Un dolore così dolce. Dare ciò che non si ha

Questa è una storia d’amore. Ma le storie d’amore, lo si può ben intuire, non sono facili da raccontare. A meno che non si decida di raccontare l’amore senza avere la pretesa di chiuderlo in un recinto, in una definizione, in una finzione. Il romanzo di David Nicholls, Un dolore così dolce (Neri Pozza), parla di amore. Per una ragazza, per un padre, per una madre e una sorella, per un gruppo di amici, per il futuro, per un sogno. Un dolore così dolce parla di amore proprio perché riesce a non definirlo mai pur ponendolo sempre al centro della narrazione. E alla fine, almeno nel mio caso, ti senti un po’ innamorato come Charlie oppure, la questione non cambia, di Charlie, il giovane protagonista delle vicende narrate. 

A 16 anni l’amore è una bomba pronta ad esplodere. Tutto si amplifica e si modifica, nulla è più come prima. Nella vita di ogni persona c’è un momento che segna l’inizio, la partenza, il taglio. E da quel momento in avanti tutto sarà diverso. Charlie Lewis ci racconta l’amore con i suoi occhi di sedicenne, attraverso le fantasie che lo invadono e la paure che gli impediscono di parlare. Questo è forse l’aspetto più interessante del romanzo. Lo sguardo con cui questo sedicenne ama, e odia, è sorprendente e mai banale. Ti fa vivere le acrobazie che solo gli adolescenti sanno compiere mentre stanno tentando di dare un senso alla loro vita. Amano e poi odiano, sarebbero pronti a lasciare tutto per inseguire un sogno ma poi lo abbandonano come se fosse un sogno come un altro, vogliono prendere le distanze dalla propria famiglia ma desiderano farne parte. Queste contraddizioni, che troppo spesso vorrebbero essere cancellate dal mondo adulto, rappresentano l’essenza della vita di un ragazzo di 16 anni. E David Nichols riesce a raccontarlo molto bene.

Nel seminario V, intitolato Le formazioni dell’inconscio, Lacan riprende una definizione dell’amore  per me molto enigmatica. “Amare – dice – è sempre dare ciò che non si ha, e non già dare ciò che si ha”. Non è semplice dare ciò che non si ha, ma d’altronde non è semplice amare. Poi aggiunge: “Donare, per contro, è anche dare, ma è dare ciò che si ha”. Per amare, dunque, è necessario dare all’altro qualcosa di più ed è interessante che quel di più sia proprio ciò che non si ha. Forse questo è uno dei motivi per cui a 16 anni si riesce ad amare in maniera così intensa. Le vicende di Charlie, in effetti, vanno proprio in questa direzione. Non sa cosa sia l’amore, ha paura persino a pronunciarla quella parola. Eppure ama. Forse, si potrebbe dire che può amare proprio perché non riesce a definire l’amore. 

Crescendo si cambia e l’amore si trasforma. Per alcuni versi diventa più difficile amare, si fa più fatica a donare ciò che non si ha. Si è portati, al contrario, a donare ciò che si ha ma in questo movimento si nascondono molte ambiguità e insidie. La direzione dell’amore però resta invariata e per poter amare, a qualunque età, è necessario riuscire a dare ciò che non si ha. 

Magnifiche, da questo punto di vista, le parole di Fran, la ragazza di cui Charlie si era follemente innamorato a 16 anni. 

“Penso a come mi sentivo, e non voglio fare la sentimentale o roba del genere, ma per me il primo amore è come una canzone, una stupida canzoncina, la senti e pensi, non voglio sentire più nient’altro, qui c’è già tutto, questa è la melodia più bella che sia mai stata scritta. Poi cresci e non lo metti più quel disco, ora sei più tosta, e smaliziata, e hai gusti più raffinati…Ma quando la senti per radio, be’, è ancora una bella canzone. Proprio bella”.

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