Alberto Rossetti


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Le macchine pensanti

Robot-Intelligente19 Febbraio 1955. Lacan sta tenendo la decima lezione del suo secondo seminario, intitolato L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi. Il seminario è molto bello, interessante sotto innumerevoli punti di vista. Lacan riprende Freud passo passo, chiede di leggerlo con attenzione, di non precipitarsi a voler capire e interpretare quello che Freud, molto semplicemente, non dice (cosa che Lacan continuamente critica agli psicoanalisti post-freudiani).

All’interno di questa lezione, ad un certo punto, c’è un passaggio sulla cibernetica che trovo molto attuale e che proverò a riprendere e commentare. Lacan sta parlando di alcuni schemi che Freud ha utilizzato per provare a spiegare l’apparato psichico e, a tale proposito, introduce il tema della cibernetica che in quegli anni muoveva i suoi primi passi.

“Perchè si è così stupiti da queste macchine? […] Poiché anche la cibernetica procede da un movimento di stupore al ritrovarlo, questo linguaggio umano, che funziona quasi da solo, con l’aria di farci lo sgambetto. In queste macchine il linguaggio c’è, è vibrante.”

Il primo punto è questo: lo stupore. Stupore per ritrovare il linguaggio, ovvero qualche cosa di appartenente all’umano, all’interno di una macchina. Un linguaggio vibrante, vero, in grado di arrivare alla persona, di toccarla. Il fatto che questo linguaggio funzioni quasi da solo, tra l’atro, non fa altro che aumentare la sua credibilità. Ho la sensazione che a distanza di anni i progressi tecnici scientifici non ci abbiano portato ad affrontare il perché di questo stupore ma abbiano contribuito ad aumentare lo stupore in noi esseri umani. Più una macchina parla da sola, più è autonoma rispetto all’essere umano, più rimaniamo a bocca aperta. Siamo ancora fermi lì.

Poi Lacan procede con un passaggio molto simpatico che, come è nel suo stile, aiuta a portarci al cuore della questione. Parla di una conferenza ascoltata alla Società di filosofia dove lo psicoanalista Favez-Boutonier ha fatto un intervento sulla psicoanalisi. Intervento modesto, dice Lacan, ma “molto al di sopra di quello che molti avevano sentito fin lì”. Alla fine dell’intervento prende la parola il dott. Minkowski, psichiatra, che interviene ripetendo “le solite cose che gli sento dire da trent’anni, poco importa a quale discorso sulla psicoanalisi debba rispondere”. Lacan, precisa, non vuole accusare Minkowski ma porta questo esempio per sottolineare che questo è proprio quello che accade comunemente nelle società scientifiche. Ovvero, potremmo dire, che l’essere umano è portato a ripetere senza prestare troppa attenzione a quanto di nuovo viene portato sotto i suoi occhi.

A questo punto torna sulla cibernetica. “Perchè è nata l’espressione paradossale macchina pensante?”. Davvero una macchina può pensare? “Io sostengo di già che gli uomini pensano molto raramente, e non parlerò certo di macchine pensati!”. Insomma Lacan rifiuta questa affermazione non tanto perché una macchina non può pensare ma perché quel pensiero è preso in prestito dall’uomo il quale, a sua volta, è in difficoltà su questo punto. Non può essere il pensiero la caratteristica di queste macchine che sorprende l’essere umano.

Anche perché, prosegue Lacan, “quello che succede in una macchina pensate è in media di un livello infinitamente superiore a quello che capita in una società scientifica. Quando le si danno altri elementi, la macchina pensate risponde qualcos’altro”. Dunque queste macchine non possono essere pensanti perché il pensiero dell’essere umano non potrà mai essere composto esclusivamente dalla somma di informazioni che possono essere acquisite. Il pensiero di un uomo, per definizione, sbaglia.

Dunque che cos’è che ci provoca stupore nel ritrovare quel linguaggio all’interno di queste macchine? Si potrebbe dire, seguendo ancora per un attimo il seminario di Lacan, che siamo certi che quel linguaggio provenga dall’esterno, che non sia cioè un’invenzione della macchina, ma non è sufficiente dire che quel linguaggio è stato inserito dall’uomo. Questo non potrebbe certo giustificare lo stupore e l’entusiasmo che tutti nutriamo di fronte a queste macchine.

Il punto, se vogliamo, sta proprio in questo ultimo passaggio. Il fatto incredibile è che queste macchine ci permettono di osservare che il linguaggio è già lì, che non è proprietà dell’essere umano, che non appartiene all’uomo. Si entra nel linguaggio, si è parlati dal linguaggio, si prende posto all’interno della lingua. Queste macchine mettono in luce, a mio parere, che la lingua, l’ordine simbolico, non è qualche cosa di proprietà dell’uomo. Da qui nasce lo stupore, nell’aver creato delle macchine in grado di far funzionare quello stesso linguaggio che utilizziamo noi. Tra l’altro, se pensiamo alla nostra contemporaneità, il fatto che quel linguaggio sia reso sempre più simile a quello dell’essere umano, aumenta il grado di stupore e di fascinazione nei confronti della macchina. Questo è il punto essenziale, che, tra l’altro, non si riduce certo alla cibernetica ma apre a questioni molto più ampie che riguardano certa psicoanalisi e, più in generale, la psicologia.

Per questo penso che sia corretto non parlare di macchine pensanti, perché il loro pensiero non ha nulla a che fare con l’imprecisione del pensiero umano il quale, a dirla tutta, deve tenere insieme diversi piani. Non ultimo quell’inconscio che si sta dando sempre più per scontato, al punto da farlo scomparire per farlo ritornare come sinonimo di inconsapevole. Questo significa anche che per quanto le macchine possano diventare sempre più abili nel maneggiare il linguaggio non potranno mai sostituire l’essere umano il quale non è fatto solo di linguaggio,  si limita a prenderlo in prestito.


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Appassionati di gaming. Quando il videogame diventa una gabbia. Facciamo chiarezza

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Partiamo dall’inizio. Ovvero da quando i primi clinici hanno cominciato a incontrare ragazzi che mostravano dei sintomi tipici delle dipendenze in ragazzi che passavano molte ore della loro giornata a giocare al computer. Dipendenze da Internet, le hanno chiamate, e hanno preso a prestito i criteri diagnostici del gioco d’azzardo patologico apportando qualche piccola modifica. Il GAP (Gioco Azzardo Patologico) sembrava essere quella forma di dipendenza più simile a quella osservata in questi ragazzi: non c’era infatti intromissione di sostanze ma una dipendenza da un comportamento, in questo caso il gioco, che portava le persone ad avere comportamenti bizzarri e a ritirarsi dalla vita sociale.

Inizialmente con dipendenza da internet si intendeva solamente questa forma di comportamento in quanto il gioco era l’attività più completa, invasiva e continuativa che era possibile fare al computer. Non esistevano social media, la pornografia viaggiava lenta come anche i siti di incontri, le informazioni si continuavano a cercare sui quotidiani. Con il passare degli anni la situazione è cambiata. Non ci sono più solo i videogame e internet è diventato parte integrante della vita di un essere umano. Definire un comportamento di dipendenza a partire dall’utilizzo che una persona ne fa non soddisfa più pienamente, mette in difficoltà. Se prendiamo, ad esempio, i primi criteri presentati da Young potremmo dire che tutti siamo dipendenti dalla rete.

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Effettivamente l’essere umano è a poco a poco diventato dipendente dalla rete, non ne può più fare a meno, ha la necessità di passarci sempre più tempo: per lavoro, per relazionarsi, per comprare delle cose, per conoscere una strada… 

Dobbiamo, a queso punto, fare un po’ di chiarezza. C’è un interesse sociale legato all’uso dei videogame, che ci porta ad interrogarci su alcune questioni molto importanti. Il fatto di non smettere mai di giocare, anche in età adulta, sta modificando la nostra società? Che tipo di esperienze di crescita stiamo proponendo ai ragazzi? Il videogame può diventare uno strumento educativo? In che modo possiamo portare i ragazzi a fare delle belle esperienze di gioco? Come insegnare a conoscere i giochi e riconoscere i diversi effetti che producono su ognuno?

Se al contrario ci spostiamo sul lato della dipendenza non riusciamo, almeno al momento, ad essere pienamente soddisfatti. Ad esempio il numero di ore che un ragazzo dedica ad un videogame non è direttamente collegato ad una dipendenza che potremmo definire patologica. Non basta passare tanto tempo sui giochi, non basta dedicare molti sforzi ai videogame per poter essere dipendenti da un punto di vista strettamente patologico. Siamo obbligati, in queste situazioni più che mai, a prendere un’altra strada dimenticandoci almeno in parte il videogame: la relazione con l’Altro.

Dobbiamo prendere queste situazioni come una nuova forma di espressione del disagio da parte degli  adolescenti. Una ricerca fatta dal Minotauro di Milano e riportata nel volume Il corpo in una stanza stima che in Italia ci siano 60.000/100.00 ragazzi ritirati in casa. Un nuovo sintomo a cui dobbiamo approcciarci. Un nuovo sintomo reso possibile da un lato dal progresso tecnologico dall’altro da una società sempre più competitiva e selettiva.

In Giappone questo fenomeno è presente e studiato da diversi anni. Il primo a parlarne fu Tamaki Sato all’inizio degli anni ’80: ragazzi presi da un’apparente forma di apatia che interrompevano la scuola e le relazioni con il mondo sociale e si ritiravano nelle proprie stanze. Chiamò questo fenomeno hikikomori, che significa stare in disparte-isolarsi. Per essere definito hikikomori bisogna stare reclusi almeno 6 mesi. Sono soprattutto i maschi a fare hikikomori, specialmente i primogeniti di famiglie con status socioeconomico alto. L’età media varia dai 18 ai 27 anni (in Italia è leggermente più bassa). Uno su cinque ha comportamenti violenti, soprattutto verso la madre. Scarsa tendenza al suicidio (hikikomori sembra configurarsi come un modo per evitare il suicidio).

Non era presente, ovviamente, la dipendenza da internet. Oggi come oggi, invece, questa è una costante: chi si ritira fa un massiccio uso di internet. Hikikomori, dicono i giapponesi, non è una patologia ma può portare ad una patologia. Le cause del ritiro sono da cercare in situazioni sociali e familiari, spesso un’eccessiva pressione, e sono sempre riportati situazioni di bullismo a scuola, in alcuni casi non evidenti ma costanti.

Dobbiamo prendere questa modalità di comportamento come una nuova forma di espressione di un disagio che ha il suo centro non tanto nell’utilizzo dei videogame quando piuttosto nella relazione con l’altro, dove con Altro intendo l’Altro lacaniano, ovvero l’Altro familiare, sociale, storico, culturale. Avviene una sorta di rifiuto, di distacco, di rottura. In un periodo storico in cui la separazione dalla famiglia è sempre più complicata, inoltre, non stupisce che alcuni ragazzi decidano di starsene in casa, di non mettersi in aperta conflittualità con i genitori ma di agire il conflitto da un posizione più interna.  Dobbiamo leggere questi sintomi come una forma di protesta che i ragazzi fanno, come un tirarsi fuori dal gioco. Nello stesso tempo c’è una forte conflittualità e aggressività nei confronti dei genitori. Lo sguardo è al centro della questione per questi ragazzi. Da una parte essere fuori dallo sguardo dell’altro, dall’altro essere costantemente sotto lo sguardo di un genitore.

Internet diventa così rifugio, luogo in cui mantenere relazioni, dove mantenersi in vita. Il posto in cui le cose funzionano, in cui si ha un nome e si viene rispettati. Internet tiene in vita questi ragazzi, consente loro di mantenere una particolare posizione all’interno della società stando al riparo dalla sguardo. Ancora, possiamo dire che internet rappresenti una sorta di medicina, di cura, che il ragazzo attua. E’ sempre sconsigliabile dire ad un genitore di togliere internet ad un figlio quando intuiamo che la situazione è di questa natura, perché rischiamo di fare più male che bene.

Da un punto di vista diagnostico, a mio parere, dobbiamo regolarci in questo modo. Non abbiamo la sindrome hikikomori al singolare, ma abbiamo diversi modi in cui si può esprimere il ritiro: per cui possiamo dire che abbiamo hikikomori con una struttura psicotica e hikikomori con una struttura nevrotica.

Quando parliamo di dipendenze da internet, allora, dobbiamo stare molto attenti perché rischiamo di non vedere la complessità che si nasconde dietro l’hikikomori. Personalmente non ho mai incontrato dipendenza da internet che non fosse in primo luogo hikikomori. Ho incontrato un utilizzo massiccio dei giochi, questo sì, ma in contesti in cui la relazione con l’altro era in qualche modo preservata, mai diventata elemento di rottura. Certamente le caratteristiche del videogame possono portare un ragazzo a preferire quell’ambiente ad un altro, ma questo avviene realmente solo in quei casi in cui per motivi familiari e personali c’è una difficoltà a stare in relazione all’altro. Ci sono tante situazioni che si sono fermate ad un passo dall’hikikomori, in cui c’è un abuso del videogame e una grossa fatica a collocarsi all’interno della società e della relazione con l’altro. Queste situazioni, se sufficientemente supportate, possono dare buon esito terapeutico.


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Insegnare la libertà ai giovani. Un modello da seguire

Ha ancora senso parlare di legge e di regole in una società che chiama censura o ingiustizia qualsiasi azione diretta a limitare l’espressione individuale? Sicuramente sì, anche se indubbiamente occorre inventarsi un nuovo modo per far funzionare queste parole. Anzi, possiamo dire che se vogliamo lasciare in eredità un mondo migliore dobbiamo operarci affinché la legge torni a svolgere quella funzione di limite al godimento, unica strada possibile per tornare a parlare di desiderio. Lo dico senza paura: il modo degli adulti deve parlare ai giovani di amore, ovvero di ciò che rende piena e unica una vita. Altrimenti si continuerà a illudere la gioventù, ma non solo, che la schermata-2016-12-19-alle-14-49-09vita si possa riempire di oggetti, di successo, di carriera, di sostanza. Uno degli spot di Natale della Apple si conclude dicendo “apri il tuo cuore a tutti” (sottinteso, compra un iPhone a tutti). Un esempio di come oggi, trovandoci all’interno di quello che Lacan chiama il discorso del capitalista, ci si nutra di oggetti lasciando a loro il compito di soddisfare il nostro bisogno di amore. Il risultato è  che la fame aumenta sempre di più senza che si riesca mai davvero ad arrivare ad un senso di pienezza.

Oggi i giovani si trovano di fronte a quella che Alain Badiou, nel suo libro La vera vita, ha chiamato libertà negativa: una libertà che funziona in quanto non ci sono regole. Chi prova a mettere un limite viene non ascoltato, preso in giro e anche deriso. Sto esagerando, ne sono consapevole, ma per sottolineare quanto il mondo dei ragazzi veda nelle costrizioni un limite alla libertà personale: non si passa attraverso il limite, lo si vuole eliminare perché si pensa sia esso il problema da superare. Non ci si accorge, ma del resto qui dovrebbe intervenire il mondo adulto, che è solo  a partire dalle pieghe di quel limite che si può costruire una vita piena. La cosa interessante è che spesso è propio il mondo degli adulti a favorire questo comportamento, incoraggiando un’espressione libera e non introducendo nessun tipo di regola. Avere infinite possibilità significa in fondo non averne nessuna.

Ma come si può uscire da questa rotatoria infinta che non fa altro che produrre insoddisfazione?

Ho costruito questo schema. Sarà da migliorare ma rappresenta un buon punto di partenza.

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Il ruolo educativo all’interno della rotatoria “illusoria” della libertà

Partiamo dalle frecce blu. La società contemporanea fa una grande promessa: la libertà. Liberi dalla sofferenza, liberi di fare ciò che si vuole, liberi da ogni sorta di legame. Non è una libertà che nasce da una costrizione, come può essere quella di un popolo che si ribella al tiranno. La libertà di cui stiamo parlando è la libertà di espressione individuale, l’idea che la vita si possa realizzare solamente attraverso un’espressione totale del proprio sé. Beninteso, qui non sto parlando del soggetto che prende parola, del parlessere per dirla in termini lacaniani, ma dell’ideale del self-made man, ovvero di chi si realizza inseguendo i propri sogni e non rinunciando a nulla. Questi primi due punti fanno capire il perché in questa società il web stia avendo tutto questo successo: lo smartphone, Facebook, i blog…sono tutti mezzi di espressione individuale molto potenti. Per poter mantenere questa promessa, però, occorre cedere a un compromesso: far cadere la regola. Se ci sono regole, se esiste una legge, non è possibile raggiungere quella realizzazione individuale di sé che consente di giungere alla libertà. Tutto ciò porta ovviamente a delle conseguenze: senza regole non c’è direzione, non c’è un indirizzo verso cui potersi rivolgere. Non si può quindi fare altro che tornare a quell’ideale di libertà che apparentemente fa sentire un po’ più pieni e riprendere a girare all’infinto, nella speranza di incontrare prima o poi qualche cosa che dia un senso diverso alla vita.

Se si vuole invertire la rotta bisogna agire all’interno di questo cerchio (frecce rosse), non si può fare in altro modo. L’unico accesso possibile, a mio parere, è quello che nello schema ho nominato mancanza di direzione. Se infatti partissimo dalla libertà o anche dall’espressione individuale, rischieremmo solo di sentirci dire che la libertà non si deve toccare e che non è giusto limitare l’espressione individuale. Se ci si pensa bene si troveranno infiniti esempi in questo senso. Lo stesso discorso vale per la regola: partendo da qui, alzando la voce e imponendo la regola, si rischia di ottenere l’effetto contrario. Non resta che il quarto accesso, quello della direzione, l’unico a chiamare direttamente in causa il mondo degli adulti e, forse proprio per questo, visto come il più inutile. Offrire una direzione attraverso la testimonianza della propria vita è il dono più importante che un adulto può fare a un giovane. “Ma cosa posso testimoniare, io, che sono più confuso dei miei figli in questo mondo?”. Si testimonia che una direzione la si è presa, che la vita non può e non deve essere solo consumata, che l’amore non è il godimento e che, pur non essendo facilmente descrivibile a parola, può trasformarsi in atto. Si testimonia con la propria vita che il desiderio e la regola sono strettamente intrecciati. Si testimonia la propria umanità, fatta non solo di errori e incertezze, ma anche di scelte (e quindi inevitabilmente di errori). Ora, come dicevo prima, questo discorso chiede al mondo degli adulti di ingaggiarsi in prima persona, di  essere i primi a rifiutare quella rotatoria furiosa che la nostra società propone a tutti. Qui si nasconde la difficoltà più grande, me ne rendo conto. Ma sono convinto che questa sia anche la strada che offre possibilità maggiori in quanto non chiede a nessuno di essere quello che non è, di seguire il manuale del genitore perfetto, di sposare una teoria psicologica o educativa. Ovviamente, partendo da questo punto, si potrà poi invertire la rotta incontrando meno resistenze. Offrire una direzione significa infatti proporre delle regole, far vedere che se si vuole andare in quel verso è necessario porsi qualche limite. Tutto questo porterà chiaramente a limitare la propria espressione individuale in quanto non si potrà più dire tutto, ci si dovrà accontentare dire qualcosa. Infine si arriverà alla libertà che però, finalmente, proietterà altrove, lanciando fuori dal cerchio verso direzioni che non possono essere definite a priori. Come si sarà potuto notare la via di accesso alla libertà, seguendo questo percorso, è più lunga e faticosa in quanto la libertà non è che un effetto, un prodotto, e non il punto iniziale. Penso però che sia questa la strada per fare una proposta diversa ai giovani, per evitare che si brucino in questa rotatoria infernale che promette libertà ma restituisce solo dipendenze. Qui si colloca il ruolo dell’adulto, che sia genitore, insegnante o politico: testimoniare con la propria vita che una via d’uscita è possibile, che l’amore non è un gadget da regalare a Natale. 


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Tutto e subito: i giovani smarriti

renzi-e-agneseNon è vero che tutto rimane sempre uguale. Il 4 Dicembre, giorno in cui l’Italia si è mobilitata per andare alle urne ed esprimere il proprio sì o il proprio no, ha lasciato un segno, una traccia che non possiamo semplicemente fare finta di non vedere. Tra i tanti dati emersi dall’analisi dei dati, spicca la tendenza dei giovani ad andare contro il governo, in particolare a Matteo Renzi o, meglio ancora, a quello che rappresenta. Un paio di giorni prima di recarmi al seggio, esattamente il 2 Dicembre, sono stato invitato a Bologna a parlare di consumo di sostanze tra i giovani e del ruolo degli adulti. Nella mia relazione (qui la trovate integrale) sono partito da questa affermazione: oggi i giovani sono smarriti. Lo sono perché non riescono a vedere il futuro, perché il presente è estremamente complesso, perché quando si ha la possibilità di scegliere tra infinte possibilità non si può fare altro che perdersi. Lo sono perché il denaro e la carriera  sono diventati gli unici motivi delle nostre vite e come scrive Alain Badiou nel sul libro La vera Vita “si tratta di fare come se la carriera avesse un senso. La carriera è il tappabuchi del non senso”. I giovani sono smarriti perché, con una torsione evidente, si racconta loro che l’unico senso da ricercare nella vita è quello della carriera, dei soldi o del potere, dimenticando di dirgli che tutto ciò non è che la dimostrazione che si è perso il senso della vita. I giovani sono smarriti perché nella società in cui si esiste solo se si consuma non possono consumare come vorrebbero, come gli è stato promesso, come fanno gli adulti. Già, perché la differenza tra giovani e adulti oggi sembra ridursi a questo: l’adulto è un giovane che ha più potere di acquisto. I giovani sono smarriti perché si trovano di fronte degli adulti giovani, che invece che fare gli adulti vogliono continuare a fare i giovani. I giovani sono smarriti perché hanno la sensazione che ci sia qualcuno che voglia fregarli, che desidera che essi stiano nella loro miseria.

Lo si sarà capito da queste mie parole, nel caso lo ribadisco, i giovani si sentono smarriti in quanto mancano degli adulti che siano in grado di indicare una direzione che non sia solo quella della carriera. Matteo Renzi, soprattutto all’inizio, ci ha provato ad essere quella guida, ma evidentemente in un periodo di crisi simbolica come è quella che stiamo attraversando le sue parole e il suo modo di fare sono stati spesso travisati o manipolati ad arte. Perché è molto più semplice accogliere lo smarrimento dei giovani e dirgli che i loro problemi derivano dall’altro, dall’adulto, dal ricco o dal potente di turno piuttosto che cercare di essere una guida. Come ci insegna la lettura di Totem e Tabù di Freud,è più naturale scagliarsi contro il padre piuttosto che cercare di individuare nuove strade in cui poter convivere. Chi fomenta i giovani in questa direzione dimentica un passaggio fondamentale: alla morte del padre si crea un totem, che altro non è che un nuovo padre che deve tentare di mantenere l’ordine tra i figli per evitare che si facciano la guerra l’uno con l’altro. Non può esistere una società senza padri e un figlio avrà sempre un padre con cui prendersela. A meno che non si decida di fare fuori il padre, come in parte sta avvenendo oggi, ma con il risultato di trovarsi di fronte ad uno smarrimento ancora più difficile da governare che prima o poi vedrà il ritorno in campo di un grande padre che metterà fine alle violenze  (usando la violenza).

Oggi i giovani se la prendono con gli adulti che fanno i giovani e che non sono stati in grado di mantenere un legame con gli anziani, con la saggezza, con le origini. Per questo, cito Badiou in un passaggio del suo libro, “sarebbe giusto organizzare un’ampia manifestazione per l’alleanza fra i giovani e i vecchi, rivolta esplicitamente contro gli adulti di oggi. I più ribelli sotto i trent’anni e i più coriacei sopra i sessanta contro gli affermati quaranta-cinquantenni. I giovani direbbero che ne hanno abbastanza di essere erranti, disorientati e interminabilmente privi di ogni marca d’esistenza positiva. Direbbero anche che non è un bene che gli adulti facciano finta di essere eternamente giovani. I vecchi direbbero che ne hanno abbastanza di pagare la loro svalutazione, l’uscita dall’immagine tradizionale del vecchio saggio verso la rottamazione e la deportazione in mortori medicalizzati, la loro totale assenza di visibilità sociale”. A parere mio questa è stata la sconfitta di Renzi, il non essere riuscito ad essere legame tra il mondo dei giovani e quello degli anziani. Non era facile, essendo questo un problema della nostra contemporaneità. Dirò di più. Penso ci abbia provato ad essere quella marca di esistenza positiva, ma proprio per questo si è esposto e si è così trovato nella posizione in cui era troppo facilmente attaccabile da entrambi gli schieramenti, quello dei giovani e quello degli anziani. I giovani non hanno votato contro di lui ma contro l’immagine di giovane-adulto arrivato e potente, capace e spavaldo, orgoglioso e deciso. Un immagine insopportabile per troppi giovani erranti. Il suo errore, lo ribadisco, è stato non solo il non riuscire a togliersi da questa posizione ma, al contrario, marcarla ancora di più nella campagna referendaria dove si è speso in prima persona con tutte le forze che aveva. Inoltre, e qui concludo, ha dovuto combattere contro chi fa leva sull’insoddisfazione giovanile e sull’invidia sociale  per avere consenso (Movimento 5 stelle e Lega nord, tra tutti): queste persone devono stare molto attente perché se si troveranno a governare il nostro bel paese non potranno continuare a fomentare l’odio contro le altre persone, ma dovranno assumersi la responsabilità di diventare adulte, diventare quei padri di cui i giovani hanno bisogno. Fino ad ora si sono limitati a distruggere e a alimentare l’odio nei confronti dell’altro. Prima o poi dovranno occupare quella posizione di potere e diventare oggetto della rabbia e dell’insoddisfazione delle persone. A quel punto, se non staranno attente, rischieranno di farsi del male.


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Il consumo di sostanze nei giovani: quale ruolo per gli adulti?

Pubblico la relazione che ho tenuto a Bologna il giorno 2 Dicembre 2016 in occasione del lancio del sito drugadvisorbologna.it.

Come non consumare (sostanze) in una società in cui esisti se consumi?

cropped-p1060856.jpgDi fronte alle apparenti infinte possibilità che la società moderna propone, un ragazzo oggi è spesso smarrito, non sa bene cosa sia giusto fare, cosa gli piaccia e cosa no, cosa gli aprirà le porte ad un futuro roseo e cosa lo costringerà ad una vita di stenti e precariato. Deve inseguire i suoi sogni o il profitto? Deve fare quello che gli piace o quello che gli darà un lavoro? Quando ascolto ragazzi di 15 anni ossessionati dall’idea di fare soldi penso che come adulti, come educatori e genitori, stiamo sbagliando qualche cosa. Ovvero mi sembra che l’unica prospettiva che stiamo proponendo ai ragazzi sia quello di un futuro in cui bisogna avere soldi perchè altrimenti non potranno consumare. Ci sono delle eccezioni a questo discorso, è evidente, ma se si vuole porre l’attenzione sulla gioventù e sul consumo di sostanze direi che non possiamo fare a meno di porci questa questione: come posso non consumare (sostanze) in una società in cui esisti se consumi? La vera sfida della nostra contemporaneità, lo dico subito e poi lo riprendo, è quella di fare in modo che il consumo, di cui non possiamo fare a meno, produca relazione, incontro, accrescimento e che non si limiti ad essere consumo di un oggetto, come ad esempio avviene con le sostanze.  

E’ meglio consumare sostanze o consumarsi dietro uno smartphone? E’ meglio farsi una bevuta di alcool o correre dietro alle mode? Consumare il proprio tempo dentro ad un videogame o su una panchina con coetanei? Sono tutte domande che i ragazzi pongono all’adulto quando gli si fa notare che un certo loro comportamento non è corretto. Cosa atro stanno facendo, questi giovani, se non dirci che, forse, bisognerebbe smettere di parlare dei loro consumi e cominciare a parlare, senza paura, di cosa rende tale una vita? 

Ci troviamo dunque di fronte ad un’erranza giovanile, ad una crisi che non possiamo più continuare a definire economica. Quali sono le ragioni di questa perdita di riferimenti? Mi riferirò qui ad Alain Badiou, filosofo francese, che nel suo libro La Vera Vita, sostiene che la libertà proposta oggi ai giovani è una libertà negativa, che si esercita cioè a partire dall’assenza di regole. Io sono libero perché non ho regole e quindi posso fare quello che voglio e non, come sarebbe al contrario, sono libero perché ho seguito il mio desiderio. Ma del resto, la psicoanalisi lo insegna, non può esistere desiderio in assenza di legge.

Questa libertà al negativo non può non chiamare in causa il mondo degli adulti, il quale per molti secoli ha avuto il ruolo di guida. Oggi la figura ambigua del giovane adulto ha preso sempre più piede nella società contemporanea ed il modello di riferimento è diventato il giovane: la vecchiaia ha (definitivamente?) perso il suo valore, la saggezza dell’anziano non è più il modello su cui si fonda la nostra società, i “vecchi” devono farsi da parte. Gli adulti devono essere giovani, non solo dentro ma anche fuori, esteticamente. Capita così di osservare padri in grado di correre la maratona a cinquanta anni e figli che passano la loro giornata sul divano o su una panchina a fumare. Tutto questo è paradossale, ma basta aprire gli occhi per osservare il fenomeno. Non si deve invecchiare, si deve restare giovani, si deve continuare a consumare il più possibile. In una società in cui è il consumo a dettare le regole del gioco il modello di riferimento non potrebbe che essere quello del giovane, sempre pronto a consumare anche ciò di cui non ha bisogno per il piacere che questo atto gli procura nell’immediato.

Dunque, ricapitoliamo, come può un giovane diventare adulto in una società che non considera gli adulti come punti di riferimento? I ragazzi restano così sospesi in un adolescenza infinta in cui non esiste un momento che sancisce il passaggio all’età adulta. Si può, forse si deve, restare giovani per sempre. Non è un caso allora che oggi manchino riti di iniziazione sociale, come poteva essere il servizio militare per i maschi, il matrimonio per le femmine, il lavoro per entrambi. Momenti in cui viene sancito un passaggio, in cui si festeggia l’entrata in una nuova fase della vita e si celebra il cambiamento. Oggi sono i giovani stessi a crearsi i propri riti di iniziazione, a cercare quell’atto che sancisce un passaggio non meglio definito da un punto ad un altro: il binge drinking, ovvero il bere fino a stare male, è considerato dai ragazzi un rito di passaggio all’interno del gruppo di pari, così come fumare cannabinoidi o sigarette. Ma ci sono tanti riti che i ragazzi fanno, per mettere alla prova la loro mascolinità o femminilità: il mondo degli adulti si arrabbia e si preoccupa di fronte a questi gesti, non potrebbe fare altrimenti, ma dovrebbe anche rendendosi conto della necessità che i ragazzi hanno di avere degli adulti a cui fare riferimento. Ma allo stesso tempo sono gli adulti a dare lo statuto di riti a questi gesti quando dicono, per esempio, che è normale che un adolescente si ubriachi almeno una volta nella vita per essere accettato dal gruppo e che deve passare dal fumo di cannabinoidi per togliersi lo sfizio e poi poter proseguire. Non voglio dare la colpa a nessuno, mi limito a rilevare che non basta fare campagna di sensibilizzazione sugli effetti negativi dell’alcool se poi non si trova il modo di offrire ai ragazzi uno spazio di relazione autentica.

Consumare sostanze è oggi un comportamento considerato normale. Non tutti i ragazzi fumano, così come non tutti i ragazzi bevono fino ad ubriacarsi, ma certamente il discorso prevalente della nostra società sostiene e incoraggia la libertà individuale di fare e consumare ciò che si vuole a patto di non toccare la libertà altrui. Capite bene che all’interno di questo discorso anche le sostanze trovano un terreno fertile per diffondersi. “Perchè lo stato deve impedirmi di fumarmi le canne se non faccio del male a nessuno?”. L’uso di sostanza tra i giovani, questa è la mia impressione, rientra all’interno di quella che potremmo chiamare “moda”: è la moda che spinge il consumo in una direzione piuttosto che in un altra, e questo discorso vale anche per le sostanze. Mi è capitato di ascoltare ragazzi che legavano, senza accorgersene più di tanto, l’uscita serale con gli amici e l’ubriacarsi: mi vesto in un determinato modo perché mi piace essere considerato uno appartenente a quel gruppo e lo stesso faccio con l’alcool. Ora, se è la moda e non la regola a dare una direzione, il ruolo dell’universo adulto sembrerebbe tagliato fuori, senza scampo.

Quali direzioni suggerire a questo punto? Esiste ancora uno spazio per il mondo adulto? Io penso di sì. Ci sono innanzi tutto due grossi rischi da evitare. Il primo è non idealizzare questa nostra società dei consumi, testimoniare con la propria esperienza di vita che c’è dell’altro, che la vita non si soddisfa consumando oggetti. Il secondo è non richiamare il mito della società tradizionale, il pensiero che debba esserci un padre che sistema tutti i suoi figli dispersi (che poi è quello che il presidente delle filippine Duterte sta facendo mostrando un evidente delirio di grandezza).

Occorre stare all’interno di questa realtà, non potremmo fare altrimenti, per trovare il proprio posto, quello spazio da cui far funzionare la propria parola. Oggi non funzionano più campagne preventive che cadono dall’alto e le stesse parole di un genitore, di un medico o anche di un poliziotto non hanno quel peso che potevano avere fino a qualche anno fa. Bloccare il consumo di sostanze dei giovani con interventi repressivi non fa altro che sottolineare il paradosso di cui parlavo prima: ci impedite di consumare sostanze ma voi potete consumare quello che volete solo perché siete adulti. Dunque, diventare adulti significa poter consumare senza avere più un adulto che ti dica cosa è giusto e cosa non è giusto fare. Ecco l’errore da non fare.

Per questo motivo penso che l’idea di un sito web, rivolta al mondo degli adulti, sia una buona idea. Oggi tutti usano questi nuovi canali di informazione in quanto sono molto più accessibili di quelli tradizionali ed è importante per un’istituzione esserci, garantendo delle indicazioni serie e appropriate. Su internet, anche in merito all’uso di sostanze tra i giovani, si trova di tutto e un genitore che già è preoccupato per il proprio figlio può andare ancora più in confusione. Se scrivete su google le parole droga aiuto verrete sommersi da numerosi siti che promettono programmi di disintossicazione: per chi ha lavorato in questo settore è un attimo capire che sono programmi pericolosi, ma per un genitore in crisi non lo è altrettanto. Ma successivamente è importante, come accennavo poco sopra, non idealizzare questo nuovo mondo pieno di oggetti tecnologici che vorrebbero farci credere che la relazione possa essere aggirata. Ovvero occorre incontrare, incontrarsi, relazionarsi. Con i propri figli, con gli operatori, con i medici, con gli psicologi. Il web dà il meglio di sé se non si limita a informare e a mettere in comunicazione, ma se crea uno spazio di relazione, se predispone uno scambio di parola. Se, cioè, sfrutta l’orizzontalità e l’accessibilità, che permette un coinvolgimento maggiore, non per vendere nuovi oggetti di consumo ma per far sentire che una direzione c’è e si trova, non smetterò mai di ripeterlo,  nella relazione.

Questa è la difficoltà oggi. Far emergere una voce differente in un ambiente che fa dell’orizzontalità il proprio valore di riferimento. Ma l’unico modo che abbiamo per provarci è immergerci in questa orizzontalità, essere punto della rete senza però perdere di vista il nostro obiettivo: la reazione e l’incontro.


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Lo smartphone e limiti ambigui dell’io


occhialiLo sguardo dei bambini rappresenta forse il modo migliore che abbiamo per leggere alcuni aspetti della nostra contemporaneità. Si dice che i bambini siano molto attratti dal digitale, dalle immagini colorate e in movimento, dalla possibilità di modificarle con un tocco del dito. In effetti basta osservare alcuni bambini alle prese con un tablet per rendersi conto di come siano completamente catturati da questo strumento al punto da escludere parte della realtà che li circonda. Ma se ci fermiamo a questa osservazione perdiamo, a mio avviso, il punto essenziale. I bambini, ancora prima di essere affascinati dallo strumento e dalle sue potenzialità, sembrano considerare lo strumento tecnologico come parte dell’io dell’adulto al punto da non differenziarlo da esso. Prima di proseguire è necessario fare un passo indietro e inquadrare quanto sto affermando da un punto di vista teorico.

C’è uno scritto di Freud del 1915, Supplemento metapsicologico alla teoria del sogno, in cui si legge che tutti gli uomini, prima di coricarsi e prendere sonno, sono abituati a a spogliarsi dei vestiti che normalmente portano di giorno, compresi anche quegli oggetti integrativi dei propri organi corporei come occhiali, parrucca, dentiera e così via. E’ questo un passaggio interessante, ripreso da Lacan nel suo primo seminario dedicato agli scritti tecnici di Freud. Qui Lacan fa notare che questa immagine che Freud tira fuori non è così banale come sembra: levare gli occhiali, ma anche i denti e i capelli posticci. Immagine orrida dell’essere che si decompone. Si accede così – e qui arriviamo al punto – al carattere parzialmente scomponibile, smontabile dell’io umano così impreciso nei suoi limiti. Sicuramente i denti posticci non fanno parte del mio io, ma fino a che punto ne fanno parte i miei denti veri, dato che sono così facilmente sostituibili? L’idea del carattere ambiguo, incerto dei limiti dell’io viene qui messa in primo piano come portico introduttivo allo studio metapsicologico del sogno. 

Cosa ci dice questo passaggio di così importante ai fini di questo mio articolo? Partiamo dagli oggetti integrativi dei propri organi corporei, cosa sono? Occhiali, parrucca e denti sono oggetti che correggono, integrano o prendono il posto di occhi, capelli e denti. Freud fa notare che prima di andare a dormire ci si spoglia di tutto questo, si torna a fare a meno di tutti questi surrogati del proprio io, ci si avvicina a quella che nel testo viene definita situazione di partenza dello sviluppo vitale. Lacan mette poi in luce il carattere ambiguo di questo io che, se è in grado di spogliarsi con così tanta facilità di parti così essenziali al proprio funzionamento, è forse molto più ambiguo, scomponibile e smontabile di quello che si potrebbe immaginare. Ovvero ha dei confini labili che di volta in volta possono includere o escludere qualche oggetto al proprio interno. Questi limiti ambigui offrono però allo stesso tempo la possibilità di appoggiare degli occhiali sul naso e percepirli come parte di se stessi, della propria immagine, e non come oggetti estranei.

Qualcosa di simile accade oggi con lo smartphone. Un bambino, anche molto piccolo, è in grado di riconoscere l’ambiguità di questi oggetti che da una parte sono estranei all’io del proprio genitore, in quanto li può toccare e possedere, dall’altra li riconosce come parte integrante della loro immagine. I bambini giocano a prendere gli occhiali del genitore, ma poi glieli portano la mattina quando desiderano che si alzino dal letto. Riconoscono che quell’oggetto che pur si stacca dal corpo del genitore è parte integrante dell’immagine che essi hanno del genitore. La stessa cosa la fanno con lo smartphone. Lo prendono, lo fanno proprio, ma nello stesso tempo lo riportano nelle mani del genitore, in molti casi anche senza accenderlo. Sembrano cioè riconoscere che quell’oggetto rettangolare appartenga al genitore, esattamente come i suoi occhiali. Del resto, è esperienza comune di ogni adulto il considerare lo smartphone parte integrante della propria vita, non muoversi senza di esso, usarlo come aiutante in numerose e sempre maggiori attività. Ancor più comune è controllare il telefono prima di coricarsi, riporlo sul comodino, per poi riprenderlo in mano la mattina appena svegli. Dunque, esattamente come per quegli oggetti integrativi dei propri organi, ce ne spogliamo prima di addormentarci per poi riprenderli una volta svegli.

Ma verso quale organo lo smartphone svolge il ruolo di surrogato? Qui la questione si complica, perché potremmo dire che lo smartphone amplia i confini dell’io rendendoli ancora più labili, ambigui, imprecisi. Questo sembra essere la sua funzione e ci troviamo pertanto di fronte ad un oggetto che se da un lato fa parte dell’io, dall’altro ne rende i confini ancora più imprecisi. Nel potenziare l’io, lo mette anche in condizioni di difficoltà e precarietà. Forse è questa una delle ragioni per cui nel muoversi nel mondo digitale oggi ci si imbatte in numerose impasse.

Il punto da cui ero partito, ovvero dallo sguardo del bambino che non differenzia tra l’adulto e il suo smartphone, è a mio avviso molto interessante perchè ci permette di spostare l’attenzione dal modo con cui i bambini usano le nuove tecnologie al sistema di significati dentro al quale nascono e crescono. Ovvio che un bambino diventato ragazzo desideri possedere quel prolungamento dell’io che ha potuto osservare in tutti gli adulti che ha conosciuto. Il punto non è, pertanto, chiedersi se i bambini sono nativi digitali oppure no, ma accorgersi che nel nostro mondo è stato introdotto un oggetto che al momento attuale è irrinunciabile se si vuole vivere nella società contemporanea. Tutto questo ci permette però di ragionare sul ruolo che il mondo degli adulti può e deve avere, in quanto il bambino non fa altro che osservarci e imitarci. Abbiamo dato un posto centrale nella vita a questi nuovi oggetti intelligenti al punto da farli rientrare nei confini dell’io. Forse dovremmo cominciare a chiederci che cosa abbiamo perso, in che cosa siamo diventati così carenti da aver bisogno di un oggetto integrativo. In secondo luogo, sapendo che i confini dell’io sono così facilmente scomponibili, dovremmo interrogarci su dove si sono spostati: la sensazione è che si pensi che i confini siano sempre allo stesso posto, mentre si muovono su tutto un altro campo d’azione. Online, sui social media, sui forum di discussione, ecc… una parte del soggetto si muove in assenza di corpo, ovvero senza quel limite reale che gli consentirebbe di comprendere dove finisce il suo io e dove inizia il suo non io. Anni fa, durante un convegno, mi era stato fatto osservare che non è del tutto vero che online ci si muove in assenza di corpo in quanto ne si conserva una rappresentazione immaginaria. Potremmo allora dire così: i confini dell’io diventano puramente immaginari, si perde il legame con il reale e si indebolisce l’intersezione con il simbolico. Molte persone (ne è un esempio l’ampio dibattito sull’hate speech di questi ultimi giorni) invocano un bagno di reale che però è strutturalmente impossibile in questo ambiente: si vuole eliminare l’anonimato, si pubblicano i nomi e cognomi di chi offende, si cerca di collegare la dimensione “virtuale” a quella reale. Tutto questo si può fare, ci mancherebbe, ma non risolve il problema perchè è necessario lavorare sul versante simbolico, ovvero della parola. Occorre creare spazi per mettere in parola quello che avviene online, per dare un senso alle azioni e nominare la propria immagine. Tutto questo è molto complesso in un ambiente che sta avendo fortuna proprio per avere eliminato e indebolito il rapporto con il reale e il simbolico. Proprio per questo bisogna fare in modo che ciò che avviene online non resti su un versante puramente virtuale, ovvero di ciò che in potenza è ma che nel reale non è, e insistere sul legame simbolico dentro al quale l’essere umano si muove, bambini compresi. Detto in altre parole bisogna tornare a dare parola al soggetto e uscire dalla dimensione virtuale di un io puramente immaginario che, la clinica lo insegna, non può che essere mortifero.


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La politica che scrive “fregnacce”

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Questa foto mostra persone che manifestano in favore del sì al referendum. Il sito Russia Today aveva spacciato la folla come manifestazione a favore del no (fonte La stampa)

In questi giorni di “brutta politica”, tra populismi che avanzano e nuovi fascismi che si impongono, mi sono imbattuto nella lettura di un passaggio di Lacan che mi ha aiutato a fare ordine. Siamo all’interno del suo primo seminario intitolato Gli scritti tecnici di Freud (1953-54). Verso la fine della X lezione Lacan dice quanto segue (lo riporto alla lettera, poi lo commenterò):

Freud si appoggia sull’articolo di Ferenczi sul senso di realtà, pubblicato nel 1913. E’ un articolo davvero povero. Ferenczi è colui che ha cominciato a mettere in testa a tutti i falsi stadi. Freud vi fa riferimento. […] L’articolo del suddetto ha esercitato un’influenza decisiva. Avviene come per le cose rimosse, che sono tanto più importanti quanto meno le si conosce. Analogamente, quando un tale scrive una fregnaccia bella e buona, questa produce i suoi effetti anche se nessuno l’ha letta. Infatti tutti la ripetono senza averla letta. In questo modo circolano delle bestialità che giocano su una confusione dei piani alla quale la gente non fa caso. Così la prima teoria analitica della costituzione del reale è impregnata delle idee dominanti dell’epoca, le quali si esprimono in termini più o meno mitici sulle tappe dell’evoluzione dello spirito umano. […] Simili idee portano con sé la loro potenza di disordine e diffondono il loro veleno. Lo si capisce bene dall’imbarazzo che Freud dimostra quando fa riferimento all’articolo di Ferenczi.

Lacan non sta qui parlando della politica all’interno di uno stato, ma certamente non si può dire che non stia affrontando un tema politico. La questione riguarda infatti il modo con cui certe teorie si propagano. Lacan, come è al suo solito, non usa mezzi termini. Se qualcuno scrive una fregnaccia bella e buona, questa produce i suoi effetti anche se nessuno l’ha letta. Bingo (questo lo aggiungo io). Quando ho letto questo passaggio ho avuto davanti ai miei occhi la timeline di Twitter, la bacheca di Facebook, le notizie dei media…quella marea incontrollata di informazioni che si produce e si riproduce di continuo senza mai arrestarsi. E, aggiunge Lacan, tutto ciò funziona come per il materiale rimosso, ovvero non direttamente disponibile alla coscienza, che ha tanto più peso e importanza quanto meno il soggetto ne è a conoscenza. Questo significa che le persone sono influenzate non solo dalle cose che leggono direttamente con i propri occhi, ma anche da tutte quelle che non vengono lette e che in qualche modo circolano, lasciano delle tracce, degli spunti. Anzi, queste ultime hanno ancora più peso perché sono apparentemente fuori controllo.

Questo passaggio apre ad alcune questioni della nostra contemporaneità che proverò ora ad articolare.

La prima. Non è importante scrivere una cosa giusta ma ciò che produce un effetto. Se io sono in grado, e oggi lo siamo, di piegare la parola riducendola solo al messaggio che desidero arrivi ad un target di persone, posso tranquillamente ignorare la verità delle mie affermazioni. Se poi qualcuno dirà che non è vero, che ciò che dico è falso, io non dovrò fare altro che continuare a parlare per raggiungere il mio obiettivo, che lo ribadisco non è la verità ma l’effetto della mia parola. Come suggeriva Lacan, tra l’altro, produce più effetto la fregnaccia della cosa giusta, perché dice quello che le persone vogliono sentirsi dire e molto spesso la gente non è interessata alla verità.

La seconda questione è direttamente collegata alla prima. Nella nostra epoca, a differenza di quella in cui viveva Freud e insegnava Lacan, esistono i social media. Questi potenti strumenti rendono la comunicazione tra le persone estremamente veloce, così come la circolazione della notizie. Una notizia falsa, prima di essere smentita, raggiunge moltissimi punti della rete e anche se verrà poi smentita ha già prodotto il suo effetto. In più, ci si ricordi il punto uno, anche a fronte di una smentita, chi ha interesse a raggiungere il suo obiettivo (che non è la verità della notizia) rilancerà con un’altra fregnaccia, andando magari a discreditare la persona che ha osato criticare la propria notizia. Infine, quando si vuole chiudere l’argomento, si parla di complotto, che è un bel modo di dire che non si può più parlare perché una delle due parti è interessate è in malafede. E se uno smentisce anche l’ipotesi di complotto? Signori e signore siamo di fronte alla dimostrazione che ci troviamo di fronte proprio ad un complotto perché chi ha interesse a smontare l’ipotesi di un complotto se non l’ideatore del complotto stesso? Tutto questo sembra un po’ paranoico e in effetti lo è: la nostra società dell’ego sta diventando sempre più paranoica.

La terza questione riguarda l’anonimato o comunque la possibilità di poter utilizzare (comprare?) punti della rete per moltiplicare ed ampliare il mio messaggio. Io chiedo (pagando?) a delle persone di scrivere commenti, post, tweet che supportino il mio punto di vista e demoliscano quello dell’altro. Una volta rodato questo meccanismo, tra l’altro, non c’è neanche più bisogno di comprare o chiedere alle persone di scrivere messaggi strumentali perché il processo si è innescato e la gente lo farà di propria iniziativa. Prendiamo ad esempio i commenti che seguono molti tweet del Presidente del Consiglio Matteo Renzi. I primi sono di utenti anonimi che non fanno riferimento a ciò che Renzi scrive ma si limitano ad insultarlo, a screditare il suo lavoro, ad abbassarlo al rango di un amico (cazzaro va per la maggiore). Questo cosa produce? Chi leggerà questi commenti penserà che se ci sono delle persone che scrivono queste cose forse è perché Matteo Renzi è proprio un cazzaro. In più, se i messaggi contengono dati o link a siti (anche questi, magari, creati ad hoc per l’occasione) che mettono in discussione quello che Renzi dice il gioco è fatto. Ma questi dati saranno poi veri? Non importa, l’importante è che girino, che mettano il dubbio alle persone, che infanghino. Potrei fare molti altri esempi ma il punto è che non c’è propaganda migliore che questa per acquisire consensi e distruggere il mio avversario. Lo abbiamo visto in America, lo stiamo vedendo in Italia. Che poi questo significhi anche saper governare è un altro discorso.

Quarta questione, il ruolo giocato dai media tradizionali che, ringraziando il cielo, esistono ancora. Si sente dire che questi media, per sopravvivere, dovrebbero usare le stesse logiche dei social media. Io dico che è vero piuttosto il contrario e che l’unico modo che questi canali di comunicazione hanno per continuare ad esistere sta proprio nel riconoscere la loro differenza dai nuovi media. Dopo la vittoria di Trump ho sentito molti giornalisti dire che i media tradizionali hanno sbagliato a fare una campagna elettorale anti Trump, che avrebbero dovuto cercare di capire meglio il fenomeno che stava per travolgerli. Sono d’accordo solo in parte. Innanzi tutto perché porre delle critiche non è fare campagna elettorale. I media hanno il dovere di fare il loro lavoro di cronaca ed è giusto che mettano in luce questi meccanismi, che smascherino le falsità, che mettano in guardia le persone. Fare questo non è stare dalla parte di chi governa, ma fare informazione. Per tornare al nostro paese non sopporto che chiunque faccia delle critiche al Movimento 5 Stelle (così finalmente lo dico anche io) sia un corrotto, un complottista, un filo renziano, un piddino. Il problema è che per denunciare questa macchina che ho provato ad articolare in questi punti si è obbligati a porsi in opposizione ed automaticamente si rientra al punto uno (quello in cui non importa scrivere una cosa giusta ma ciò che produce un effetto). Gli unici canali comunicativi che a mio avviso possono aiutare a rompere questo meccanismo sono proprio i media tradizionali che però devono assumersi la responsabilità etica di questo difficile compito (e non tutti i media, lo stiamo vedendo, ne sono in grado). 

La verità è che in questo momento storico c’è poco spazio per il confronto, per il fraintendimento, per una parola libera. In altre parole c’è poco spazio per la relazione: ecco perché stiamo diventando una società paranoica. Più si considera l’altro causa dei propri problemi, più si vuole escludere il fraintendimento della vita, più si pensa che la sicurezza sia la priorità e che l’incontro con l’atro la possa minare, più diventeremo paranoici. Non stupisce, del resto, che il prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America abbia annunciato la costruzione di un muro al confine con il Messico: una società che vuole eliminare i fastidi della relazione non può fare altro che innalzare muri.