Solo un uomo. Qualche parola su un padre

Tutto accade durante l’ultima cena. Quando i nodi vengono al pettine, quando in qualche modo la mascherata “americana” non tiene più e i soggetti pur continuando nella recita non sono più credibili. Tutti parlano, si confrontano su tematiche di ordine morale sentenziando sul giusto e sullo sbagliato. Recitano una parte, convinti di poter identificarsi con quel personaggio che stanno mettendo in scena. Sto parlando di Pastorale americana, immenso romanzo di Philp Roth. 

“Cos’era, lui, spogliato di tutti i segnali che lanciava? La gente, dappertutto, si alzava in piedi urlando: -Questa persona sono io! Questa persona sono io! – Ogni volta che li guardavi si alzavano e ti dicevano chi erano, e la verità era che non avevano, non più di quanto l’avesse lui, la minima idea di chi o che cosa fossero. Credevano anche loro ai segnali che lanciavano. Avrebbero dovuto alzarsi e gridare: – Questa persona non sono io! Questa persona non sono io! – L’avrebbero fatto, se avessero avuto un minimo di pudore. – Questa persona non sono io! – Allora forse avresti saputo come procedere tra quei segnali, tra le innumerevoli stronzate di questo mondo”

C’è sempre dell’Altro dietro e dentro alle persone. Dietro alla robustezza di Seymour Levov, lo Svedese, il protagonista del libro, c’è un mondo che neanche lui riconosce di avere. Il problema, o forse farei meglio a parlare di nevrosi, è che tutti noi siamo presi dentro questo gioco delle parti in cui pensiamo di sapere, siamo convinti di sapere e non vogliamo essere bucati dal non sapere. Questa, in fondo, è la vera essenza della psicoanalisi. Riconoscere questa mancanza, non rimuoverla, non fare di tutto per evitarla. Siamo abitati dal non sapere e non c’è modo di andare oltre questo aspetto strutturale della nostra esistenza.

Proprio questa robustezza, quasi granitica, dello Svedese entra in gioco nella relazione con la figlia Merry. Non potrebbe essere altrimenti a ben pensarci. Chi siamo, come siamo, chi pensiamo di essere impatta in un modo o nell’altro sul nostro essere genitori. Non esistono genitori perfetti perché non esistono esseri umani perfetti, non bucati dal non sapere. In questo complicato rapporto tra un padre, che si rivela essere solo un uomo, e una figlia, ho rivisto moti genitori incontrati in questi anni nel mio lavoro di psicoanalista. Donne e uomini smarriti di fronte all’impossibilità di capire i figli, di fronte all’incomunicabilità che a un certo punto ha preso il sopravvento in quella relazione. Fino a un certo momento tutto funziona, almeno apparentemente, ma poi scatta qualcosa e con i figli la distanza diventa incolmabile. Non ci si parla più, non li si capisce più, quasi non li si riconosce. Un vero e proprio dramma.

Ma l’aspetto che più colpisce, in questa come in tante altre storie simili, è che l’amore di un genitore nei confronti di un figlio è sempre sincero, unico, incondizionato. Lo Svedese ha amato sua figlia Merry, nessuno può dire il contrario. Anche sua moglie Dawn l’ha amata, se pur con qualche difficoltà in più. Il problema è che l’amore non basta,  l’amore non basta mai. Anzi, con un po’ di provocazione, si può dire che l’amore, troppo amore, può soffocare. Certe volte l’amore rischia di cancellare il figlio, che diventa così solamente un oggetto da amare e non un soggetto con una propria autonomia. Questo è anche il punto da cui originano le psicosi, come si vede purtroppo bene nella storia narrata da Roth.

Nel romanzo Pastorale Americana la piccola Merry soffre di balbuzie. Ma quel suo continuo inciampare nelle parole è stato letto dai genitori solo come un difetto presente nella figlia, un errore da raddrizzare da correggere. Lo hanno fatto per lei, dicevano. Ma in realtà lo hanno fatto soprattutto per loro perché non sopportavano di aver generato una figlia con un difetto così pronunciato. Dunque c’era amore, questo sì, ma non verso la figlia. In quel balbettare vedevano una loro mancanza e per questo non erano in grado di sopportarlo.

L’attenzione si sposta allora inevitabilmente verso i figli. Sono loro che a un certo punto devono essere in grado di staccarsi dai genitori e fare delle scelte giuste. Un padre, e una madre, non possono essere sempre e per sempre ritenuti colpevoli dei comportamenti dei figli. Lo dice bene Lou Levov, padre dello Svedese quando dice che non sei tenuto a venerare la tua famiglia, non sei tenuto a venerare il tuo paese, non sei tenuto a venerare il posto dove vivi, ma devi sapere che li hai, devi sapere che sei parte di loro. Perché, chi non lo sa, è là fuori da solo, e mi fa pena.

Prima o poi, bisogna fare i conti con l’Altro, non c’è modo di continuare a scappare. Ma tutta la storia narrata in Pastorale Americana non lascia sereni. Davvero un figlio è libero di fare le sue scelte? Oppure sarà per sempre condizionato dal modo in cui i genitori si sono rivolti a lui, fin dall’inizio. Dal modo in cui, potrei dire allargando ancora un po’ la questione, il grande Altro si è rivolto a lui. Questo è il dilemma, a tratti angosciante, che emerge da questo capolavoro di Philip Roth. È possibile liberarsi una volta per tutte, spezzare la catene che ci legano alla nostra storia? Oppure no, come dice Lou Levov. Non c’è soluzione. 

Sta di fatto che non dobbiamo affrettarci a chiudere questo discorso. Roth, in una delle prime pagine del romanzo, ci dice che capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. La vita passa dall’errore. Accettare tutto questo significa in fondo smetterla di inseguire una perfezione che altro non fa che illuderci dell’inesistenza del reale della vita.

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