non sa bene cosa sia giusto fare, cosa gli piaccia e cosa no, cosa gli aprirà le porte ad un futuro roseo e cosa lo costringerà ad una vita di stenti e precariato. Deve inseguire i suoi sogni o il profitto? Deve fare quello che gli piace o quello che gli darà un lavoro? Quando ascolto ragazzi di 15 anni ossessionati dall’idea di fare soldi penso che come adulti, come educatori e genitori, stiamo sbagliando qualche cosa. Ovvero mi sembra che l’unica prospettiva che stiamo proponendo ai ragazzi sia quello di un futuro in cui bisogna avere soldi perchè altrimenti non potranno consumare. Ci sono delle eccezioni a questo discorso, è evidente, ma se si vuole porre l’attenzione sulla gioventù e sul consumo di sostanze direi che non possiamo fare a meno di porci questa questione: come posso non consumare (sostanze) in una società in cui esisti se consumi? La vera sfida della nostra contemporaneità, lo dico subito e poi lo riprendo, è quella di fare in modo che il consumo, di cui non possiamo fare a meno, produca relazione, incontro, accrescimento e che non si limiti ad essere consumo di un oggetto, come ad esempio avviene con le sostanze.  

E’ meglio consumare sostanze o consumarsi dietro uno smartphone? E’ meglio farsi una bevuta di alcool o correre dietro alle mode? Consumare il proprio tempo dentro ad un videogame o su una panchina con coetanei? Sono tutte domande che i ragazzi pongono all’adulto quando gli si fa notare che un certo loro comportamento non è corretto. Cosa atro stanno facendo, questi giovani, se non dirci che, forse, bisognerebbe smettere di parlare dei loro consumi e cominciare a parlare, senza paura, di cosa rende tale una vita? 

Ci troviamo dunque di fronte ad un’erranza giovanile, ad una crisi che non possiamo più continuare a definire economica. Quali sono le ragioni di questa perdita di riferimenti? Mi riferirò qui ad Alain Badiou, filosofo francese, che nel suo libro La Vera Vita, sostiene che la libertà proposta oggi ai giovani è una libertà negativa, che si esercita cioè a partire dall’assenza di regole. Io sono libero perché non ho regole e quindi posso fare quello che voglio e non, come sarebbe al contrario, sono libero perché ho seguito il mio desiderio. Ma del resto, la psicoanalisi lo insegna, non può esistere desiderio in assenza di legge.

Questa libertà al negativo non può non chiamare in causa il mondo degli adulti, il quale per molti secoli ha avuto il ruolo di guida. Oggi la figura ambigua del giovane adulto ha preso sempre più piede nella società contemporanea ed il modello di riferimento è diventato il giovane: la vecchiaia ha (definitivamente?) perso il suo valore, la saggezza dell’anziano non è più il modello su cui si fonda la nostra società, i “vecchi” devono farsi da parte. Gli adulti devono essere giovani, non solo dentro ma anche fuori, esteticamente. Capita così di osservare padri in grado di correre la maratona a cinquanta anni e figli che passano la loro giornata sul divano o su una panchina a fumare. Tutto questo è paradossale, ma basta aprire gli occhi per osservare il fenomeno. Non si deve invecchiare, si deve restare giovani, si deve continuare a consumare il più possibile. In una società in cui è il consumo a dettare le regole del gioco il modello di riferimento non potrebbe che essere quello del giovane, sempre pronto a consumare anche ciò di cui non ha bisogno per il piacere che questo atto gli procura nell’immediato.

Dunque, ricapitoliamo, come può un giovane diventare adulto in una società che non considera gli adulti come punti di riferimento? I ragazzi restano così sospesi in un adolescenza infinta in cui non esiste un momento che sancisce il passaggio all’età adulta. Si può, forse si deve, restare giovani per sempre. Non è un caso allora che oggi manchino riti di iniziazione sociale, come poteva essere il servizio militare per i maschi, il matrimonio per le femmine, il lavoro per entrambi. Momenti in cui viene sancito un passaggio, in cui si festeggia l’entrata in una nuova fase della vita e si celebra il cambiamento. Oggi sono i giovani stessi a crearsi i propri riti di iniziazione, a cercare quell’atto che sancisce un passaggio non meglio definito da un punto ad un altro: il binge drinking, ovvero il bere fino a stare male, è considerato dai ragazzi un rito di passaggio all’interno del gruppo di pari, così come fumare cannabinoidi o sigarette. Ma ci sono tanti riti che i ragazzi fanno, per mettere alla prova la loro mascolinità o femminilità: il mondo degli adulti si arrabbia e si preoccupa di fronte a questi gesti, non potrebbe fare altrimenti, ma dovrebbe anche rendendosi conto della necessità che i ragazzi hanno di avere degli adulti a cui fare riferimento. Ma allo stesso tempo sono gli adulti a dare lo statuto di riti a questi gesti quando dicono, per esempio, che è normale che un adolescente si ubriachi almeno una volta nella vita per essere accettato dal gruppo e che deve passare dal fumo di cannabinoidi per togliersi lo sfizio e poi poter proseguire. Non voglio dare la colpa a nessuno, mi limito a rilevare che non basta fare campagna di sensibilizzazione sugli effetti negativi dell’alcool se poi non si trova il modo di offrire ai ragazzi uno spazio di relazione autentica.

Consumare sostanze è oggi un comportamento considerato normale. Non tutti i ragazzi fumano, così come non tutti i ragazzi bevono fino ad ubriacarsi, ma certamente il discorso prevalente della nostra società sostiene e incoraggia la libertà individuale di fare e consumare ciò che si vuole a patto di non toccare la libertà altrui. Capite bene che all’interno di questo discorso anche le sostanze trovano un terreno fertile per diffondersi. “Perchè lo stato deve impedirmi di fumarmi le canne se non faccio del male a nessuno?”. L’uso di sostanza tra i giovani, questa è la mia impressione, rientra all’interno di quella che potremmo chiamare “moda”: è la moda che spinge il consumo in una direzione piuttosto che in un altra, e questo discorso vale anche per le sostanze. Mi è capitato di ascoltare ragazzi che legavano, senza accorgersene più di tanto, l’uscita serale con gli amici e l’ubriacarsi: mi vesto in un determinato modo perché mi piace essere considerato uno appartenente a quel gruppo e lo stesso faccio con l’alcool. Ora, se è la moda e non la regola a dare una direzione, il ruolo dell’universo adulto sembrerebbe tagliato fuori, senza scampo.

Quali direzioni suggerire a questo punto? Esiste ancora uno spazio per il mondo adulto? Io penso di sì. Ci sono innanzi tutto due grossi rischi da evitare. Il primo è non idealizzare questa nostra società dei consumi, testimoniare con la propria esperienza di vita che c’è dell’altro, che la vita non si soddisfa consumando oggetti. Il secondo è non richiamare il mito della società tradizionale, il pensiero che debba esserci un padre che sistema tutti i suoi figli dispersi (che poi è quello che il presidente delle filippine Duterte sta facendo mostrando un evidente delirio di grandezza).

Occorre stare all’interno di questa realtà, non potremmo fare altrimenti, per trovare il proprio posto, quello spazio da cui far funzionare la propria parola. Oggi non funzionano più campagne preventive che cadono dall’alto e le stesse parole di un genitore, di un medico o anche di un poliziotto non hanno quel peso che potevano avere fino a qualche anno fa. Bloccare il consumo di sostanze dei giovani con interventi repressivi non fa altro che sottolineare il paradosso di cui parlavo prima: ci impedite di consumare sostanze ma voi potete consumare quello che volete solo perché siete adulti. Dunque, diventare adulti significa poter consumare senza avere più un adulto che ti dica cosa è giusto e cosa non è giusto fare. Ecco l’errore da non fare.

Per questo motivo penso che l’idea di un sito web, rivolta al mondo degli adulti, sia una buona idea. Oggi tutti usano questi nuovi canali di informazione in quanto sono molto più accessibili di quelli tradizionali ed è importante per un’istituzione esserci, garantendo delle indicazioni serie e appropriate. Su internet, anche in merito all’uso di sostanze tra i giovani, si trova di tutto e un genitore che già è preoccupato per il proprio figlio può andare ancora più in confusione. Se scrivete su google le parole droga aiuto verrete sommersi da numerosi siti che promettono programmi di disintossicazione: per chi ha lavorato in questo settore è un attimo capire che sono programmi pericolosi, ma per un genitore in crisi non lo è altrettanto. Ma successivamente è importante, come accennavo poco sopra, non idealizzare questo nuovo mondo pieno di oggetti tecnologici che vorrebbero farci credere che la relazione possa essere aggirata. Ovvero occorre incontrare, incontrarsi, relazionarsi. Con i propri figli, con gli operatori, con i medici, con gli psicologi. Il web dà il meglio di sé se non si limita a informare e a mettere in comunicazione, ma se crea uno spazio di relazione, se predispone uno scambio di parola. Se, cioè, sfrutta l’orizzontalità e l’accessibilità, che permette un coinvolgimento maggiore, non per vendere nuovi oggetti di consumo ma per far sentire che una direzione c’è e si trova, non smetterò mai di ripeterlo,  nella relazione.

Questa è la difficoltà oggi. Far emergere una voce differente in un ambiente che fa dell’orizzontalità il proprio valore di riferimento. Ma l’unico modo che abbiamo per provarci è immergerci in questa orizzontalità, essere punto della rete senza però perdere di vista il nostro obiettivo: la reazione e l’incontro.


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Lo smartphone e limiti ambigui dell’io


occhialiLo sguardo dei bambini rappresenta forse il modo migliore che abbiamo per leggere alcuni aspetti della nostra contemporaneità. Si dice che i bambini siano molto attratti dal digitale, dalle immagini colorate e in movimento, dalla possibilità di modificarle con un tocco del dito. In effetti basta osservare alcuni bambini alle prese con un tablet per rendersi conto di come siano completamente catturati da questo strumento al punto da escludere parte della realtà che li circonda. Ma se ci fermiamo a questa osservazione perdiamo, a mio avviso, il punto essenziale. I bambini, ancora prima di essere affascinati dallo strumento e dalle sue potenzialità, sembrano considerare lo strumento tecnologico come parte dell’io dell’adulto al punto da non differenziarlo da esso. Prima di proseguire è necessario fare un passo indietro e inquadrare quanto sto affermando da un punto di vista teorico.

C’è uno scritto di Freud del 1915, Supplemento metapsicologico alla teoria del sogno, in cui si legge che tutti gli uomini, prima di coricarsi e prendere sonno, sono abituati a a spogliarsi dei vestiti che normalmente portano di giorno, compresi anche quegli oggetti integrativi dei propri organi corporei come occhiali, parrucca, dentiera e così via. E’ questo un passaggio interessante, ripreso da Lacan nel suo primo seminario dedicato agli scritti tecnici di Freud. Qui Lacan fa notare che questa immagine che Freud tira fuori non è così banale come sembra: levare gli occhiali, ma anche i denti e i capelli posticci. Immagine orrida dell’essere che si decompone. Si accede così – e qui arriviamo al punto – al carattere parzialmente scomponibile, smontabile dell’io umano così impreciso nei suoi limiti. Sicuramente i denti posticci non fanno parte del mio io, ma fino a che punto ne fanno parte i miei denti veri, dato che sono così facilmente sostituibili? L’idea del carattere ambiguo, incerto dei limiti dell’io viene qui messa in primo piano come portico introduttivo allo studio metapsicologico del sogno. 

Cosa ci dice questo passaggio di così importante ai fini di questo mio articolo? Partiamo dagli oggetti integrativi dei propri organi corporei, cosa sono? Occhiali, parrucca e denti sono oggetti che correggono, integrano o prendono il posto di occhi, capelli e denti. Freud fa notare che prima di andare a dormire ci si spoglia di tutto questo, si torna a fare a meno di tutti questi surrogati del proprio io, ci si avvicina a quella che nel testo viene definita situazione di partenza dello sviluppo vitale. Lacan mette poi in luce il carattere ambiguo di questo io che, se è in grado di spogliarsi con così tanta facilità di parti così essenziali al proprio funzionamento, è forse molto più ambiguo, scomponibile e smontabile di quello che si potrebbe immaginare. Ovvero ha dei confini labili che di volta in volta possono includere o escludere qualche oggetto al proprio interno. Questi limiti ambigui offrono però allo stesso tempo la possibilità di appoggiare degli occhiali sul naso e percepirli come parte di se stessi, della propria immagine, e non come oggetti estranei.

Qualcosa di simile accade oggi con lo smartphone. Un bambino, anche molto piccolo, è in grado di riconoscere l’ambiguità di questi oggetti che da una parte sono estranei all’io del proprio genitore, in quanto li può toccare e possedere, dall’altra li riconosce come parte integrante della loro immagine. I bambini giocano a prendere gli occhiali del genitore, ma poi glieli portano la mattina quando desiderano che si alzino dal letto. Riconoscono che quell’oggetto che pur si stacca dal corpo del genitore è parte integrante dell’immagine che essi hanno del genitore. La stessa cosa la fanno con lo smartphone. Lo prendono, lo fanno proprio, ma nello stesso tempo lo riportano nelle mani del genitore, in molti casi anche senza accenderlo. Sembrano cioè riconoscere che quell’oggetto rettangolare appartenga al genitore, esattamente come i suoi occhiali. Del resto, è esperienza comune di ogni adulto il considerare lo smartphone parte integrante della propria vita, non muoversi senza di esso, usarlo come aiutante in numerose e sempre maggiori attività. Ancor più comune è controllare il telefono prima di coricarsi, riporlo sul comodino, per poi riprenderlo in mano la mattina appena svegli. Dunque, esattamente come per quegli oggetti integrativi dei propri organi, ce ne spogliamo prima di addormentarci per poi riprenderli una volta svegli.

Ma verso quale organo lo smartphone svolge il ruolo di surrogato? Qui la questione si complica, perché potremmo dire che lo smartphone amplia i confini dell’io rendendoli ancora più labili, ambigui, imprecisi. Questo sembra essere la sua funzione e ci troviamo pertanto di fronte ad un oggetto che se da un lato fa parte dell’io, dall’altro ne rende i confini ancora più imprecisi. Nel potenziare l’io, lo mette anche in condizioni di difficoltà e precarietà. Forse è questa una delle ragioni per cui nel muoversi nel mondo digitale oggi ci si imbatte in numerose impasse.

Il punto da cui ero partito, ovvero dallo sguardo del bambino che non differenzia tra l’adulto e il suo smartphone, è a mio avviso molto interessante perchè ci permette di spostare l’attenzione dal modo con cui i bambini usano le nuove tecnologie al sistema di significati dentro al quale nascono e crescono. Ovvio che un bambino diventato ragazzo desideri possedere quel prolungamento dell’io che ha potuto osservare in tutti gli adulti che ha conosciuto. Il punto non è, pertanto, chiedersi se i bambini sono nativi digitali oppure no, ma accorgersi che nel nostro mondo è stato introdotto un oggetto che al momento attuale è irrinunciabile se si vuole vivere nella società contemporanea. Tutto questo ci permette però di ragionare sul ruolo che il mondo degli adulti può e deve avere, in quanto il bambino non fa altro che osservarci e imitarci. Abbiamo dato un posto centrale nella vita a questi nuovi oggetti intelligenti al punto da farli rientrare nei confini dell’io. Forse dovremmo cominciare a chiederci che cosa abbiamo perso, in che cosa siamo diventati così carenti da aver bisogno di un oggetto integrativo. In secondo luogo, sapendo che i confini dell’io sono così facilmente scomponibili, dovremmo interrogarci su dove si sono spostati: la sensazione è che si pensi che i confini siano sempre allo stesso posto, mentre si muovono su tutto un altro campo d’azione. Online, sui social media, sui forum di discussione, ecc… una parte del soggetto si muove in assenza di corpo, ovvero senza quel limite reale che gli consentirebbe di comprendere dove finisce il suo io e dove inizia il suo non io. Anni fa, durante un convegno, mi era stato fatto osservare che non è del tutto vero che online ci si muove in assenza di corpo in quanto ne si conserva una rappresentazione immaginaria. Potremmo allora dire così: i confini dell’io diventano puramente immaginari, si perde il legame con il reale e si indebolisce l’intersezione con il simbolico. Molte persone (ne è un esempio l’ampio dibattito sull’hate speech di questi ultimi giorni) invocano un bagno di reale che però è strutturalmente impossibile in questo ambiente: si vuole eliminare l’anonimato, si pubblicano i nomi e cognomi di chi offende, si cerca di collegare la dimensione “virtuale” a quella reale. Tutto questo si può fare, ci mancherebbe, ma non risolve il problema perchè è necessario lavorare sul versante simbolico, ovvero della parola. Occorre creare spazi per mettere in parola quello che avviene online, per dare un senso alle azioni e nominare la propria immagine. Tutto questo è molto complesso in un ambiente che sta avendo fortuna proprio per avere eliminato e indebolito il rapporto con il reale e il simbolico. Proprio per questo bisogna fare in modo che ciò che avviene online non resti su un versante puramente virtuale, ovvero di ciò che in potenza è ma che nel reale non è, e insistere sul legame simbolico dentro al quale l’essere umano si muove, bambini compresi. Detto in altre parole bisogna tornare a dare parola al soggetto e uscire dalla dimensione virtuale di un io puramente immaginario che, la clinica lo insegna, non può che essere mortifero.


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Alcune riflessioni sul Fertility Day (scusate il ritardo)

Ho deciso di aspettare qualche giorno, di prendermi quel tempo per comprendere di cui parla Lacan nel suo scritto Il tempo logico, prima di provare a focalizzare alcune questioni che la recente polemica sul fertility day ha scatenato.

La prima ha a che fare con la privatizzazione dei figli. Come scrissi tempo fa, quando venne a trovarmi un amico africano mi trovai di fronte ad un bel dilemma. Eravamo in un centro commerciale e lui notò che alcuni ragazzi minorenni stavano fumando. Mi chiese se in Italia era consentito ai giovani fumare e quando gli dissi di no mi rispose che dovevamo andare a dirgli di spegnere le sigarette. Ovviamente non andammo, gli spiegai che in Italia ognuno è responsabile per se stesso, che quei ragazzi non erano figli miei e che quindi non avevo alcun diritto di andare a dirgli cosa fare o non fare. Ma proprio qui si apre il dilemma. Nella nostra società contemporanea sembrerebbe essere in discussione la possibilità di fare riferimento all’Altro, ovvero di riferirsi a qualcosa di esterno a noi, sia esso una persona, un ideale, un’istituzione. L’Altro è colui che ci toglie la libertà di godere liberamente, che ci impedisce di fare ciò che vogliamo, che ci limita nella nostra volontà. Non è l’Altro dell’iscrizione simbolica, che proprio nel porre il limite ci permette di accedere al desiderio singolare. Se ciascuno deve poter fare ciò che vuole, tutto ciò che si pone nella direzione di limitare questo volere è visto in termini negativi. Per questo oggi si fa fatica a parlare di tutto ciò che riguarda il legame tra gli esseri umani: non solo di bene comune, di stato sociale, di welfare ma anche di famiglia e di coppia. Perché in qualche modo per stare dentro ad un discorso sociale bisogna saper accettare il taglio dell’Altro, cosa quanto mai complessa oggi. Anche i figli entrano in questo discorso, non potrebbe essere altrimenti, diventando così essi stessi un bene privato, frutto di una volontà, di una scelta della coppia e in alcuni casi del singolo. In quanto proprietà privata, nessun’Altro può o deve dire la sua. Le conseguenze di questo discorso non sono poche. In primo luogo perché “il peso” di un figlio cade solo ed esclusivamente sui genitori e in alcuni casi solo sulla madre. Il sacrosanto dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, sancito dalla nostra Costituzione, sembra oggi escludere sempre di più l’Altro. Siccome fare figli è una scelta libera, colui che si rende protagonista di una simile decisione deve riuscire a portarla avanti senza recare disturbo agli altri. Se questo discorso non è chiaro, basta osservare cosa succede quando una donna in gravidanza si trova in coda ad una cassa di un supermercato. “Se non le sta bene fare la coda non aveva che da venire un giorno con meno gente” borbotta una signora, “solo perché sei incinta pensi di avere diritto a passare davanti a tutti?” dice un altro. Questo stesso discorso ha delle conseguenze anche sul mondo del lavoro. La donna, che ha scelto liberamente di avere figli, deve poter fare tutto quello che faceva prima di avere figli. Del resto, se non riesce, non aveva che da fare scelte differenti prima di trovarsi in questa situazione. Se un figlio è frutto di una libera scelta, se è un bene privato esattamente come una macchina o una casa, chiunque lo cresca deve poterlo fare senza recare nessun genere di intralcio alle altre persone.

La seconda questione ha a che fare con il calcolo. In una società che vorrebbe calcolare e quantificare tutto, nel tentativo illusorio di eliminare l’errore, gli stessi figli non possono che arrivare in maniera controllata. Oggi un figlio si progetta, lo si inserisce in un foglio di lavoro di excel, si valuta in quale periodo sia meglio crearlo. Questo ha certamente a che fare con la precarietà lavorativa ma se ci limitassimo a questo discorso non aggiungeremmo nulla di nuovo. Dobbiamo invece provare a riferirci al bambino come costo e, ancora una volta, al bambino come bene privato. Da un certo punto di vista, sostenere che il bambino è un costo, non è del tutto sbagliato ma occorre intendersi su cosa intendiamo con costo. Non posso fare a meno di notare che solo qualche decennio fa, anche qui da noi, i figli erano considerati forza lavoro: non ci si poneva limite al loro numero perché avrebbero arricchito, con il loro lavoro, la famiglia. In Uganda, da dove viene l’amico di cui ho parlato poco sopra, proprio perché i figli sono ancora forza lavoro per la famiglia, l’alta mortalità infantile porta molti genitori a decidere di fare qualche figlio in più. Sembrerebbe allora che siano stati i progressi avvenuti in vari ambiti della vita sociale a trasformare i figli da forza a costo, da  una risorsa che aggiunge a una che toglie. Tutto questo ha ovviamente degli aspetti positivi, ma come scriveva Freud in maniera piuttosto provocatoria nel Disagio della Civiltà

A che serve la riduzione della mortalità dei bambini, se ci obbliga alla massima cautela nel procrearli, così che tutto sommato non ne alleviamo di più che nei tempi antecedenti al trionfo dell’igiene, mentre così facendo abbiamo posto difficili condizioni alla nostra vita sessuale del matrimonio e abbiamo probabilmente lavorato contro i benefici della selezione naturale.   Il disagio della Civiltà, 1929

Il bambino diventa un costo, dicevamo, e questo passaggio, al di là delle provocazioni, restituisce dignità al cucciolo d’uomo. L’uomo non si riproduce come un animale, la parola irrompe sull’istinto umanizzandolo e creando le condizioni per poter arrivare alla singolarità di quel nome proprio che rappresenta il taglio singolare di ciascuno. Il problema si presenta nel momento in cui il costo diventa solo quello economico, quando cioè il costo del bambino è quello assoluto dell’economia. In questo modo, con un passaggio inverso, si rischia di tornare ad eliminare quella singolarità di cui parlavo prima perché è il denaro a dire se un bambino può arrivare o no, cosa può o non può fare. Pensare al bambino in termini economici significa ritenere che ciò che conta non è ciò che una madre e un padre saranno in grado di donargli, ma ciò che potranno comprargli. Significa inscrivere il bambino ancora prima della sua nascita all’interno del discorso del capitalista di cui parla Lacan, ovvero in quel fragile legame tra esseri umani che esclude l’Altro pensando che l’unica cosa che conti sia la soddisfazione del proprio bisogno. Qualche decennio fa, e alcune persone anziane lo fanno ancora, non si diceva “ho avuto un bambino” ma “ho comprato un bambino”. Un’espressione che da un lato sottolinea l’impegno del genitore, dall’altro toglie il bambino dalla posizione di costo: una volta comprato può essere finalmente un essere umano e non più una voce di spesa.

Infine, la terza questione (anche se nei miei appunti erano molte di più), ha a che fare con la parità. La campagna sulla fertilità ha fatto riferimento alla donna e non all’uomo, come se la questione riguardasse solamente l’universo femminile. Ha cioè ridotto tutta la questione della maternità, e quindi anche della genitorialità, all’atto della procreazione, che chiaramente non può che essere solo femminile. La stessa scelta del termine fertilità ha acceso i riflettori sulla donna e non sull’uomo, per quanto la questione riguardi entrambi. In un certo senso, questa campagna, ha fatto proprio ciò che non doveva fare: ha cioè sottolineato la privatizzazione  femminile dei figli. In un certo senso è come se avesse detto: “tu donna sentiti libera di fare ciò che credi, ma sappi che i figli non sono solo affare tuo ma riguardano tutta la nostra società”. Si intuisce bene la pericolosità di questo messaggio che non fa altro che sostenere, pur volendolo negare, che il figlio è un bene privato della donna. Gli stessi slogan lanciati per difendersi da questa campagna, come ad esempio “l’utero è mio e me lo gestisco io”, non aiutano realmente ad affrontare il problema ma, al contrario, lo spostano e paradossalmente lo affondano sempre di più. La maternità, per come la intende una certa psicoanalisi, non è mai una questione solo femminile. Il desiderio di una madre, in quanto anche donna, non si può e non si deve esaurire nel figlio. La clinica ci insegna che è proprio dall’esclusività della coppia madre-bambino o, all’opposto, dal rifiuto di questa esclusività che si genera la patologia. La maternità ha bisogno della presenza dell’Altro, della parola del padre che permette al bambino di entrare nell’universo simbolico e alla madre di accorgersi che lei desidera anche altro oltre al bambino. Quando parlo di padre, non mi si fraintenda, lo faccio riferendomi a Lacan e quindi al fatto che sia possibile la presenza di un padre anche in assenza nella realtà di un uomo di sesso maschile. Ridurre tutta la questione alla donna e alla madre, pertanto, è un grave errore. Ma lo è non tanto perché tra uomo e donna ci deve essere parità. Io sono più propenso a parlare della necessità di salvaguardare la differenza tra l’uomo e la donna, perché è solo a partire da essa che possiamo continuare a relazionarci tra di noi. Ma è proprio perché esiste differenza che la maternità, e quindi anche la genitorialità, riguarda entrambi e non solo la donna. Solo a partire da questa differenza si può ragionare con molta più serenità sulle politiche da adottare per consentire, anche nella nostra società, all’uomo e alla donna, di continuare a mettere al mondo figli.


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L’abbaglio delle relazioni intelligenti

geolocalizzazionePossibile che nessuno avesse ancora pensato di inserire un ricevitore GPS all’interno di un paio di scarpe da bambino? No, e in effetti qualche giorno fa ho avuto la fortuna di incontrare l’amore intelligente, ovvero un paio di scarpe dotate di GPS che, una volta scaricata l’app, danno al genitore l’esatta locazione del figlio. Ma l’app non si limita a questa funzione e può mandarci una notifica nel caso il nostro piccolo si allontani troppo dal recinto che noi abbiamo impostato. E cosa succede se il bambino si toglie le scarpe per cercare di imbrogliare il genitore e scavalcare il cancello digitale? Niente paura, arriverà immediatamente un Alert sul telefono del genitore. E poi, ovviamente, selftracking a volontà: km fatti, calorie bruciate, spostamenti preferiti…Immagino che molte persone sorridano a queste “novità” che il mercato propone e magari giudichino un po’ negativamente quei genitori che decidono di dotarsi di amore intelligente (è il motto di questa società di cui non farò il nome). Ma, come sostenevo in uno degli ultimi post, una domanda serpeggia nel cuore di molti: perché devo avere l’ansia di non sapere dove si trova mio figlio quando posso monitorarlo in questo modo? Perché rinunciare ad una comodità di questo tipo che mi può permettere di continuare il mio lavoro quando lo porto al parchetto? Perché, infine, non posso avere dei dati precisi sui suoi movimenti così da poter correggere e migliorare il suo stato di benessere psicofisico? A ben vedere la domanda è sempre la stessa: perché rinunciare ad una comodità che non solo non fa male a nessuno (forse), ma permette anche di stare meglio?

Molti oggetti, prima di diventare intelligenti, erano analfabeti e dipendevano dall’utilizzo che ne faceva il proprietario. L’arrivo dell’intelligenza ha permesso a molti di loro l’efficienza, eliminando in questo modo la deficienza, qualità più tipica dell’essere umano. Detto in altri termini tutte questa intelligenza si spinge nella direzione di eliminare l’errore, l’imprevisto, ciò che altrimenti non sarebbe calcolabile: ovvero l’essere umano. Se in alcuni ambiti della nostra vita tutto questo può realmente essere utile, penso ad esempio ai semafori intelligenti che evitano code e inquinamento, in altri questo discorso può diventare molto pericoloso. L’ambito relazionale non può e non deve essere intelligente, perché altrimenti non possiamo più parlare di relazione. La relazione tra esseri umani, non solo quella tra genitori e figli, non mira all’efficienza, alla riduzione dello spreco, alla ricerca del benessere. Al contrario, la relazione è sempre in perdita, mancante, incompleta e incontrollabile.

L’innovazione tecnologica nel campo della comunicazione permette sempre di più all’uomo di soddisfare il bisogno di controllo dell’Altro, evitando così la fatica e la sofferenza che questo incontro può portare. In termini psicoanalitici si potrebbe dire che l’incontro con l’Altro è sempre insoddisfacente, in quanto il godimento dell’Uno non è mail il godimento dell’Altro, ed è necessario rinunciare al godimento autistico (quello dell’Uno) per poter incontrare l’Altro. Non c’è modo di saturare questa mancanza. Nella nostra contemporaneità, invece, ci si illude di poter finalmente porre fine a questa insoddisfazione riempiendola di “controllo” ma non ci si rende conto che in questo modo non si fa altro che creare relazioni, e quindi soggetti, incapaci di sostenere la mancanza. Intendo dire che l’idea di avere sotto controllo l’Altro, che sia il figlio, il partner o la propria immagine, non fa altro che alimentare l’illusione di avere eliminato l’insondabile e la sofferenza dalla vita. Ma non appena questo meccanismo si rompe, quando cioè capita qualche cosa che incrina questo discorso, ciò che si viene a creare è il vuoto. Non sono mai stato capace di essere un genitore, non posso sopportare che la mia donna mi lasci, non riesco più a vivere ora che la mia immagine è stata distrutta.

Questo discorso, è bene sottolinearlo, non si limita certo all’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione. Viviamo all’interno di una società che mal sopporta la mancanza, che ragiona in termini di efficienza e profitto, che pensa di avere risposte scientifiche a ogni domanda. Una realtà che proprio per questo è strutturalmente paranoica, nel senso che pensa possa esistere una verità dell’Io e dubita costantemente dell’Altro. Per questo motivo se non si va a mettere in discussione la relazione, se ci si limita solamente al conseguimento di un risultato, si perde una grande occasione di crescita per tutti. La relazione mette in discussione, fa abbandonare il terreno del certo e spinge alla navigazione in mare aperto.

In campo relazionale, tutte le volte che cediamo alla comodità del controllo perdiamo una grande occasione di incontro (certamente anche di scontro). Le relazioni intelligenti vorrebbero ridurre al minimo l’inconveniente e aumentare al massimo il piacere che l’incontro tra le persone genera. Ma come accennavo poco sopra, la relazione tra esseri umani è sempre in perdita, mancante, incompleta e incontrollabile. In questo campo è meglio restare analfabeti per poter vivere la relazione senza avere l’illusione di poterla controllare.


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La clinica dei ragazzi isolati (o hikikomori)

Hikikomori_4La porta chiusa, le tapparelle abbassate, le cuffie appoggiate sopra le orecchie, le dita che battono sulla tastiera del computer e lo sguardo che si distrae interagendo con immagini inoffensive. Questa è più o meno la condizione in cui vive un ragazzo adolescente che ad un certo punto della  vita, dopo avere espresso numerosi segnali di fatica, chiude la porta della propria camera provando a cullare l’illusione di poter fare a meno dell’Altro. Non si ribella, non scappa di casa, non cerca di emanciparsi dalla propria famiglia. Al contrario va ad occupare, potremmo quasi dire blindare, un posto particolare all’interno della propria casa e famiglia. Da un lato c’è, esiste, continua ad avere un posto molto importante nella mente dei genitori. Dall’altro non c’è, viene dimenticato, messo da parte perché non prende parte attivamente alla vita della famiglia, vivendo da esiliato all’interno della propria camera-isola. Qualcosa, o qualcuno, sembra spingere il ragazzo al confino e da quella posizione all’adolescente risulterà quasi impossibile spostarsi.

Nel mito di Edipo si narra che il re Laio andò ad interrogare l’oracolo di Delfi per chiedergli se avrebbe mai potuto avere figli. L’oracolo gli rispose di guardarsi bene dal generare un figlio perché se questo fosse nato avrebbe portato al popolo tebano una grossa sciagura, uccidendo il padre e unendosi in matrimonio alla madre. Laio si spaventò e, quando la sua sposa Giocasta generò un bambino, decise, in accordo con lei, di abbandonarlo sul monte Citerone, dopo avergli perforato i piedi per essere certo che la morte lo avrebbe preso. Quel bambino non morì, ma venne salvato da un pastore che lo portò a Corinto dove venne adottato da re Polibo che gli diede il nome di Edipo. La profezia dell’oracolo non venne così aggirata ma poté realizzarsi anni dopo quando Edipo, ignaro delle sue origini, tornò a Tebe. Il mito di Edipo si apre dunque con la paura da parte di Laio e Giocasta di avere messo al mondo una creatura in grado di distruggerli e, per questo motivo, da esiliare (Edipo non viene infatti ucciso dai suoi genitori).

L’esilio sembra unire Edipo agli adolescenti hikikomori. Questi ragazzi non sono stati fisicamente allontanati dai genitori, i quali al contrario cercano di reintegrarli, ma di fatto si trovano a vivere da esiliati all’interno della propria famiglia in attesa che qualcosa o qualcuno si accorga dei loro lamenti di sofferenza e dolore, riuscendo a dargli forma e significato. La clinica con l’adolescente recluso parte da qui: dall’ascolto. Un ascolto difficile, in alcuni casi quasi impossibile perché la rabbia nei confronti dell’Altro è molto forte e il terapeuta che varca la porta della camera non può che essere il primo rappresentante di quell’Altro. Un ascolto che però, nonostante queste difficoltà, deve riuscire a tacere l’amore, usando le parole di Lacan riprese con cura dal lavoro di Recalcati (La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto). In un’epoca storica in cui si vorrebbe standardizzare tutto per poter cullare l’illusione di coprire la mancanza, la clinica  estrema con questi adolescenti non può prescindere dall’uno per uno. Ciascun ragazzo è custode della propria singolarità e volere pensare che esista una categoria denominata hikikomori significa uccidere la loro singolarità, arrivando a teorizzare che possano esistere uno o più motivi, magari anche semplici, che hanno portato alla chiusura. Questo non significa, però, che non si debba insistere su questo lavoro, sulla ricerca di alcuni elementi della nostra contemporaneità e della clinica che ritornano, in quanto possono essere utili ai genitori e a chi si vuole occupare della disperazione di questi ragazzi. Troppo spesso, infatti, mi è capitato di ascoltare genitori che hanno incontrato lungo il loro percorso terapeuti interessati a prendere in carico il ragazzo ma non a prendersi cura di esso. Intendo dire che se si vuole lavorare con questi ragazzi è necessario interrogare in primo luogo la propria idea di clinica. Troppi abbandoni, avvenuti durante la cura da parte dei diversi terapeuti coinvolti, non fanno altro che sottolineare al ragazzo la propria inadeguatezza e possono allungare i tempi dell’esilio.

Ad un certo punto della vita di questi ragazzi, quando avviene la reclusione, subentra una sorta di disinteresse per il reale del mondo esterno compensata da un grande interesse per la vita “virtuale”. Il mondo filtrato dal computer è più pieno, in quanto in esso l’adolescente può vivere senza sentirsi mancante. Riprendendo un celebre detto di Freud, “l’Io non è padrone a casa propria”, potremmo dire che in questi casi “l’Io torna ad essere padrone a casa propria”, illudendosi di poter avere tutto sotto controllo e di non perdere nulla. Ma alla base di questa situazione, a mio parere, c’è una non scelta: questa è l’unica condizione possibile per poter continuare a vivere. Occupare quella posizione di Io padrone a casa propria consente infatti al ragazzo di esistere, di trovare un senso alla propria esperienza di vita. Il computer e le diverse attività portate avanti dal ragazzo vanno certamente ad alimentare questo Io (in molti casi hanno anche un ruolo riabilitativo) ma alla base di questa non scelta c’è la necessità di non perdere quell’unico posto che consente di esistere. Pensare di poter strappare il ragazzo da quella situazione diventa allora impossibile, oltre che pericolosissimo. I genitori raccontano infatti di tentativi falliti, scivolati spesso anche in violenza, di strappare da questa condizione di paralisi i figli. A non funzionare, sembra essere la parola imperativa che dice “adesso esci. Punto”. Parola che è spesso cullata illusoriamente anche da alcuni terapeuti, i quali vedono la causa di questa situazione in un’assenza di regole. Ad essere mancante non è tanto la regola non detta dal padre, quanto piuttosto la funzione paterna: non esiste quell’almeno uno non castrato che permette al ragazzo di dare senso alla propria vita. Non esiste un padre contro il quale il ragazzo ha potuto scagliarsi, ribellarsi, ma anche sentirsi protetto. Un po’ come Edipo, il quale uccide suo padre senza sapere chi fosse, il ragazzo adolescente lotta senza trovare dall’altra parte un padre. L’insegnamento di Lacan ci indica che la funzione di padre non si sovrappone a quella di padre biologico e non è quindi corretto pensare che la colpa di questa situazione cada sulle spalle del padre. Qualcosa però a questo livello non funziona, si è bloccato, non viene sentito. Il padre non è assunto a Ideale dell’Io, la sua parola cade nel vuoto, è limitata forse anche dalla parola della madre che teme che qualcosa di grave potrebbe succedere se la regola dovesse irrompere nel reale con irruenza. La situazione rimane allora sospesa nell’impasse, nella paura che il figlio possa stare male o reagire, accettando che viva in quell’unica condizione possibile, quella in cui può continuare ad essere figlio legato, almeno a livello immaginario, alla madre. Non possiamo non notare, infatti, che quella camera chiusa, protetta da un amore incondizionato  all’interno della casa, dalla quale ogni giorno entra cibo ed escono piatti sporchi, ricorda moltissimo il feto materno.

La clinica dell’adolescente recluso è radicale, impone al terapeuta di ripensare alla propria idea di clinica, di mettersi in una posizione di ascolto resa complicata dall’apparente assenza di domanda del ragazzo.    

Se volete vedere un cortometraggio che parla di adolescenti che decidono di chiudersi all’interno della propria abitazione potete scaricare il cortometraggio American Hikikomori.


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Il tempo perduto del padre

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C’era una volta, qualche decennio fa, una classe di liceo che si alzava in piedi quando il professore entrava in classe. Quegli stessi alunni, tornati a casa, ascoltavano con rispetto i genitori e non rispondevano loro quando venivano criticati. Mai si sarebbero sognati di insultare il proprio padre. La Legge non era messa in discussione ed era il punto da cui partire.

Il racconto di questo tempo mitico, dove la Regola regnava sulla vita delle persone creando anche molta sofferenza, è molto attuale. Quando si parla dei giovani contemporanei, infatti, si sente spesso dire che sono senza regole, senza valori, senza ideali e senza Padri. Di fronte alle difficoltà educative che oggi si possono incontrare, ci si appella così alla malinconia e a quella Legge che non era mai messa in discussione. Un padre che parla ad un figlio, un professore che si rivolge ad un allievo, un anziano rispettato da un giovane. 

Oggi, nel tempo della social media education, le generazioni connesse sembrano credere molto più nella rete che nella regola. Se tutti la pensano in un modo significa che quel modo è quello giusto, anche se la regola dice il contrario. In fondo basta firmare una petizione online, fare un flash mob, mandare infinte mail precompilate ai politici di turno per fare valere la rete e il suo potere. La regola sembra essere messa in secondo piano, superata, resa inutile dalla rete che da sola può soddisfare qualsiasi bisogno della persona. Ma è realmente così semplice liberarsi dalla regola? Secondo l’ideologia che crede che il web possa liberare gli umani dai propri problemi sì. Prendiamo ad esempio questa pubblicità uscita all’inizio degli anni ’90 sul primo numero di Wired (rivista che si occupa di nuove tecnologie). La Logitech, per pubblicizzare il proprio mouse, decide di utilizzare l’immagine di un bambino che indossa un pannolino con sotto la scritta “feels good”. Nella pagina accanto compare la foto dello stesso bambino, questa volta senza pannolino e intento a compiere l’atto del fare la pipì in piena libertà. Sotto di lui la scritta “feels better”. Tramite il web, sembra dire questa pubblicità, saremo finalmente liberi di fare quello che vogliamo senza nessun impedimento esterno.

Feels good

Eludere la regola, prendersi gioco della Legge, ipotizzare un mondo in sua assenza non è però realmente possibile ed è per questo che oggi si assiste alla dietrologia che vorrebbe il ritorno di un padre autoritario in grado di rimettere tutti  in fila e riportare l’ordine. La responsabilità di questo cambiamento, che ha radici molto profonde, non è ovviamente del web ma possiamo pensare che la connessione digitale abbia velocizzato e amplificato questo processo di cambiamento. Forse, potrei provare a dirla così, Internet ci ha dato la possibilità di sperimentare una vita in assenza di regola. L’illusione di non possedere più il proprio corpo e di poter così muoversi liberamente e con leggerezza in questo nuovo spazio sempre più ricco di vita ha portato l’ideologia comune a credere nella possibilità di una vita senza affanni e sofferenze. Tutto questo è evidente nel lavoro clinico con gli adolescenti, che trovano nel web uno spazio di tranquillità, dove possono muoversi senza venire giudicati e dare libero sfogo alla propria immaginazione e creatività. Non c’è motivo di limitare questo spazio o avere delle regole che ne controllano l’uso: chi ha avuto successo nel web ha osato e ha sfruttato le potenzialità di questi nuovi mezzi di comunicazione e socializzazione. Il genitore o l’insegnante che danno regole diventano allora obsoleti, inutili, un impedimento alla propria realizzazione. Il problema più grande di questo discorso è che spesso sono gli stessi adulti a credere nell’antichità delle regole inscritte nei propri strumenti educativi e a sposare l’idea che nella nostra contemporaneità non serva più una Legge a cui appellarsi. Il problema, a mio avviso, si colloca proprio in queste punto, ovvero nell’illusione di aver trovato una maniera per poter superare le sofferenze che la Legge, sia essa morale o etica, infligge all’essere umano. Ma, come si può ben intendere, tutto ciò a che fare con una pura illusione, con un discorso vuoto e ripetitivo che non fa altro che riproporre il consumo del godimento. Perché, che lo si voglia o no, continuiamo ad avere bisogno della Legge.

[Lo stesso web, tra l’altro, per funzionare ha bisogno di leggi che ne regolano il funzionamento. Ho però l’impressione che tutto questo resti molto nascosto e che sfrutti questa ideologia neoliberale per portare avanti interessi economici e politici in assenza di un reale contraddittorio.]

Forsesì ma; dipende sempre, a meno che non si , dica, il contrario!, daquello che si vuoledire?

Senza regole non esiste relazione tra le persone. La regola permette lo scambio, l’incontro e lo scontro, la comunicazione e il dialogo e soprattutto apre le porte al desiderare. Questa presunta assenza di regola di cui tutti parlano non è che un tentativo maldestro di nasconderla e di metterla in ridicolo, pensando così di poter ottenere una presunta libertà e ricavandone un maggior godimento. Forse potremmo dire che oggi i giovani fanno fatica ad accettare la regola e che sono portati a considerarla un impedimento piuttosto che un’opportunità di relazione. Ma non possiamo parlare dei giovani senza fermarci ad osservare il mondo degli adulti: il bambino, infatti, è parlato dall’Altro prima ancora di essere un soggetto parlante. Una regola, per poter essere presa in considerazione, ha la necessità di essere raccontata all’altro. Oggi, molto più che ieri, la Legge non è già data, non è iscritta in un ordine assoluto. Al contrario è necessario che diventi atto, ovvero che venga testimoniata.

Come si diceva il cambiamento a cui stiamo assistendo è molto profondo e non possiamo certo pensare che la responsabilità di tutto questo sia dei social media. Quando parliamo di generazioni connesse non ci stiamo riferendo solo agli adolescenti e ai loro smartphone, ma al fatto che non esista più distanza tra le generazioni. Spesso i genitori sembrano vivere nella stessa confusione relazionale dei figli, per non parlare di come la precarietà lavorativa abbia appiattito le differenze tra persone di età diversa. Ma anche in questo caso non serve farsi prendere dal disfattismo e richiamarsi con nostalgia a quel tempo in cui regnava un presunto ordine assoluto che dava tranquillità. Come può dunque essere in funzione la Legge tra le generazioni troppo connesse?

Alcuni genitori, durante le consulenze, mi dicono che hanno provato più volte a dare delle regole al figlio ma sempre senza ottenere alcun beneficio. In alcuni casi, presi dall’esasperazione, si è pure arrivati allo scontro fisico che però non solo non ha risolto la situazione ma ha allargato la distanza relazionale e la possibilità di comunicare all’interno della famiglia. Non si tratta dunque di richiamarsi solo alla regola o di volerla far funzionare con violenza. Anche perché in questo modo non si fa altro che dare tutta la responsabilità di quello che sta capitando al ragazzo che diventa così un incapace, un maleducato (espressione curiosa che diventa molto ambigua quando a dirla è un genitore nei confronti del proprio figlio), un pigro che non ha voglia di fare altro che pensare alla propria soddisfazione.

Se si vuole far funzionare la legge tra le generazioni per prima cosa è necessario che in famiglia ci sia un racconto in atto. Un racconto del figlio, certo, ma anche del padre e della madre, delle loro famiglie e del tempo in cui stiamo vivendo. Quando si è all’esasperazione, infatti, l’altro è appiattito sulle proprie difficoltà e non c’è più spazio per poter inventare qualcosa di nuovo. Il discorso diventa allora vuoto, ripetitivo e sterile. Si sente un padre che parla del figlio non vedendo più possibilità di successo, una madre che sostiene che il padre abbia sbagliato tutto perché non si è mai fatto rispettare e un padre che rimprovera la madre di non essere mai stata in grado di offrire accudimento al figlio. L’atto del raccontare permette di interrompere questo processo circolare, di permettere alle parole di dire qualcosa di differente, di essere autentiche nel cercare quel tratto che rappresenta la novità. In questo racconto, come per magia, la distanza generazionale può riprendere ad esistere e la legge, non più assoluta, può trovare un suo posto autorevole e unico, da dove può esigere di essere rispettata.

La nostra contemporaneità ci offre la possibilità di sperimentare una qualche forma di libertà che però diventa improvvisamente vuota se non incontra un racconto in grado di renderla viva. La distanza generazionale, che sembra non esistere più a livello assoluto, può allora essere in atto solo nel racconto di ciascuna persona, testimoniata con la propria esperienza di vita. Lo stesso discorso vale per la Legge, che anche se non è più data per scontata non è scomparsa e deve trovare il modo di essere vissuta, raccontata. I giovani non hanno bisogno di nuove regole, magari messe a tavolino per cercare di arginare un nuove fenomeno, ma di adulti in grado di testimoniare con la propria vita l’importanza etica di una Legge che, proprio perché limita, apre le strade al desiderare.


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HIKIKOMORI il ritiro di un ragazzo

hikikomoriSembra impossibile che un ragazzo, nel pieno delle sue forze, possa decidere di ritirarsi all’interno delle mura domestiche e decidere di non uscire più. Eppure, anche in Italia, questo fenomeno è reale. Capita sempre più spesso che nello studio di uno psicoterapeuta arrivino genitori che non sanno più cosa fare per evitare questa reclusione estrema del figlio. In alcuni casi sono gli stessi ragazzi ad utilizzare la mail per raccontare la loro sofferenza e cercare una possibile apertura.

I motivi che spingono alla chiusura possono essere numerosi, diversi da ragazzo a ragazzo. Spesso il filo conduttore che collega tutte queste storie è la paura dell’incontro con l’altro, il non riuscire a sopportare il peso di un giudizio che arriva ad immobilizzare. La reclusione sembra allora essere l’unica possibilità per evitare questo sguardo, per non sentirsi più stupidi, per non dovere più subire la violenza di tanti sguardi che altro non fanno che rimandare un giudizio negativo. Ci tengo a sottolineare che lo sguardo dell’altro non è strettamente legato ad episodi di bullismo o di presa in giro da parte dei compagni. Questo significa che le radici di questi sguardi così difficili da sopportare sono da ricercare all’interno della persona e non solo nel comportamento degli altri. Proprio il rapporto con questo sguardo è la chiave che chiude la porta, ma che allo stesso tempo la può anche riaprire.

La relazione, in adolescenza, rappresenta un passaggio complesso. Come raccontavo ad un mio giovane paziente, quando si è piccoli si vive nella naturalità delle relazioni e degli affetti. Non c’è bisogno di chiedersi come si fa a stare insieme ad un’altra persona, semplicemente lo si fa. L’adolescenza, con le sue grandi trasformazioni, può smascherare questa naturalità: l’incontro con l’altro non è naturale, la relazione richiede una messa in gioco da parte dei vari soggetti e proprio qui si possono trovare le prime difficoltà. Quando si cammina, normalmente, non si presta attenzione ai movimenti che il corpo deve coordinare per andare avanti. State però certi che, se vi dovesse venire male ad un ginocchio, quel movimento prima così naturale rivelerebbe tutta la sua costruzione. Quel sintomo, il male al ginocchio, vi metterebbe davanti agli occhi ad ogni passo il movimento incriminato e vi spingerebbe a cercare dei modi per limitare quel male. In alcuni casi si zoppica, in altri ci si siede, si prende un anti-infiammatorio, si va dal medico. La relazione, arrivati in adolescenza, può assomigliare a questa camminata con un ginocchio che fa male. Non c’è parola, scambio, sguardo, che non sottolinei la difficoltà e il dolore. Tutto diventa innaturale, gonfiato anche dal pensiero che non fa altro che sottolineare le proprie mancanze nei confronti dell’altro. La relazione diventa così insopportabile fino ad arrivare ad essere insostenibile. All’inizio si zoppica un po’, poi ci si siede, si prende una medicina e poi, se tutto va bene, si chiede aiuto.

In questa sequenza il web sembra assumere il ruolo dell’anti-infiammatorio. Grazie ai giochi online, alle serie TV, ai social media, ai forum e a tutto quello che il web può offrire si continua a stare in relazione all’altro. Si fa esperienza dello sguardo, in maniera più protetta e nell’assenza del corpo. Si incontra l’altro utilizzando soprattutto la dimensione immaginaria, escludendo da questa relazione quel corpo che porta con sé il sintomo, la sofferenza, il disagio. L’incontro, però, avviene e questo permette di andare comunque avanti e di non fermarsi del tutto.

Il passaggio successivo è quello di chiedere una mano per uscire da una condizione che non può soddisfare pienamente. Il corpo non è infatti solo il luogo del sintomo e della sofferenza, ma è quello spazio che permette di relazionarci all’altro intrecciando la dimensione immaginaria e simbolica a quella reale. Solo a questo punto, con questa apertura, è possibile essere accompagnati ad incontrare l’Altro nella sua complessità.

Concludo pubblicando questo commento che qualche mese fa ho ricevuto sul mio blog (per ragioni di privacy ho dovuto modificarne alcune parti):

“Gentile dottore,

sono uno studente fuori sede all’Università di Roma.

Oramai da 5 mesi vivo recluso nella camera di casa mia. Sono un hikikomori. Rifiuto la società, rifiuto di vedere le altre persone e ho enormi difficoltà a parlare. Mi sento sempre attaccato e giudicato. Spesso digiuno pur di evitare di affrontare le altre persone. Vivo tra il mio letto ed il mio bagno, attaccato allo schermo del computer. Le giornate, le ore, non hanno senso per me.

Non faccio niente tutto il giorno. Non chatto, non gioco ai videogiochi, non faccio sport, non incontro persone. Le mie giornate sono vuote tristi ed uguali. Spesso mi rifiuto di mangiare e di bere. Ogni gesto mi costa fatica ed ogni volta che mi confronto con le altre persone mi sento sempre più stupido ed estraneo al mondo, e la mia voglia di scappare via aumenta.

I miei genitori non sanno più cosa fare con me. Io mi sento sempre più un fallito, una persona asociale inutile e stupida. Ho bisogno di aiuto, da solo non ne esco.

Ho un bisogno disperato di incontrare altri ragazzi/persone come me, per sentirmi meno solo e stupido. Vorrei anche essere aiutato a stare in società. Imparare a vivere come una persona normale che si sveglia, mangia, studia, lavora, riposa, vive.

Per me, ogni giorno aprire la porta di casa ed uscire e’ un’impresa.”

In questo post ho potuto solo accennare ad alcune questioni teoriche. Per chi volesse approfondire maggiormente l’argomento consiglio la lettura del libro Il corpo in una stanza (2015, Spiniello, Piotti e Comazzi, Franco Angeli).