Nasci, cresci e posta. I social network sono pieni di bambini: chi li protegge?

Uscirà a fine Settembre il libro Nasci, cresci e posta. I social network sono pieni di bambini: chi li protegge? che ho scritto insieme al bravo Simone Cosimi, giornalista che collabora con numerose testate nazionali.

Nel parlare dell’uscita del libro con alcuni amici ho portato due esempi per me molto significativi. Appena nati, dopo l’ostetrica, la mamma e il papà, il primo oggetto che un neonato vede è proprio lo smartphone attraverso il quale viene fotografato. Sembra una provocazione ma se ci pensiamo bene è proprio così. Lo smartphone è uno dei primi oggetti con cui il bambino entra in relazione, e spesso questo contatto avviene già all’interno della sala parto. Il secondo esempio è invece una maglietta per bambini, con disegnati sopra Topolino, Minnie e Pippo che si fanno dei selfie e la scritta “#selfie”. Questi due esempi, che ben ci offrono una fotografia della nostra contemporaneità, mi fanno dire che i bambini nascono e vivono in un mondo bagnato dai social network. Non c’è nulla di cui preoccuparsi o scandalizzarsi, ma è necessario prenderne atto per accorgersi che non si tratta di educare a uno strumento ma di fare un salto di tipo culturale. Se il nostro mondo sta cambiando a causa e grazie ai social network, se i concetti di relazione e identità (argomenti di cui si parla nel libro) sono messi in discussione da Facebook, Snapchat e Instagram, se i bambini frequentano spazi in cui possono muoversi e lasciare tracce in assenza del reale del corpo, è importante che il modo degli adulti apra gli occhi e si prenda la responsabilità del cambiamento in atto.

Non si tratta di assumere una posizione favorevole o contraria a una trasformazione che, come si legge nel libro e come chiunque può tranquillamente osservare, è comunque in atto. No, quello di cui c’è bisogno è di una vera e propria assunzione di responsabilità collettiva: leggere il cambiamento, accorgersi che i primi ad avere sempre lo smartphone in mano siamo proprio noi, smetterla di delegare a uno strumento responsabilità genitoriali. Lo dice bene il prof. Giovanni Ziccardi nella prefazione del libro:

“Sono da tempo convinto che prima, e accanto, a un’opera di educazione civica digitale, che da anni si domanda venga introdotta nelle scuole, sia necessaria una nuova opera di educazione civica “tradizionale”, di ritorno alla legalità e al suo insegnamento. I problemi sociali vengono, infatti, prima dei problemi tecnologici, e molte questioni emerse sui social e sulle reti potrebbero essere risolte operando alla base”.

Se i social network sono pieni di bambini gli adulti hanno delle responsabilità. La soluzione non è però quella di bandire gli smartphone dalle sale parto di tutto il mondo o rendere illegali magliette che inneggiano al selfie. Questo è il nostro tempo, nel bene e nel male, e oggi abbiamo sempre più strumenti per poterlo leggere, analizzare e criticare. Dobbiamo fare uno sforzo collettivo per provare a costruire un futuro differente, in grado di tenere insieme innovazione e tradizione, nuovo e vecchio, giovani e anziani. Ma per fare questo, lo ribadisco, è necessario chi gli adulti si assumano la responsabilità delle proprie azioni e che si accorgano che l’unico e vero strumento educativo a disposizione è la loro testimonianza.

Da Ottobre in avanti porteremo il libro in giro per l’Italia. Se volete sapere sempre dove saremo potrete seguirci sui social, Facebook o Twitter, oppure visitare la pagina dedicata al libro sul mio sito o su quello della casa editrice Città Nuova.

Il libro sarà disponibile in formato ebook dal 28 Settembre e arriverà nelle librerie il 5 Ottobre.

Il consumo di sostanze nei giovani: quale ruolo per gli adulti?

Pubblico la relazione che ho tenuto a Bologna il giorno 2 Dicembre 2016 in occasione del lancio del sito drugadvisorbologna.it.

Come non consumare (sostanze) in una società in cui esisti se consumi?

cropped-p1060856.jpgDi fronte alle apparenti infinte possibilità che la società moderna propone, un ragazzo oggi è spesso smarrito, non sa bene cosa sia giusto fare, cosa gli piaccia e cosa no, cosa gli aprirà le porte ad un futuro roseo e cosa lo costringerà ad una vita di stenti e precariato. Deve inseguire i suoi sogni o il profitto? Deve fare quello che gli piace o quello che gli darà un lavoro? Quando ascolto ragazzi di 15 anni ossessionati dall’idea di fare soldi penso che come adulti, come educatori e genitori, stiamo sbagliando qualche cosa. Ovvero mi sembra che l’unica prospettiva che stiamo proponendo ai ragazzi sia quello di un futuro in cui bisogna avere soldi perchè altrimenti non potranno consumare. Ci sono delle eccezioni a questo discorso, è evidente, ma se si vuole porre l’attenzione sulla gioventù e sul consumo di sostanze direi che non possiamo fare a meno di porci questa questione: come posso non consumare (sostanze) in una società in cui esisti se consumi? La vera sfida della nostra contemporaneità, lo dico subito e poi lo riprendo, è quella di fare in modo che il consumo, di cui non possiamo fare a meno, produca relazione, incontro, accrescimento e che non si limiti ad essere consumo di un oggetto, come ad esempio avviene con le sostanze.  

E’ meglio consumare sostanze o consumarsi dietro uno smartphone? E’ meglio farsi una bevuta di alcool o correre dietro alle mode? Consumare il proprio tempo dentro ad un videogame o su una panchina con coetanei? Sono tutte domande che i ragazzi pongono all’adulto quando gli si fa notare che un certo loro comportamento non è corretto. Cosa atro stanno facendo, questi giovani, se non dirci che, forse, bisognerebbe smettere di parlare dei loro consumi e cominciare a parlare, senza paura, di cosa rende tale una vita? 

Ci troviamo dunque di fronte ad un’erranza giovanile, ad una crisi che non possiamo più continuare a definire economica. Quali sono le ragioni di questa perdita di riferimenti? Mi riferirò qui ad Alain Badiou, filosofo francese, che nel suo libro La Vera Vita, sostiene che la libertà proposta oggi ai giovani è una libertà negativa, che si esercita cioè a partire dall’assenza di regole. Io sono libero perché non ho regole e quindi posso fare quello che voglio e non, come sarebbe al contrario, sono libero perché ho seguito il mio desiderio. Ma del resto, la psicoanalisi lo insegna, non può esistere desiderio in assenza di legge.

Questa libertà al negativo non può non chiamare in causa il mondo degli adulti, il quale per molti secoli ha avuto il ruolo di guida. Oggi la figura ambigua del giovane adulto ha preso sempre più piede nella società contemporanea ed il modello di riferimento è diventato il giovane: la vecchiaia ha (definitivamente?) perso il suo valore, la saggezza dell’anziano non è più il modello su cui si fonda la nostra società, i “vecchi” devono farsi da parte. Gli adulti devono essere giovani, non solo dentro ma anche fuori, esteticamente. Capita così di osservare padri in grado di correre la maratona a cinquanta anni e figli che passano la loro giornata sul divano o su una panchina a fumare. Tutto questo è paradossale, ma basta aprire gli occhi per osservare il fenomeno. Non si deve invecchiare, si deve restare giovani, si deve continuare a consumare il più possibile. In una società in cui è il consumo a dettare le regole del gioco il modello di riferimento non potrebbe che essere quello del giovane, sempre pronto a consumare anche ciò di cui non ha bisogno per il piacere che questo atto gli procura nell’immediato.

Dunque, ricapitoliamo, come può un giovane diventare adulto in una società che non considera gli adulti come punti di riferimento? I ragazzi restano così sospesi in un adolescenza infinta in cui non esiste un momento che sancisce il passaggio all’età adulta. Si può, forse si deve, restare giovani per sempre. Non è un caso allora che oggi manchino riti di iniziazione sociale, come poteva essere il servizio militare per i maschi, il matrimonio per le femmine, il lavoro per entrambi. Momenti in cui viene sancito un passaggio, in cui si festeggia l’entrata in una nuova fase della vita e si celebra il cambiamento. Oggi sono i giovani stessi a crearsi i propri riti di iniziazione, a cercare quell’atto che sancisce un passaggio non meglio definito da un punto ad un altro: il binge drinking, ovvero il bere fino a stare male, è considerato dai ragazzi un rito di passaggio all’interno del gruppo di pari, così come fumare cannabinoidi o sigarette. Ma ci sono tanti riti che i ragazzi fanno, per mettere alla prova la loro mascolinità o femminilità: il mondo degli adulti si arrabbia e si preoccupa di fronte a questi gesti, non potrebbe fare altrimenti, ma dovrebbe anche rendendosi conto della necessità che i ragazzi hanno di avere degli adulti a cui fare riferimento. Ma allo stesso tempo sono gli adulti a dare lo statuto di riti a questi gesti quando dicono, per esempio, che è normale che un adolescente si ubriachi almeno una volta nella vita per essere accettato dal gruppo e che deve passare dal fumo di cannabinoidi per togliersi lo sfizio e poi poter proseguire. Non voglio dare la colpa a nessuno, mi limito a rilevare che non basta fare campagna di sensibilizzazione sugli effetti negativi dell’alcool se poi non si trova il modo di offrire ai ragazzi uno spazio di relazione autentica.

Consumare sostanze è oggi un comportamento considerato normale. Non tutti i ragazzi fumano, così come non tutti i ragazzi bevono fino ad ubriacarsi, ma certamente il discorso prevalente della nostra società sostiene e incoraggia la libertà individuale di fare e consumare ciò che si vuole a patto di non toccare la libertà altrui. Capite bene che all’interno di questo discorso anche le sostanze trovano un terreno fertile per diffondersi. “Perchè lo stato deve impedirmi di fumarmi le canne se non faccio del male a nessuno?”. L’uso di sostanza tra i giovani, questa è la mia impressione, rientra all’interno di quella che potremmo chiamare “moda”: è la moda che spinge il consumo in una direzione piuttosto che in un altra, e questo discorso vale anche per le sostanze. Mi è capitato di ascoltare ragazzi che legavano, senza accorgersene più di tanto, l’uscita serale con gli amici e l’ubriacarsi: mi vesto in un determinato modo perché mi piace essere considerato uno appartenente a quel gruppo e lo stesso faccio con l’alcool. Ora, se è la moda e non la regola a dare una direzione, il ruolo dell’universo adulto sembrerebbe tagliato fuori, senza scampo.

Quali direzioni suggerire a questo punto? Esiste ancora uno spazio per il mondo adulto? Io penso di sì. Ci sono innanzi tutto due grossi rischi da evitare. Il primo è non idealizzare questa nostra società dei consumi, testimoniare con la propria esperienza di vita che c’è dell’altro, che la vita non si soddisfa consumando oggetti. Il secondo è non richiamare il mito della società tradizionale, il pensiero che debba esserci un padre che sistema tutti i suoi figli dispersi (che poi è quello che il presidente delle filippine Duterte sta facendo mostrando un evidente delirio di grandezza).

Occorre stare all’interno di questa realtà, non potremmo fare altrimenti, per trovare il proprio posto, quello spazio da cui far funzionare la propria parola. Oggi non funzionano più campagne preventive che cadono dall’alto e le stesse parole di un genitore, di un medico o anche di un poliziotto non hanno quel peso che potevano avere fino a qualche anno fa. Bloccare il consumo di sostanze dei giovani con interventi repressivi non fa altro che sottolineare il paradosso di cui parlavo prima: ci impedite di consumare sostanze ma voi potete consumare quello che volete solo perché siete adulti. Dunque, diventare adulti significa poter consumare senza avere più un adulto che ti dica cosa è giusto e cosa non è giusto fare. Ecco l’errore da non fare.

Per questo motivo penso che l’idea di un sito web, rivolta al mondo degli adulti, sia una buona idea. Oggi tutti usano questi nuovi canali di informazione in quanto sono molto più accessibili di quelli tradizionali ed è importante per un’istituzione esserci, garantendo delle indicazioni serie e appropriate. Su internet, anche in merito all’uso di sostanze tra i giovani, si trova di tutto e un genitore che già è preoccupato per il proprio figlio può andare ancora più in confusione. Se scrivete su google le parole droga aiuto verrete sommersi da numerosi siti che promettono programmi di disintossicazione: per chi ha lavorato in questo settore è un attimo capire che sono programmi pericolosi, ma per un genitore in crisi non lo è altrettanto. Ma successivamente è importante, come accennavo poco sopra, non idealizzare questo nuovo mondo pieno di oggetti tecnologici che vorrebbero farci credere che la relazione possa essere aggirata. Ovvero occorre incontrare, incontrarsi, relazionarsi. Con i propri figli, con gli operatori, con i medici, con gli psicologi. Il web dà il meglio di sé se non si limita a informare e a mettere in comunicazione, ma se crea uno spazio di relazione, se predispone uno scambio di parola. Se, cioè, sfrutta l’orizzontalità e l’accessibilità, che permette un coinvolgimento maggiore, non per vendere nuovi oggetti di consumo ma per far sentire che una direzione c’è e si trova, non smetterò mai di ripeterlo,  nella relazione.

Questa è la difficoltà oggi. Far emergere una voce differente in un ambiente che fa dell’orizzontalità il proprio valore di riferimento. Ma l’unico modo che abbiamo per provarci è immergerci in questa orizzontalità, essere punto della rete senza però perdere di vista il nostro obiettivo: la reazione e l’incontro.

Lo smartphone e limiti ambigui dell’io


occhialiLo sguardo dei bambini rappresenta forse il modo migliore che abbiamo per leggere alcuni aspetti della nostra contemporaneità. Si dice che i bambini siano molto attratti dal digitale, dalle immagini colorate e in movimento, dalla possibilità di modificarle con un tocco del dito. In effetti basta osservare alcuni bambini alle prese con un tablet per rendersi conto di come siano completamente catturati da questo strumento al punto da escludere parte della realtà che li circonda. Ma se ci fermiamo a questa osservazione perdiamo, a mio avviso, il punto essenziale. I bambini, ancora prima di essere affascinati dallo strumento e dalle sue potenzialità, sembrano considerare lo strumento tecnologico come parte dell’io dell’adulto al punto da non differenziarlo da esso. Prima di proseguire è necessario fare un passo indietro e inquadrare quanto sto affermando da un punto di vista teorico.

C’è uno scritto di Freud del 1915, Supplemento metapsicologico alla teoria del sogno, in cui si legge che tutti gli uomini, prima di coricarsi e prendere sonno, sono abituati a a spogliarsi dei vestiti che normalmente portano di giorno, compresi anche quegli oggetti integrativi dei propri organi corporei come occhiali, parrucca, dentiera e così via. E’ questo un passaggio interessante, ripreso da Lacan nel suo primo seminario dedicato agli scritti tecnici di Freud. Qui Lacan fa notare che questa immagine che Freud tira fuori non è così banale come sembra: levare gli occhiali, ma anche i denti e i capelli posticci. Immagine orrida dell’essere che si decompone. Si accede così – e qui arriviamo al punto – al carattere parzialmente scomponibile, smontabile dell’io umano così impreciso nei suoi limiti. Sicuramente i denti posticci non fanno parte del mio io, ma fino a che punto ne fanno parte i miei denti veri, dato che sono così facilmente sostituibili? L’idea del carattere ambiguo, incerto dei limiti dell’io viene qui messa in primo piano come portico introduttivo allo studio metapsicologico del sogno. 

Cosa ci dice questo passaggio di così importante ai fini di questo mio articolo? Partiamo dagli oggetti integrativi dei propri organi corporei, cosa sono? Occhiali, parrucca e denti sono oggetti che correggono, integrano o prendono il posto di occhi, capelli e denti. Freud fa notare che prima di andare a dormire ci si spoglia di tutto questo, si torna a fare a meno di tutti questi surrogati del proprio io, ci si avvicina a quella che nel testo viene definita situazione di partenza dello sviluppo vitale. Lacan mette poi in luce il carattere ambiguo di questo io che, se è in grado di spogliarsi con così tanta facilità di parti così essenziali al proprio funzionamento, è forse molto più ambiguo, scomponibile e smontabile di quello che si potrebbe immaginare. Ovvero ha dei confini labili che di volta in volta possono includere o escludere qualche oggetto al proprio interno. Questi limiti ambigui offrono però allo stesso tempo la possibilità di appoggiare degli occhiali sul naso e percepirli come parte di se stessi, della propria immagine, e non come oggetti estranei.

Qualcosa di simile accade oggi con lo smartphone. Un bambino, anche molto piccolo, è in grado di riconoscere l’ambiguità di questi oggetti che da una parte sono estranei all’io del proprio genitore, in quanto li può toccare e possedere, dall’altra li riconosce come parte integrante della loro immagine. I bambini giocano a prendere gli occhiali del genitore, ma poi glieli portano la mattina quando desiderano che si alzino dal letto. Riconoscono che quell’oggetto che pur si stacca dal corpo del genitore è parte integrante dell’immagine che essi hanno del genitore. La stessa cosa la fanno con lo smartphone. Lo prendono, lo fanno proprio, ma nello stesso tempo lo riportano nelle mani del genitore, in molti casi anche senza accenderlo. Sembrano cioè riconoscere che quell’oggetto rettangolare appartenga al genitore, esattamente come i suoi occhiali. Del resto, è esperienza comune di ogni adulto il considerare lo smartphone parte integrante della propria vita, non muoversi senza di esso, usarlo come aiutante in numerose e sempre maggiori attività. Ancor più comune è controllare il telefono prima di coricarsi, riporlo sul comodino, per poi riprenderlo in mano la mattina appena svegli. Dunque, esattamente come per quegli oggetti integrativi dei propri organi, ce ne spogliamo prima di addormentarci per poi riprenderli una volta svegli.

Ma verso quale organo lo smartphone svolge il ruolo di surrogato? Qui la questione si complica, perché potremmo dire che lo smartphone amplia i confini dell’io rendendoli ancora più labili, ambigui, imprecisi. Questo sembra essere la sua funzione e ci troviamo pertanto di fronte ad un oggetto che se da un lato fa parte dell’io, dall’altro ne rende i confini ancora più imprecisi. Nel potenziare l’io, lo mette anche in condizioni di difficoltà e precarietà. Forse è questa una delle ragioni per cui nel muoversi nel mondo digitale oggi ci si imbatte in numerose impasse.

Il punto da cui ero partito, ovvero dallo sguardo del bambino che non differenzia tra l’adulto e il suo smartphone, è a mio avviso molto interessante perchè ci permette di spostare l’attenzione dal modo con cui i bambini usano le nuove tecnologie al sistema di significati dentro al quale nascono e crescono. Ovvio che un bambino diventato ragazzo desideri possedere quel prolungamento dell’io che ha potuto osservare in tutti gli adulti che ha conosciuto. Il punto non è, pertanto, chiedersi se i bambini sono nativi digitali oppure no, ma accorgersi che nel nostro mondo è stato introdotto un oggetto che al momento attuale è irrinunciabile se si vuole vivere nella società contemporanea. Tutto questo ci permette però di ragionare sul ruolo che il mondo degli adulti può e deve avere, in quanto il bambino non fa altro che osservarci e imitarci. Abbiamo dato un posto centrale nella vita a questi nuovi oggetti intelligenti al punto da farli rientrare nei confini dell’io. Forse dovremmo cominciare a chiederci che cosa abbiamo perso, in che cosa siamo diventati così carenti da aver bisogno di un oggetto integrativo. In secondo luogo, sapendo che i confini dell’io sono così facilmente scomponibili, dovremmo interrogarci su dove si sono spostati: la sensazione è che si pensi che i confini siano sempre allo stesso posto, mentre si muovono su tutto un altro campo d’azione. Online, sui social media, sui forum di discussione, ecc… una parte del soggetto si muove in assenza di corpo, ovvero senza quel limite reale che gli consentirebbe di comprendere dove finisce il suo io e dove inizia il suo non io. Anni fa, durante un convegno, mi era stato fatto osservare che non è del tutto vero che online ci si muove in assenza di corpo in quanto ne si conserva una rappresentazione immaginaria. Potremmo allora dire così: i confini dell’io diventano puramente immaginari, si perde il legame con il reale e si indebolisce l’intersezione con il simbolico. Molte persone (ne è un esempio l’ampio dibattito sull’hate speech di questi ultimi giorni) invocano un bagno di reale che però è strutturalmente impossibile in questo ambiente: si vuole eliminare l’anonimato, si pubblicano i nomi e cognomi di chi offende, si cerca di collegare la dimensione “virtuale” a quella reale. Tutto questo si può fare, ci mancherebbe, ma non risolve il problema perchè è necessario lavorare sul versante simbolico, ovvero della parola. Occorre creare spazi per mettere in parola quello che avviene online, per dare un senso alle azioni e nominare la propria immagine. Tutto questo è molto complesso in un ambiente che sta avendo fortuna proprio per avere eliminato e indebolito il rapporto con il reale e il simbolico. Proprio per questo bisogna fare in modo che ciò che avviene online non resti su un versante puramente virtuale, ovvero di ciò che in potenza è ma che nel reale non è, e insistere sul legame simbolico dentro al quale l’essere umano si muove, bambini compresi. Detto in altre parole bisogna tornare a dare parola al soggetto e uscire dalla dimensione virtuale di un io puramente immaginario che, la clinica lo insegna, non può che essere mortifero.

Alcune riflessioni sul Fertility Day (scusate il ritardo)

Ho deciso di aspettare qualche giorno, di prendermi quel tempo per comprendere di cui parla Lacan nel suo scritto Il tempo logico, prima di provare a focalizzare alcune questioni che la recente polemica sul fertility day ha scatenato.

La prima ha a che fare con la privatizzazione dei figli. Come scrissi tempo fa, quando venne a trovarmi un amico africano mi trovai di fronte ad un bel dilemma. Eravamo in un centro commerciale e lui notò che alcuni ragazzi minorenni stavano fumando. Mi chiese se in Italia era consentito ai giovani fumare e quando gli dissi di no mi rispose che dovevamo andare a dirgli di spegnere le sigarette. Ovviamente non andammo, gli spiegai che in Italia ognuno è responsabile per se stesso, che quei ragazzi non erano figli miei e che quindi non avevo alcun diritto di andare a dirgli cosa fare o non fare. Ma proprio qui si apre il dilemma. Nella nostra società contemporanea sembrerebbe essere in discussione la possibilità di fare riferimento all’Altro, ovvero di riferirsi a qualcosa di esterno a noi, sia esso una persona, un ideale, un’istituzione. L’Altro è colui che ci toglie la libertà di godere liberamente, che ci impedisce di fare ciò che vogliamo, che ci limita nella nostra volontà. Non è l’Altro dell’iscrizione simbolica, che proprio nel porre il limite ci permette di accedere al desiderio singolare. Se ciascuno deve poter fare ciò che vuole, tutto ciò che si pone nella direzione di limitare questo volere è visto in termini negativi. Per questo oggi si fa fatica a parlare di tutto ciò che riguarda il legame tra gli esseri umani: non solo di bene comune, di stato sociale, di welfare ma anche di famiglia e di coppia. Perché in qualche modo per stare dentro ad un discorso sociale bisogna saper accettare il taglio dell’Altro, cosa quanto mai complessa oggi. Anche i figli entrano in questo discorso, non potrebbe essere altrimenti, diventando così essi stessi un bene privato, frutto di una volontà, di una scelta della coppia e in alcuni casi del singolo. In quanto proprietà privata, nessun’Altro può o deve dire la sua. Le conseguenze di questo discorso non sono poche. In primo luogo perché “il peso” di un figlio cade solo ed esclusivamente sui genitori e in alcuni casi solo sulla madre. Il sacrosanto dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, sancito dalla nostra Costituzione, sembra oggi escludere sempre di più l’Altro. Siccome fare figli è una scelta libera, colui che si rende protagonista di una simile decisione deve riuscire a portarla avanti senza recare disturbo agli altri. Se questo discorso non è chiaro, basta osservare cosa succede quando una donna in gravidanza si trova in coda ad una cassa di un supermercato. “Se non le sta bene fare la coda non aveva che da venire un giorno con meno gente” borbotta una signora, “solo perché sei incinta pensi di avere diritto a passare davanti a tutti?” dice un altro. Questo stesso discorso ha delle conseguenze anche sul mondo del lavoro. La donna, che ha scelto liberamente di avere figli, deve poter fare tutto quello che faceva prima di avere figli. Del resto, se non riesce, non aveva che da fare scelte differenti prima di trovarsi in questa situazione. Se un figlio è frutto di una libera scelta, se è un bene privato esattamente come una macchina o una casa, chiunque lo cresca deve poterlo fare senza recare nessun genere di intralcio alle altre persone.

La seconda questione ha a che fare con il calcolo. In una società che vorrebbe calcolare e quantificare tutto, nel tentativo illusorio di eliminare l’errore, gli stessi figli non possono che arrivare in maniera controllata. Oggi un figlio si progetta, lo si inserisce in un foglio di lavoro di excel, si valuta in quale periodo sia meglio crearlo. Questo ha certamente a che fare con la precarietà lavorativa ma se ci limitassimo a questo discorso non aggiungeremmo nulla di nuovo. Dobbiamo invece provare a riferirci al bambino come costo e, ancora una volta, al bambino come bene privato. Da un certo punto di vista, sostenere che il bambino è un costo, non è del tutto sbagliato ma occorre intendersi su cosa intendiamo con costo. Non posso fare a meno di notare che solo qualche decennio fa, anche qui da noi, i figli erano considerati forza lavoro: non ci si poneva limite al loro numero perché avrebbero arricchito, con il loro lavoro, la famiglia. In Uganda, da dove viene l’amico di cui ho parlato poco sopra, proprio perché i figli sono ancora forza lavoro per la famiglia, l’alta mortalità infantile porta molti genitori a decidere di fare qualche figlio in più. Sembrerebbe allora che siano stati i progressi avvenuti in vari ambiti della vita sociale a trasformare i figli da forza a costo, da  una risorsa che aggiunge a una che toglie. Tutto questo ha ovviamente degli aspetti positivi, ma come scriveva Freud in maniera piuttosto provocatoria nel Disagio della Civiltà

A che serve la riduzione della mortalità dei bambini, se ci obbliga alla massima cautela nel procrearli, così che tutto sommato non ne alleviamo di più che nei tempi antecedenti al trionfo dell’igiene, mentre così facendo abbiamo posto difficili condizioni alla nostra vita sessuale del matrimonio e abbiamo probabilmente lavorato contro i benefici della selezione naturale.   Il disagio della Civiltà, 1929

Il bambino diventa un costo, dicevamo, e questo passaggio, al di là delle provocazioni, restituisce dignità al cucciolo d’uomo. L’uomo non si riproduce come un animale, la parola irrompe sull’istinto umanizzandolo e creando le condizioni per poter arrivare alla singolarità di quel nome proprio che rappresenta il taglio singolare di ciascuno. Il problema si presenta nel momento in cui il costo diventa solo quello economico, quando cioè il costo del bambino è quello assoluto dell’economia. In questo modo, con un passaggio inverso, si rischia di tornare ad eliminare quella singolarità di cui parlavo prima perché è il denaro a dire se un bambino può arrivare o no, cosa può o non può fare. Pensare al bambino in termini economici significa ritenere che ciò che conta non è ciò che una madre e un padre saranno in grado di donargli, ma ciò che potranno comprargli. Significa inscrivere il bambino ancora prima della sua nascita all’interno del discorso del capitalista di cui parla Lacan, ovvero in quel fragile legame tra esseri umani che esclude l’Altro pensando che l’unica cosa che conti sia la soddisfazione del proprio bisogno. Qualche decennio fa, e alcune persone anziane lo fanno ancora, non si diceva “ho avuto un bambino” ma “ho comprato un bambino”. Un’espressione che da un lato sottolinea l’impegno del genitore, dall’altro toglie il bambino dalla posizione di costo: una volta comprato può essere finalmente un essere umano e non più una voce di spesa.

Infine, la terza questione (anche se nei miei appunti erano molte di più), ha a che fare con la parità. La campagna sulla fertilità ha fatto riferimento alla donna e non all’uomo, come se la questione riguardasse solamente l’universo femminile. Ha cioè ridotto tutta la questione della maternità, e quindi anche della genitorialità, all’atto della procreazione, che chiaramente non può che essere solo femminile. La stessa scelta del termine fertilità ha acceso i riflettori sulla donna e non sull’uomo, per quanto la questione riguardi entrambi. In un certo senso, questa campagna, ha fatto proprio ciò che non doveva fare: ha cioè sottolineato la privatizzazione  femminile dei figli. In un certo senso è come se avesse detto: “tu donna sentiti libera di fare ciò che credi, ma sappi che i figli non sono solo affare tuo ma riguardano tutta la nostra società”. Si intuisce bene la pericolosità di questo messaggio che non fa altro che sostenere, pur volendolo negare, che il figlio è un bene privato della donna. Gli stessi slogan lanciati per difendersi da questa campagna, come ad esempio “l’utero è mio e me lo gestisco io”, non aiutano realmente ad affrontare il problema ma, al contrario, lo spostano e paradossalmente lo affondano sempre di più. La maternità, per come la intende una certa psicoanalisi, non è mai una questione solo femminile. Il desiderio di una madre, in quanto anche donna, non si può e non si deve esaurire nel figlio. La clinica ci insegna che è proprio dall’esclusività della coppia madre-bambino o, all’opposto, dal rifiuto di questa esclusività che si genera la patologia. La maternità ha bisogno della presenza dell’Altro, della parola del padre che permette al bambino di entrare nell’universo simbolico e alla madre di accorgersi che lei desidera anche altro oltre al bambino. Quando parlo di padre, non mi si fraintenda, lo faccio riferendomi a Lacan e quindi al fatto che sia possibile la presenza di un padre anche in assenza nella realtà di un uomo di sesso maschile. Ridurre tutta la questione alla donna e alla madre, pertanto, è un grave errore. Ma lo è non tanto perché tra uomo e donna ci deve essere parità. Io sono più propenso a parlare della necessità di salvaguardare la differenza tra l’uomo e la donna, perché è solo a partire da essa che possiamo continuare a relazionarci tra di noi. Ma è proprio perché esiste differenza che la maternità, e quindi anche la genitorialità, riguarda entrambi e non solo la donna. Solo a partire da questa differenza si può ragionare con molta più serenità sulle politiche da adottare per consentire, anche nella nostra società, all’uomo e alla donna, di continuare a mettere al mondo figli.

L’abbaglio delle relazioni intelligenti

geolocalizzazionePossibile che nessuno avesse ancora pensato di inserire un ricevitore GPS all’interno di un paio di scarpe da bambino? No, e in effetti qualche giorno fa ho avuto la fortuna di incontrare l’amore intelligente, ovvero un paio di scarpe dotate di GPS che, una volta scaricata l’app, danno al genitore l’esatta locazione del figlio. Ma l’app non si limita a questa funzione e può mandarci una notifica nel caso il nostro piccolo si allontani troppo dal recinto che noi abbiamo impostato. E cosa succede se il bambino si toglie le scarpe per cercare di imbrogliare il genitore e scavalcare il cancello digitale? Niente paura, arriverà immediatamente un Alert sul telefono del genitore. E poi, ovviamente, selftracking a volontà: km fatti, calorie bruciate, spostamenti preferiti…Immagino che molte persone sorridano a queste “novità” che il mercato propone e magari giudichino un po’ negativamente quei genitori che decidono di dotarsi di amore intelligente (è il motto di questa società di cui non farò il nome). Ma, come sostenevo in uno degli ultimi post, una domanda serpeggia nel cuore di molti: perché devo avere l’ansia di non sapere dove si trova mio figlio quando posso monitorarlo in questo modo? Perché rinunciare ad una comodità di questo tipo che mi può permettere di continuare il mio lavoro quando lo porto al parchetto? Perché, infine, non posso avere dei dati precisi sui suoi movimenti così da poter correggere e migliorare il suo stato di benessere psicofisico? A ben vedere la domanda è sempre la stessa: perché rinunciare ad una comodità che non solo non fa male a nessuno (forse), ma permette anche di stare meglio?

Molti oggetti, prima di diventare intelligenti, erano analfabeti e dipendevano dall’utilizzo che ne faceva il proprietario. L’arrivo dell’intelligenza ha permesso a molti di loro l’efficienza, eliminando in questo modo la deficienza, qualità più tipica dell’essere umano. Detto in altri termini tutte questa intelligenza si spinge nella direzione di eliminare l’errore, l’imprevisto, ciò che altrimenti non sarebbe calcolabile: ovvero l’essere umano. Se in alcuni ambiti della nostra vita tutto questo può realmente essere utile, penso ad esempio ai semafori intelligenti che evitano code e inquinamento, in altri questo discorso può diventare molto pericoloso. L’ambito relazionale non può e non deve essere intelligente, perché altrimenti non possiamo più parlare di relazione. La relazione tra esseri umani, non solo quella tra genitori e figli, non mira all’efficienza, alla riduzione dello spreco, alla ricerca del benessere. Al contrario, la relazione è sempre in perdita, mancante, incompleta e incontrollabile.

L’innovazione tecnologica nel campo della comunicazione permette sempre di più all’uomo di soddisfare il bisogno di controllo dell’Altro, evitando così la fatica e la sofferenza che questo incontro può portare. In termini psicoanalitici si potrebbe dire che l’incontro con l’Altro è sempre insoddisfacente, in quanto il godimento dell’Uno non è mail il godimento dell’Altro, ed è necessario rinunciare al godimento autistico (quello dell’Uno) per poter incontrare l’Altro. Non c’è modo di saturare questa mancanza. Nella nostra contemporaneità, invece, ci si illude di poter finalmente porre fine a questa insoddisfazione riempiendola di “controllo” ma non ci si rende conto che in questo modo non si fa altro che creare relazioni, e quindi soggetti, incapaci di sostenere la mancanza. Intendo dire che l’idea di avere sotto controllo l’Altro, che sia il figlio, il partner o la propria immagine, non fa altro che alimentare l’illusione di avere eliminato l’insondabile e la sofferenza dalla vita. Ma non appena questo meccanismo si rompe, quando cioè capita qualche cosa che incrina questo discorso, ciò che si viene a creare è il vuoto. Non sono mai stato capace di essere un genitore, non posso sopportare che la mia donna mi lasci, non riesco più a vivere ora che la mia immagine è stata distrutta.

Questo discorso, è bene sottolinearlo, non si limita certo all’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione. Viviamo all’interno di una società che mal sopporta la mancanza, che ragiona in termini di efficienza e profitto, che pensa di avere risposte scientifiche a ogni domanda. Una realtà che proprio per questo è strutturalmente paranoica, nel senso che pensa possa esistere una verità dell’Io e dubita costantemente dell’Altro. Per questo motivo se non si va a mettere in discussione la relazione, se ci si limita solamente al conseguimento di un risultato, si perde una grande occasione di crescita per tutti. La relazione mette in discussione, fa abbandonare il terreno del certo e spinge alla navigazione in mare aperto.

In campo relazionale, tutte le volte che cediamo alla comodità del controllo perdiamo una grande occasione di incontro (certamente anche di scontro). Le relazioni intelligenti vorrebbero ridurre al minimo l’inconveniente e aumentare al massimo il piacere che l’incontro tra le persone genera. Ma come accennavo poco sopra, la relazione tra esseri umani è sempre in perdita, mancante, incompleta e incontrollabile. In questo campo è meglio restare analfabeti per poter vivere la relazione senza avere l’illusione di poterla controllare.

La clinica dei ragazzi isolati (o hikikomori)

Hikikomori_4La porta chiusa, le tapparelle abbassate, le cuffie appoggiate sopra le orecchie, le dita che battono sulla tastiera del computer e lo sguardo che si distrae interagendo con immagini inoffensive. Questa è più o meno la condizione in cui vive un ragazzo adolescente che ad un certo punto della  vita, dopo avere espresso numerosi segnali di fatica, chiude la porta della propria camera provando a cullare l’illusione di poter fare a meno dell’Altro. Non si ribella, non scappa di casa, non cerca di emanciparsi dalla propria famiglia. Al contrario va ad occupare, potremmo quasi dire blindare, un posto particolare all’interno della propria casa e famiglia. Da un lato c’è, esiste, continua ad avere un posto molto importante nella mente dei genitori. Dall’altro non c’è, viene dimenticato, messo da parte perché non prende parte attivamente alla vita della famiglia, vivendo da esiliato all’interno della propria camera-isola. Qualcosa, o qualcuno, sembra spingere il ragazzo al confino e da quella posizione all’adolescente risulterà quasi impossibile spostarsi.

Nel mito di Edipo si narra che il re Laio andò ad interrogare l’oracolo di Delfi per chiedergli se avrebbe mai potuto avere figli. L’oracolo gli rispose di guardarsi bene dal generare un figlio perché se questo fosse nato avrebbe portato al popolo tebano una grossa sciagura, uccidendo il padre e unendosi in matrimonio alla madre. Laio si spaventò e, quando la sua sposa Giocasta generò un bambino, decise, in accordo con lei, di abbandonarlo sul monte Citerone, dopo avergli perforato i piedi per essere certo che la morte lo avrebbe preso. Quel bambino non morì, ma venne salvato da un pastore che lo portò a Corinto dove venne adottato da re Polibo che gli diede il nome di Edipo. La profezia dell’oracolo non venne così aggirata ma poté realizzarsi anni dopo quando Edipo, ignaro delle sue origini, tornò a Tebe. Il mito di Edipo si apre dunque con la paura da parte di Laio e Giocasta di avere messo al mondo una creatura in grado di distruggerli e, per questo motivo, da esiliare (Edipo non viene infatti ucciso dai suoi genitori).

L’esilio sembra unire Edipo agli adolescenti hikikomori. Questi ragazzi non sono stati fisicamente allontanati dai genitori, i quali al contrario cercano di reintegrarli, ma di fatto si trovano a vivere da esiliati all’interno della propria famiglia in attesa che qualcosa o qualcuno si accorga dei loro lamenti di sofferenza e dolore, riuscendo a dargli forma e significato. La clinica con l’adolescente recluso parte da qui: dall’ascolto. Un ascolto difficile, in alcuni casi quasi impossibile perché la rabbia nei confronti dell’Altro è molto forte e il terapeuta che varca la porta della camera non può che essere il primo rappresentante di quell’Altro. Un ascolto che però, nonostante queste difficoltà, deve riuscire a tacere l’amore, usando le parole di Lacan riprese con cura dal lavoro di Recalcati (La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto). In un’epoca storica in cui si vorrebbe standardizzare tutto per poter cullare l’illusione di coprire la mancanza, la clinica  estrema con questi adolescenti non può prescindere dall’uno per uno. Ciascun ragazzo è custode della propria singolarità e volere pensare che esista una categoria denominata hikikomori significa uccidere la loro singolarità, arrivando a teorizzare che possano esistere uno o più motivi, magari anche semplici, che hanno portato alla chiusura. Questo non significa, però, che non si debba insistere su questo lavoro, sulla ricerca di alcuni elementi della nostra contemporaneità e della clinica che ritornano, in quanto possono essere utili ai genitori e a chi si vuole occupare della disperazione di questi ragazzi. Troppo spesso, infatti, mi è capitato di ascoltare genitori che hanno incontrato lungo il loro percorso terapeuti interessati a prendere in carico il ragazzo ma non a prendersi cura di esso. Intendo dire che se si vuole lavorare con questi ragazzi è necessario interrogare in primo luogo la propria idea di clinica. Troppi abbandoni, avvenuti durante la cura da parte dei diversi terapeuti coinvolti, non fanno altro che sottolineare al ragazzo la propria inadeguatezza e possono allungare i tempi dell’esilio.

Ad un certo punto della vita di questi ragazzi, quando avviene la reclusione, subentra una sorta di disinteresse per il reale del mondo esterno compensata da un grande interesse per la vita “virtuale”. Il mondo filtrato dal computer è più pieno, in quanto in esso l’adolescente può vivere senza sentirsi mancante. Riprendendo un celebre detto di Freud, “l’Io non è padrone a casa propria”, potremmo dire che in questi casi “l’Io torna ad essere padrone a casa propria”, illudendosi di poter avere tutto sotto controllo e di non perdere nulla. Ma alla base di questa situazione, a mio parere, c’è una non scelta: questa è l’unica condizione possibile per poter continuare a vivere. Occupare quella posizione di Io padrone a casa propria consente infatti al ragazzo di esistere, di trovare un senso alla propria esperienza di vita. Il computer e le diverse attività portate avanti dal ragazzo vanno certamente ad alimentare questo Io (in molti casi hanno anche un ruolo riabilitativo) ma alla base di questa non scelta c’è la necessità di non perdere quell’unico posto che consente di esistere. Pensare di poter strappare il ragazzo da quella situazione diventa allora impossibile, oltre che pericolosissimo. I genitori raccontano infatti di tentativi falliti, scivolati spesso anche in violenza, di strappare da questa condizione di paralisi i figli. A non funzionare, sembra essere la parola imperativa che dice “adesso esci. Punto”. Parola che è spesso cullata illusoriamente anche da alcuni terapeuti, i quali vedono la causa di questa situazione in un’assenza di regole. Ad essere mancante non è tanto la regola non detta dal padre, quanto piuttosto la funzione paterna: non esiste quell’almeno uno non castrato che permette al ragazzo di dare senso alla propria vita. Non esiste un padre contro il quale il ragazzo ha potuto scagliarsi, ribellarsi, ma anche sentirsi protetto. Un po’ come Edipo, il quale uccide suo padre senza sapere chi fosse, il ragazzo adolescente lotta senza trovare dall’altra parte un padre. L’insegnamento di Lacan ci indica che la funzione di padre non si sovrappone a quella di padre biologico e non è quindi corretto pensare che la colpa di questa situazione cada sulle spalle del padre. Qualcosa però a questo livello non funziona, si è bloccato, non viene sentito. Il padre non è assunto a Ideale dell’Io, la sua parola cade nel vuoto, è limitata forse anche dalla parola della madre che teme che qualcosa di grave potrebbe succedere se la regola dovesse irrompere nel reale con irruenza. La situazione rimane allora sospesa nell’impasse, nella paura che il figlio possa stare male o reagire, accettando che viva in quell’unica condizione possibile, quella in cui può continuare ad essere figlio legato, almeno a livello immaginario, alla madre. Non possiamo non notare, infatti, che quella camera chiusa, protetta da un amore incondizionato  all’interno della casa, dalla quale ogni giorno entra cibo ed escono piatti sporchi, ricorda moltissimo il feto materno.

La clinica dell’adolescente recluso è radicale, impone al terapeuta di ripensare alla propria idea di clinica, di mettersi in una posizione di ascolto resa complicata dall’apparente assenza di domanda del ragazzo.    

Se volete vedere un cortometraggio che parla di adolescenti che decidono di chiudersi all’interno della propria abitazione potete scaricare il cortometraggio American Hikikomori.

Il tempo perduto del padre

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C’era una volta, qualche decennio fa, una classe di liceo che si alzava in piedi quando il professore entrava in classe. Quegli stessi alunni, tornati a casa, ascoltavano con rispetto i genitori e non rispondevano loro quando venivano criticati. Mai si sarebbero sognati di insultare il proprio padre. La Legge non era messa in discussione ed era il punto da cui partire.

Il racconto di questo tempo mitico, dove la Regola regnava sulla vita delle persone creando anche molta sofferenza, è molto attuale. Quando si parla dei giovani contemporanei, infatti, si sente spesso dire che sono senza regole, senza valori, senza ideali e senza Padri. Di fronte alle difficoltà educative che oggi si possono incontrare, ci si appella così alla malinconia e a quella Legge che non era mai messa in discussione. Un padre che parla ad un figlio, un professore che si rivolge ad un allievo, un anziano rispettato da un giovane. 

Oggi, nel tempo della social media education, le generazioni connesse sembrano credere molto più nella rete che nella regola. Se tutti la pensano in un modo significa che quel modo è quello giusto, anche se la regola dice il contrario. In fondo basta firmare una petizione online, fare un flash mob, mandare infinte mail precompilate ai politici di turno per fare valere la rete e il suo potere. La regola sembra essere messa in secondo piano, superata, resa inutile dalla rete che da sola può soddisfare qualsiasi bisogno della persona. Ma è realmente così semplice liberarsi dalla regola? Secondo l’ideologia che crede che il web possa liberare gli umani dai propri problemi sì. Prendiamo ad esempio questa pubblicità uscita all’inizio degli anni ’90 sul primo numero di Wired (rivista che si occupa di nuove tecnologie). La Logitech, per pubblicizzare il proprio mouse, decide di utilizzare l’immagine di un bambino che indossa un pannolino con sotto la scritta “feels good”. Nella pagina accanto compare la foto dello stesso bambino, questa volta senza pannolino e intento a compiere l’atto del fare la pipì in piena libertà. Sotto di lui la scritta “feels better”. Tramite il web, sembra dire questa pubblicità, saremo finalmente liberi di fare quello che vogliamo senza nessun impedimento esterno.

Feels good

Eludere la regola, prendersi gioco della Legge, ipotizzare un mondo in sua assenza non è però realmente possibile ed è per questo che oggi si assiste alla dietrologia che vorrebbe il ritorno di un padre autoritario in grado di rimettere tutti  in fila e riportare l’ordine. La responsabilità di questo cambiamento, che ha radici molto profonde, non è ovviamente del web ma possiamo pensare che la connessione digitale abbia velocizzato e amplificato questo processo di cambiamento. Forse, potrei provare a dirla così, Internet ci ha dato la possibilità di sperimentare una vita in assenza di regola. L’illusione di non possedere più il proprio corpo e di poter così muoversi liberamente e con leggerezza in questo nuovo spazio sempre più ricco di vita ha portato l’ideologia comune a credere nella possibilità di una vita senza affanni e sofferenze. Tutto questo è evidente nel lavoro clinico con gli adolescenti, che trovano nel web uno spazio di tranquillità, dove possono muoversi senza venire giudicati e dare libero sfogo alla propria immaginazione e creatività. Non c’è motivo di limitare questo spazio o avere delle regole che ne controllano l’uso: chi ha avuto successo nel web ha osato e ha sfruttato le potenzialità di questi nuovi mezzi di comunicazione e socializzazione. Il genitore o l’insegnante che danno regole diventano allora obsoleti, inutili, un impedimento alla propria realizzazione. Il problema più grande di questo discorso è che spesso sono gli stessi adulti a credere nell’antichità delle regole inscritte nei propri strumenti educativi e a sposare l’idea che nella nostra contemporaneità non serva più una Legge a cui appellarsi. Il problema, a mio avviso, si colloca proprio in queste punto, ovvero nell’illusione di aver trovato una maniera per poter superare le sofferenze che la Legge, sia essa morale o etica, infligge all’essere umano. Ma, come si può ben intendere, tutto ciò a che fare con una pura illusione, con un discorso vuoto e ripetitivo che non fa altro che riproporre il consumo del godimento. Perché, che lo si voglia o no, continuiamo ad avere bisogno della Legge.

[Lo stesso web, tra l’altro, per funzionare ha bisogno di leggi che ne regolano il funzionamento. Ho però l’impressione che tutto questo resti molto nascosto e che sfrutti questa ideologia neoliberale per portare avanti interessi economici e politici in assenza di un reale contraddittorio.]

Forsesì ma; dipende sempre, a meno che non si , dica, il contrario!, daquello che si vuoledire?

Senza regole non esiste relazione tra le persone. La regola permette lo scambio, l’incontro e lo scontro, la comunicazione e il dialogo e soprattutto apre le porte al desiderare. Questa presunta assenza di regola di cui tutti parlano non è che un tentativo maldestro di nasconderla e di metterla in ridicolo, pensando così di poter ottenere una presunta libertà e ricavandone un maggior godimento. Forse potremmo dire che oggi i giovani fanno fatica ad accettare la regola e che sono portati a considerarla un impedimento piuttosto che un’opportunità di relazione. Ma non possiamo parlare dei giovani senza fermarci ad osservare il mondo degli adulti: il bambino, infatti, è parlato dall’Altro prima ancora di essere un soggetto parlante. Una regola, per poter essere presa in considerazione, ha la necessità di essere raccontata all’altro. Oggi, molto più che ieri, la Legge non è già data, non è iscritta in un ordine assoluto. Al contrario è necessario che diventi atto, ovvero che venga testimoniata.

Come si diceva il cambiamento a cui stiamo assistendo è molto profondo e non possiamo certo pensare che la responsabilità di tutto questo sia dei social media. Quando parliamo di generazioni connesse non ci stiamo riferendo solo agli adolescenti e ai loro smartphone, ma al fatto che non esista più distanza tra le generazioni. Spesso i genitori sembrano vivere nella stessa confusione relazionale dei figli, per non parlare di come la precarietà lavorativa abbia appiattito le differenze tra persone di età diversa. Ma anche in questo caso non serve farsi prendere dal disfattismo e richiamarsi con nostalgia a quel tempo in cui regnava un presunto ordine assoluto che dava tranquillità. Come può dunque essere in funzione la Legge tra le generazioni troppo connesse?

Alcuni genitori, durante le consulenze, mi dicono che hanno provato più volte a dare delle regole al figlio ma sempre senza ottenere alcun beneficio. In alcuni casi, presi dall’esasperazione, si è pure arrivati allo scontro fisico che però non solo non ha risolto la situazione ma ha allargato la distanza relazionale e la possibilità di comunicare all’interno della famiglia. Non si tratta dunque di richiamarsi solo alla regola o di volerla far funzionare con violenza. Anche perché in questo modo non si fa altro che dare tutta la responsabilità di quello che sta capitando al ragazzo che diventa così un incapace, un maleducato (espressione curiosa che diventa molto ambigua quando a dirla è un genitore nei confronti del proprio figlio), un pigro che non ha voglia di fare altro che pensare alla propria soddisfazione.

Se si vuole far funzionare la legge tra le generazioni per prima cosa è necessario che in famiglia ci sia un racconto in atto. Un racconto del figlio, certo, ma anche del padre e della madre, delle loro famiglie e del tempo in cui stiamo vivendo. Quando si è all’esasperazione, infatti, l’altro è appiattito sulle proprie difficoltà e non c’è più spazio per poter inventare qualcosa di nuovo. Il discorso diventa allora vuoto, ripetitivo e sterile. Si sente un padre che parla del figlio non vedendo più possibilità di successo, una madre che sostiene che il padre abbia sbagliato tutto perché non si è mai fatto rispettare e un padre che rimprovera la madre di non essere mai stata in grado di offrire accudimento al figlio. L’atto del raccontare permette di interrompere questo processo circolare, di permettere alle parole di dire qualcosa di differente, di essere autentiche nel cercare quel tratto che rappresenta la novità. In questo racconto, come per magia, la distanza generazionale può riprendere ad esistere e la legge, non più assoluta, può trovare un suo posto autorevole e unico, da dove può esigere di essere rispettata.

La nostra contemporaneità ci offre la possibilità di sperimentare una qualche forma di libertà che però diventa improvvisamente vuota se non incontra un racconto in grado di renderla viva. La distanza generazionale, che sembra non esistere più a livello assoluto, può allora essere in atto solo nel racconto di ciascuna persona, testimoniata con la propria esperienza di vita. Lo stesso discorso vale per la Legge, che anche se non è più data per scontata non è scomparsa e deve trovare il modo di essere vissuta, raccontata. I giovani non hanno bisogno di nuove regole, magari messe a tavolino per cercare di arginare un nuove fenomeno, ma di adulti in grado di testimoniare con la propria vita l’importanza etica di una Legge che, proprio perché limita, apre le strade al desiderare.

HIKIKOMORI il ritiro di un ragazzo

hikikomoriSembra impossibile che un ragazzo, nel pieno delle sue forze, possa decidere di ritirarsi all’interno delle mura domestiche e decidere di non uscire più. Eppure, anche in Italia, questo fenomeno è reale. Capita sempre più spesso che nello studio di uno psicoterapeuta arrivino genitori che non sanno più cosa fare per evitare questa reclusione estrema del figlio. In alcuni casi sono gli stessi ragazzi ad utilizzare la mail per raccontare la loro sofferenza e cercare una possibile apertura.

I motivi che spingono alla chiusura possono essere numerosi, diversi da ragazzo a ragazzo. Spesso il filo conduttore che collega tutte queste storie è la paura dell’incontro con l’altro, il non riuscire a sopportare il peso di un giudizio che arriva ad immobilizzare. La reclusione sembra allora essere l’unica possibilità per evitare questo sguardo, per non sentirsi più stupidi, per non dovere più subire la violenza di tanti sguardi che altro non fanno che rimandare un giudizio negativo. Ci tengo a sottolineare che lo sguardo dell’altro non è strettamente legato ad episodi di bullismo o di presa in giro da parte dei compagni. Questo significa che le radici di questi sguardi così difficili da sopportare sono da ricercare all’interno della persona e non solo nel comportamento degli altri. Proprio il rapporto con questo sguardo è la chiave che chiude la porta, ma che allo stesso tempo la può anche riaprire.

La relazione, in adolescenza, rappresenta un passaggio complesso. Come raccontavo ad un mio giovane paziente, quando si è piccoli si vive nella naturalità delle relazioni e degli affetti. Non c’è bisogno di chiedersi come si fa a stare insieme ad un’altra persona, semplicemente lo si fa. L’adolescenza, con le sue grandi trasformazioni, può smascherare questa naturalità: l’incontro con l’altro non è naturale, la relazione richiede una messa in gioco da parte dei vari soggetti e proprio qui si possono trovare le prime difficoltà. Quando si cammina, normalmente, non si presta attenzione ai movimenti che il corpo deve coordinare per andare avanti. State però certi che, se vi dovesse venire male ad un ginocchio, quel movimento prima così naturale rivelerebbe tutta la sua costruzione. Quel sintomo, il male al ginocchio, vi metterebbe davanti agli occhi ad ogni passo il movimento incriminato e vi spingerebbe a cercare dei modi per limitare quel male. In alcuni casi si zoppica, in altri ci si siede, si prende un anti-infiammatorio, si va dal medico. La relazione, arrivati in adolescenza, può assomigliare a questa camminata con un ginocchio che fa male. Non c’è parola, scambio, sguardo, che non sottolinei la difficoltà e il dolore. Tutto diventa innaturale, gonfiato anche dal pensiero che non fa altro che sottolineare le proprie mancanze nei confronti dell’altro. La relazione diventa così insopportabile fino ad arrivare ad essere insostenibile. All’inizio si zoppica un po’, poi ci si siede, si prende una medicina e poi, se tutto va bene, si chiede aiuto.

In questa sequenza il web sembra assumere il ruolo dell’anti-infiammatorio. Grazie ai giochi online, alle serie TV, ai social media, ai forum e a tutto quello che il web può offrire si continua a stare in relazione all’altro. Si fa esperienza dello sguardo, in maniera più protetta e nell’assenza del corpo. Si incontra l’altro utilizzando soprattutto la dimensione immaginaria, escludendo da questa relazione quel corpo che porta con sé il sintomo, la sofferenza, il disagio. L’incontro, però, avviene e questo permette di andare comunque avanti e di non fermarsi del tutto.

Il passaggio successivo è quello di chiedere una mano per uscire da una condizione che non può soddisfare pienamente. Il corpo non è infatti solo il luogo del sintomo e della sofferenza, ma è quello spazio che permette di relazionarci all’altro intrecciando la dimensione immaginaria e simbolica a quella reale. Solo a questo punto, con questa apertura, è possibile essere accompagnati ad incontrare l’Altro nella sua complessità.

Concludo pubblicando questo commento che qualche mese fa ho ricevuto sul mio blog (per ragioni di privacy ho dovuto modificarne alcune parti):

“Gentile dottore,

sono uno studente fuori sede all’Università di Roma.

Oramai da 5 mesi vivo recluso nella camera di casa mia. Sono un hikikomori. Rifiuto la società, rifiuto di vedere le altre persone e ho enormi difficoltà a parlare. Mi sento sempre attaccato e giudicato. Spesso digiuno pur di evitare di affrontare le altre persone. Vivo tra il mio letto ed il mio bagno, attaccato allo schermo del computer. Le giornate, le ore, non hanno senso per me.

Non faccio niente tutto il giorno. Non chatto, non gioco ai videogiochi, non faccio sport, non incontro persone. Le mie giornate sono vuote tristi ed uguali. Spesso mi rifiuto di mangiare e di bere. Ogni gesto mi costa fatica ed ogni volta che mi confronto con le altre persone mi sento sempre più stupido ed estraneo al mondo, e la mia voglia di scappare via aumenta.

I miei genitori non sanno più cosa fare con me. Io mi sento sempre più un fallito, una persona asociale inutile e stupida. Ho bisogno di aiuto, da solo non ne esco.

Ho un bisogno disperato di incontrare altri ragazzi/persone come me, per sentirmi meno solo e stupido. Vorrei anche essere aiutato a stare in società. Imparare a vivere come una persona normale che si sveglia, mangia, studia, lavora, riposa, vive.

Per me, ogni giorno aprire la porta di casa ed uscire e’ un’impresa.”

In questo post ho potuto solo accennare ad alcune questioni teoriche. Per chi volesse approfondire maggiormente l’argomento consiglio la lettura del libro Il corpo in una stanza (2015, Spiniello, Piotti e Comazzi, Franco Angeli).

La violenza nei video game: spaventa ma non fa male

Un-gioco-sparatutto_h_partbUn video game con contenuti violenti rende un giocatore più aggressivo e propenso ad essere a sua volta violento? Se negli ultimi mesi avete letto alcuni quotidiani o visto alcuni programmi TV la risposta che vi darete sarà senza dubbio sì. I media sono stati infatti teatro di un duro attacco al mondo dei video game “violenti”. Riccardo Luna, su Repubblica, in un articolo dal titolo “Non è un gioco degradare le donne – L’appello contro il video game violento” scrive: “Sul tavolo del presidente del Consiglio Matteo Renzi è arrivata una lettera che parla di sesso, bugie e videogame. Parla di uno scandalo che accade tutti i giorni in milioni di case: le nostre. L’ha inviata la vicepresidente della Commissione Cultura della Camera, la scienziata Ilaria Capua.” L’articolo parla della violenza presente in GTA V, descrivendo alcune delle scene in cui un giocatore può trovarsi mentre gioca:

“Carichi in macchina una prostituta, scegli quale servizio farti fare, da 50, 70 e 100 dollari: li scegli tutti e tre, in sequenza, e te li godi con calma. Dopo il pagamento del compenso pattuito la donna  si allontana a piedi ma in GTA non può finire così: infatti il protagonista la inquadra nello specchietto retrovisore, accelera e la investe ripetutamente. Poi scende dall’auto, la vede in una pozza di sangue e le dà fuco, come un terrorista dell’IS con un ostaggio e, nonostante sia già morta da un pezzo,le scarica addosso una sventagliata con un mitra. Così. Con una crudeltà da lasciare senza fiato. E lo chiamano gioco”

Se leggessimo questo trafiletto sulle pagine di cronaca (e purtroppo a volte capita, declinato in varie sfumature di violenza) non potremmo che rimanere profondamente turbati dalla cattiveria dell’essere umano. Ripeto, purtroppo a volte capita. Ma qui stiamo parlando di un’altra cosa, di un video game e non dobbiamo fare confusione.

Lo Swedish Media Council (agenzia governativa il cui compito primario è quello di sostenere i minori nell’utilizzo sempre più cosciente dei media e difenderli dall’influenza dannosa che questi possono avere) ha fatto uscire un articolo in cui analizza le diverse ricerche che sono state fatte per tentare di collegare la violenza nei videogame con la violenza nella vita reale. Che ci piaccia o no, nessuna di queste ricerche è stata in grado di dimostrare questa connessione. Alcune ricerche hanno fatto vedere che le persone, dopo avere giocato a video game con contenuti violenti, mostrano atteggiamenti, pensieri o sensibilità differenti, collegabili all’aggressività, da chi ha giocato invece a video game non violenti. Ma questo, come giustamente sostengono i ricercatori, non significa che queste ricerche abbiano dimostrato un legame con la violenza e/o l’aggressività nella vita di tutti i giorni. In laboratorio, per ragioni etiche, la violenza non può essere provocata. Non c’è quindi modo di collegare l’esposizione al gioco violento con la propensione a diventare violenti nei confronti delle altre persone. Possiamo dire che chi gioca a GTA, dopo aver giocato, giudichi alcune immagini che rappresentano la violenza in maniera meno “grave” rispetto a chi non ha giocato, ma non che è diventato potenzialmente più aggressivo. Dunque, che un videogame possa far diventare le persone violente, non è dimostrato e, per come la penso io, neanche dimostrabile in futuro.

Se le ricerche a supporto di questa tesi sono così poco scientifiche, perché l’opinione pubblica è così tanto propensa ad accettarle? Le ragioni sono probabilmente da cercare altrove.

Anche perché la violenza in alcuni videogame, come ha fatto notare Marco Mazzaglia nell’incontro che sabato abbiamo organizzato all’interno delle giornate formative di T-Union (un gruppo costituito da sei studi di videogiochi, applied games e computer grafica di Torino, e veterani appartenenti alle differenti aree di competenza per promuovere la game industry nell’area torinese) c’è sempre stata. A partire da quando nel 1976,giocando a Death Race 2000, si potevano uccidere le persone passandogli sopra. I pixel non permettevano un grande realismo, è vero,ma il concetto era piuttosto chiaro.
death race

Il gioco, nel corso degli anni, è radicalmente cambiato. Oggi non giocano più solo i bambini, ma anche gli adulti, e spesso utilizziamo il termine gioco per parlare di azioni molto differenti. Se il bambino gioca a “fare il grande”, facendo grandi (piccoli per lui) sforzi di immaginazione, l’adulto gioca per staccare dalla vita quotidiana, per pensare ad altro e anche, perché no, per dare voce ad alcuni aspetti della propria identità che altrimenti resterebbero nascosti. Tra questi aspetti è certamente presente anche l’aggressività. Se prendiamo come esempio alcuni sport, come il rugby o le varie discipline di lotta, ci possiamo accorgere di come la dimensione aggressiva venga in qualche modo espressa all’interno di un gioco dotato di regole e valori: in questo modo il gioco confina l’aggressività, offrendo una forma accettabile e sostenibile. Nei videogame, l’elemento aggressivo, viene espresso in maniera più diretto, ma sempre all’interno di un gioco dotato di regole e valori. Un ragazzino appassionato di videogame multiplayer mi raccontava di come tentasse di insegnare agli altri giocatori a combattere in maniera leale e divertente.La dimensione virtuale permette di muoversi a cavallo tra la finzione e la realtà, di provare emozioni vere in ambienti costruiti apposta per far vivere certe esperienze. In questo ambiente la violenza può venire espressa e non celata, può venire provata, si può andare oltre e correre dietro alcune fantasie nascoste: il tutto senza fare male a nessuno e provando emozioni molto intense, in quanto ci si muove all’interno di un gioco virtuale che può avere regole diverse dai giochi “classici”.

DeathRace_arcadeflyerL’età media del videogiocatore in Italia, inoltre, non è 15 anni, ma 28/30 anni. Molti prodotti che vengono immessi sul mercato hanno come target questa fascia d’età. Anche per questo motivo esiste la classificazione PEGI che aiuta a scegliere che tipo di esperienza far fare ai propri figli. Perché di questo si tratta, di un’esperienza. Se un gioco pensato per adulti viene fatto fare a dei bambini, l’errore è all’origine. La stessa violenza, se giocata “con maturità”, può permettere a chi gioca di elaborare i fatti che capitano nel gioco, di scegliere di non partecipare al alcune scene o, ancora, di cambiare gioco. Se invece accede a video game violenti chi non ha questo livello di maturità, l’esperienza che se ne può fare è assolutamente limitata e potenzialmente pericolosa. Non perché si rischi di mettere in atto alcuni comportamenti “provati” giocando, ma perché si è fatta un’esperienza a cui non si è stati in gradi di dare significato. Perché ammazzare una persona? Perchè sparare? Perché la donna viene degradata? Sono tutte domande a cui un ragazzino non ha risposte e che rischiano di non aiutarlo nel cammino di crescita. Per questo mi sembra che il punto su cui dobbiamo soffermarci è quello dei valori che come adulti si decide di passare ai propri figli. Questo discorso vale ovviamente per i video game, ma anche per tante altre attività che i ragazzi fanno. Occorre assumersi la responsabilità della scelta educativa, anche in questo campo. Penso sia un errore comprare al proprio figlio GTA V e poi lamentarsi della violenza presente nel gioco. Oggi abbiamo la possibilità di informarci, di leggere recensioni, di vedere trailer…e soprattutto di farci consigliare dalla classificazione PEGI.

140326-oculus-facebook-mms-1409_92afcdb8918b50296e18c64bdb3333bbI video game sono entrati nelle nostre case e sicuramente nei prossimi anni potremo fare delle esperienze virtuali sempre più intense ed emotivamente significative. Questo non è uno scandalo, è un’opportunità che abbiamo di allargare la nostra possibilità di azione. Ma se tutto questo non viene mediato dal mondo degli adulti, non possiamo pensare che i ragazzi facciano da soli. Da un lato non si permette più ai ragazzi e ai bambini di giocare liberamente nelle città, nei parchi e nei  cortili dei condomini..dall’altra li si lascia liberi di giocare a tutti i video game in commercio. Il video game, anche se giocato in salotto, fa fare un’esperienza. Forse bisognerebbe invertire questa tendenza, lasciando i ragazzi più liberi di giocare all’aria aperta(come ci ricorda Peter Gray in questo interessante articolo) e accompagnandoli nella scelta di quei video game che possano in qualche modo permettere loro di fare esperienza positive e dotate di significato.

Cyberbullismo: l’identità è in gioco!

Articolo presentato al convegno “Non BullArti di me” organizzato dal centro studi Sereno Regis


20141211_172804Viviamo immersi nell’immagine e, cosa ancora più pericolosa, confondiamo quell’immagine con la nostra identità. Sarebbe troppo facile, però, dare tutta la responsabilità ai social media. La verità è che i social ci piacciono tanto proprio perché ci consentono di mettere l’immagine, la nostra immagine, al centro del nostro universo.

Pur non dando la colpa ai social media, però, dobbiamo notare come l’utilizzo dei social abbia portato le persone a relazionarsi in un modo del tutto inedito: online, senza corpo, immersi nell’immagine. Prima di quel momento, l’utilizzo del web e delle nuove tecnologie non chiamava in causa l’identità. Da quando invece abbiamo cominciato ad entrare in relazione con altre persone anche online, la nostra identità è entrata in gioco.

Come sostengono molti esperti, la distinzione tra mondo online e mondo offline sta scomparendo. Non è infatti più possibile tracciare una linea di demarcazione netta tra ciò che è online e ciò che offline. Viviamo muovendoci costantemente tra queste due dimensioni e spesso lo facciamo senza accorgercene. Quali sono le conseguenze di questo discorso per la nostra identità?

In un passaggio molto interessante del suo libro, Alex Krotoski si chiede “But is my collection of status updates, photos, videos, blogposts and podcasts really me? It’s one expression of self, for sure. It’ s also one that I manipulate” (“Ma la raccolta dei mie status, delle mie foto, video, post e podcast mi identificano? Certamente è una espressione della mia identità. E’ anche quella che posso manipolare” Krotoski A., Untangling the web). 

Dunque, se è vero che io posso cercare di capire chi sono guardando lo schermo del mio smartphone, è altrettanto vero che quello specchio digitale ci restituisce un’immagine facilmente manipolabile.

Immagine e identità nei social media

L’immagine e l’identità trovano pertanto un nuovo modo di connettersi all’interno dei social media. I social operano prevalentemente attraverso immagini. Si pensi a Facebook e al susseguirsi di immagini che parlano, anche in maniera molto intima, di noi e degli altri. Con immagine non intendo solo le fotografie, ma tutto quello che avviene sul social (post, commenti, condivisioni di canzoni, video…). Ogni azione, all’interno di un social, contribuisce a costruire la propria immagine e quella degli altri. Io posso decidere che lato di me fare vedere e quale no, in che modo ritrarmi, che idea voglio dare di un certo mio comportamento, che cosa desidero che un altro noti. Ugualmente posso fare in modo che i miei difetti, le mie imperfezioni, i miei sintomi scompaiano. Questo discorso vale sia da un punto di vista fisico (se non mi piace il mio naso farò in modo di ritoccarlo o di mettere in rete solo foto accuratamente scelte) sia caratteriale (se sono timido posso fare in modo di condividere video di sport ad alto contenuto di adrenalina e partecipare a conversazioni in maniera aggressiva). Online è pertanto possibile costruire la propria immagine, eliminandone o nascondendone i difetti, operazione che non è invece consentita offline.

Questa immagine, all’interno dei social media, si pone in una posizione di rilievo. Se io metto insieme tutte le mie condivisioni posso avere uno sguardo dall’esterno della mia persona. Posso vedere che tipo di musica ascolto, in quali giorni e in quali ore, che tipo di selfie pubblico, con quali amici parlo più di un argomento, gli spostamenti fatti nella mia giornata. La mia immagine prende una forma nuova, in qualche modo si oggettivizza, e per la prima volta è possibile osservarla dall’esterno. Mai prima d’ora avevamo avuto la possibilità di svolgere questa azione. In questo modo abbiamo anche l’opportunità di controllarla e monitorarla, facendo in modo che sveli o veli quello che noi vogliamo.

Online la nostra identità si esprime pertanto attraverso l’immagine. Come abbiamo visto, però, questa immagine è costruita, manipolabile e molto esposta.

Cosa accade quando viene attaccata, colpita o minacciata?

Immagine e cyberbullsimo

cyberInizialmente si è parlato di cyberbullismo come di un fenomeno nuovo legato all’emergere dei nuovi strumenti di comunicazione. Poi si è passati al dire che bullismo e cyberbullismo sono due facce della stessa medaglia e che non li si deve separare. Adesso, l’ultima frontiera, è parlare solo più di bullismo perchè, se ci muoviamo in continuità con la realtà, non è necessario fare una distinzione. Fermiamoci un attimo, perché il rischio di fare confusione è molto alto.

Come ho già detto, sicuramente esiste una continuità tra mondo online e mondo offline e quindi anche tra cyberbullismo e bullismo. Non possiamo però negare che il cyberbullismo abbia alcune caratteristiche uniche, che non si trovano nel bullismo. Sarebbe come dire che non ci sono differenze tra il relazionarsi di persona e relazionarsi via facebook: magari la persona con cui ci si relaziona è la stessa, ma i modi sono diversi.

Accennavo prima al fatto che le nuove tecnologie ci portano con molta più facilità a confondere l’immagine con la propria identità. Questo significa che quando la propria immagine viene attaccata le conseguenze per l’identità possono essere dolorose. Pertanto, è vero che per esserci bullismo ci deve essere una violenza perpetuata nel tempo e una differenza di potere, ma è altrettanto vero che online, in alcune circostanze, anche la semplice offesa può diventare molto violenta.

Perché dobbiamo porre attenzione a questa distinzione e ribadire che immagine e identità non devono essere sovrapposte?

In primo luogo perché se online, espressa tramite l’immagine, c’è la mia identità, quando questa viene colpita o minacciata, io posso stare molto male.

L’immagine è certamente parte dell’identità, ma l’identità di una persona non si esaurisce, per fortuna, nella sua immagine. Un ragazzo può dare un’immagine di sè online molto diversa dal suo modo di essere nella vita offline. Prendiamo ad esempio il caso di una ragazza di 15/16 anni che non ha mai avuto relazioni sentimentali e sessuali con altri ragazzi. Non sopportando questa situazione, che la fa soffrire, decide di assumere un atteggiamento provocatorio online, in particolare su Facebook o su Ask.fm. Qui vediamo un primo giro di manipolazione della propria immagine. Le sue provocazioni non passano inosservate e cominciano ad arrivare commenti di ragazzi che rispondono alle sue provocazioni. Lei si diverte, si sente gratificata, appaga almeno in parte la carenza che sente di avere nella vita di tutti i giorni. Ecco il secondo giro di manipolazione. I problemi arrivano quando la sua vita offline incontra quella online. Accade allora che qualcuno che la conosce anche nella vita online comincia a prenderla in giro, a darle della prostituta, sia online che offline. Lei soffre per tutto questo perché quello che ha messo in scena online voleva solo essere un modo per provare a superare alcune difficoltà che stava incontrando nella vita di tutti i giorni. Pensava fosse solo un’immagine di lei, un gioco, un modo per fare esperienze. Il fatto di soffrire, di trovare un riscontro nella vita offline, la porta però a vivere tutto questo come se si ponesse non a livello di immagine, di fantasia o di aspettativa ma di identità. Alla fine si convincerà di quello che le dicono le amiche, online e offline: “Sono una prostituta”.

Il cyberbullismo, come spero si sia potuto cogliere, è pertanto un fenomeno che, muovendosi  attraverso le immagini, può arrivare a colpire l’identità dei ragazzi in maniera molto profonda. Diventa importante, pertanto, far capire ai ragazzi questi due passaggi: a) la loro esistenza non si esaurisce con la loro immagine;  b) è necessario porre molta attenzione alla propria immagine online.

In Africa

2014-08-05 07.08.06Sono stato in Uganda per 5 settimane. Un’esperienza bella, intensa, ricca da tutti i punti di vista. Ho incontrato tante persone, visitato posti molto belli, passato del tempo con chi non possedeva altro che il proprio sorriso, scoperto una cultura così diversa dalla nostra. Forse, a ben pensarci, il regalo più grande che queste persone mi hanno consegnato è la “perdita del giudizio”. Già, proprio così. Il giudizio a cui noi occidentali siamo tanto legati qui non serve proprio a nulla e, anzi, rischia di non farti cogliere tutta la ricchezza che è presente in questo posto. Quando si perde il giudizio, si prova una sensazione di leggerezza che permette di incontrare le persone nella loro unicità. Con questa leggerezza ho scritto questi appunti e con la stessa leggerezza spero vengano letti. Non penso di avere scritto la “cosa giusta”, ho solo provato ad articolare alcune questioni che hanno stimolato la mia curiosità e  voglia di scoperta. Alcune domande che mi sono posto, sono scomode e avrei preferito lasciarle stare perché toccano da vicino alcuni aspetti della nostra contemporaneità. Ma non ho potuto fare a meno di proseguire, perché sono convinto che è proprio dalla scomodità, dal sintomo, dal mal funzionamento, che può nascere la vita autentica.

2014-08-22 15.47.50Nelle prossime settimane pubblicherò i miei appunti. Il blog, che fino a questo momento ha accolto solo articoli riguardanti il rapporto tra l’essere umano e la tecnologia, si arricchirà pertanto di parole che trattano argomenti solo in apparenza diversi. Sono infatti convinto che proprio l’assenza di giudizio debba guidarci nella scoperta dell’essere umano e delle sue infinite sfaccettature. In un mondo che sta diventando sempre più digitale, infine, mi chiedo come fare per evitare ai paesi più poveri un nuovo “capitalismo umanitario”, come lo definisce Morozov (Internazionale n.1066).

L’educazione digitale, forse, passa anche da qui.

“Educazione Digitale”

Educazione Digitale“Ti è mai capitato di parlare con qualcuno e avere la sensazione che non ti stia ascoltando perché concentrato sul suo smartphone? Di avvertire che le nuove generazioni parlino un linguaggio distante anni luce dal tuo? Di tranquillizzare il tuo bambino utilizzando un tablet? Di fronte ai numerosi e profondi cambiamenti che la rivoluzione digitale sta portando, il mondo degli adulti si divide solitamente tra chi è a favore delle nuove tecnologie e chi è contrario. Se si vuole essere educatori nel tempo digitale, però, bisogna trovare una strada nuova. Occorre diventare “educatori funamboli”, in grado cioè di accogliere l’innovazione tenendo sempre presenti gli aspetti irrinunciabili di una buona educazione” (Rossetti A., (2014), Educazione Digitale, 40K)

 

Oggi abbiamo una grande opportunità.

Le nuove tecnologie stanno modificando il nostro modo di rapportarci alla realtà e stiamo assistendo ad un cambiamento dei modelli educativi classici. Di fronte alle novità, spesso, possono prevalere la paura e l’ansia, con il rischio di trovarsi in balia degli eventi. In questo ebook, pubblicato da 40K, racconto i principali cambiamenti che stanno avvenendo nella nostra società e provo ad indicare una possibile direzione da seguire per poter trasformare la paura in curiosità e in desiderio di cambiamento.

Il rischio, oggi, è che l’educazione digitale si trasformi in uno sterile, pericoloso e inutile tentativo di controllo delle nuove tecnologie e dell’uso di Internet. Al contrario, è importante accorgersi delle grandissime potenzialità che questi nuovi strumenti ci offrono, anche in campo educativo. Per poterle sfruttare pienamente è fondamentale diventare educatori funamboli, in grado di danzare sulla corda sospesa tra il passato e il futuro, riuscendo così a coniugare la forza dell’innovazione con la ricchezza dei modelli educativi meglio conosciuti. L’obiettivo finale a cui una buona educazione digitale deve tendere è proprio l’integrazione tra vita online e vita offline.

Ecco l’opportunità che oggi abbiamo: utilizzare le nuove tecnologie per inventare nuovi modi di educare e per stimolare la conoscenza e l’esplorazione della realtà.

L’ebook “Educazione Digitale” può essere acquistato qui ed è disponibile in tutti i principali store online.

App per bambini: c’è posto per il corpo?

App per bambini“Voglio giocare con la signora…”. A dirlo è un bambino di due anni, che nel giro di qualche minuto (secondo?), ha intuito il funzionamento dell’Ipad e dell’app di Toca Boca, Hair Salon. In questo gioco si diventa parrucchieri e con l’aiuto delle proprie dita è possibile tagliare i capelli a diversi personaggi, colorarglieli, lavarglieli…mentre vengono svolte tutte queste operazioni il personaggio emette buffi versi di approvazione o di perplessità, facendo sorridere chi sta sperimentando i tagli più assurdi. Perdonatemi il parallelismo, ma la genialità di questo gioco è l’essere riusciti a prendere un gioco che i bambini adorano fare ma che spesso non possono fare, ovvero tagliare i capelli alle barbie o, peggio, a se stessi o agli amici, e renderlo senza limiti. Con la differenza che in questo gioco il personaggio non solo interagisce, cosa che una barbie non può fare, ma soprattutto si lascia fare di tutto, cosa che un altro essere umano non farebbe. E se per caso scappa la forbice sulla faccia del malcapitato personaggio? Emette un verso ma poi torna a sorridere, facendo scoppiare in una risata il bambino-parrucchiere. La potenzialità del digitale si rinchiude in questo gioco: riprodurre in una realtà altra, virtuale, ciò che si vorrebbe fare ma che non si può fare nella realtà che possiamo provare a definire concreta. A rendere possibile tutto questo è l’assenza del corpo che, rimanendo fuori dal digitale, non costituisce più un limite per l’essere umano. Con questa assenza, però, bisogna fare i conti e non darla semplicemente per scontata, perché ha degli effetti nella costituzione dell’identità. Per questo sostengo che sia sempre più necessario trovare modalità educative che educhino sì al digitale, ma sempre facendo sentire la presenza del corpo, perché l’educazione digitale non per forza deve passare da altro digitale. Un’altra app che ho avuto modo di provare, Monsters di Curious Hat, prova proprio a fare questo, cercando un’interazione tra digitale e corpo. In questa app il bambino, per colorare delle immagini, non può usare le sue dita trasformate in pennarelli, ma deve andare in giro per casa a cercare e fotografare oggetti colorati con i quali colorerà il disegno. Una buona interazione che permette di stare nel digitale avendo occhi per ciò che si trova nell’ambiente reale.

Il corpo, per ora grande escluso, deve trovare più posto nel digitale, anche se mi rendo conto che questo sia paradossale. Se però non passiamo per questa strada rischiamo di continuare a parlare in maniera ripetitiva di come alcuni ragazzi usino la rete senza darsi dei limiti arrivando anche a forme di aggressività e autolesionismo o di come la sessualità venga esibita, erotizzata, messa in mostra in assoluta libertà.

Le aspettative in fumo

Mi capita di incontrare ragazzi e genitori che si preoccupano per un uso molto elevato della marijuana: tutti i giorni, già la mattina presto, anche da soli, per poi arrivare al boom del week-end con gli amici. Un uso costante, quasi a voler rendere una tabula rasa tutta la giornata e tutte le giornate. I genitori lamentano lo scarso entusiasmo dei figli, una mancanza totale di interessi, fatta eccezione per le uscite con gli amici, il non impegno a scuola e il non avere desideri e sogni per il futuro. Si assiste, parlando con i genitori, ad un apparente crollo delle aspettative sul figlio, il quale, se pur non definito tossico, si avvicina molto a questa categoria. I figli parlano invece di un fumo totalizzante, non pericoloso ma difficile da interrompere. Lo sballo in prima istanza, poi il disgusto per un mondo che non è quello che ci si aspettava, uno sguardo poco definito e molto nebuloso sul futuro.

Le parole usate dai giovani sono quelle che competono alle sostanze più importanti: si parla di carenza, di impossibilità di smettere senza aiuto esterno, di un abuso che comincia a diventare esagerato, di una situazione che non è più sotto il controllo del volere.

Il rapporto con le aspettative compare sia nei genitori che nei figli. Proprio l’aspettativa rappresenta, forse, quel nodo cruciale su cui qualcosa si blocca, si interrompe, si incaglia. Il genitore si aspetta dal ragazzo tutta una serie di cose, porta ricordi di quando era diverso, interessato, entusiasta. La colpa di tutto il cambiamento viene data all’uso di marijuana, agli amici, alle compagnie frequentate dopo la scuola, certe volte anche alla scuola stessa. Ecco che allora compaiono i primi tentativi terapeutici: controllo su tutta la linea. I ragazzi possono uscire poco, se escono devono esplicitare con chi, cosa, quando e perché, quando rientrano vengono perquisiti, gli amici del figlio vengono usati come informatori sugli spostamenti, all’uscita da scuola deve avvenire il rientro immediato presso l’abitazione. Ovviamente anche questi controlli non funzionano, il ragazzo riesce a continuare a fumare senza troppi problemi, il clima all’interno della casa diventa insopportabile. Altra aspettativa rotta: noi ti vogliamo aiutare e tu non ti fai aiutare oppure non riesci perché sei dipendente. Se poi il ragazzo decide di “farsi aiutare”, spesso per fare piacere ai genitori e ottenere qualche ora di uscita in più, l’ennesima aspettativa del genitore è che lui smetta di fumare il prima possibile.

Tra tutte queste aspettative diventa complicato muoversi, parlare, provare a portare le proprie opinioni e i propri interessi. Io sono il fumo, sembrano dire alcuni ragazzi, ovvero io sono quello che voi non volete che io sia. Almeno, però, sono qualcosa, dicono silenziosamente. Un bel gioco di parole, per dire che il fumo diventa l’unico tratto di riconoscimento che il ragazzo possiede nei confronti dei suoi genitori, l’unica possibilità per differenziarsi dalle loro aspettative. Più le aspettative aumentano più aumenta il fumo, più il desiderio che il figlio faccia altro diventa pressante, più l’unico desiderio del figlio diventa quello di fumare e di annullare ogni pensiero. Un ragazzo, pensando al momento in cui ha smesso di pensare “ai suoi sogni”, ha fatto coincidere quel momento con l’inizio della sua carriera da fumatore. Come se proprio il fumo fosse servito per segnare la distanza con i suoi genitori, per differenziarsi non potendo o non riuscendo a contare solamente sulla propria parola e sul proprio desiderio.

Qual è il mio desiderio? Cosa voglio fare? Sono le domande che occupano i pensieri dei ragazzi. Alla fine, non trovando risposta, preferiscono fare quello che i loro genitori non vogliono che loro facciano. Non riuscendo a contare sul proprio desiderio si sentono così costretti ad appoggiarsi al desiderio dei genitori, ma non sentendolo come proprio, scelgono la strada della contrapposizione, dell’opposto.

Se non posso essere quello che desidero non sarò neanche quello che desiderate voi.

E allora, si fuma. Così tutto si annebbia, tutto assume un’altra forma, tutto si placa.