Lo squalificato

Il mio primo manga. Non sapevo da che parte prenderlo, come entrarci dentro, come scorrere le parole e le immagini. All’inizio, lo ammetto, ho fatto un po’ di fatica. Seguire la storia leggendo all’incontrario, un groviglio di nomi che facevo fatica a ricordare (mio problema storico, lo devo ammettere), un passaggio non sempre logico da una vignetta all’altra. Ma poi mi ha preso e si è aperto un mondo.

Lo squalificato è un manga di Junji Ito, tratto dall’omonimo romanzo di Osamu Dazai. Sono 3 volumi, uno più intenso dell’altro, che senza veli raccontano la storia di Yozo Oba, un bambino che decide di darsi alla buffoneria per evitare che le persone scoprano la sua vera natura. Tutte le vicende di Yozo sono tinte da questa impossibilità a mostrarsi realmente, una lunga e infinita bugia con cui maschera tutta la sua vita. Fino a diventare, finalmente, lo squalificato. Una persona che non può più partecipare alla vita perché ne è stato escluso. Paradossalmente, però, è proprio a questo punto che la sua vita potrebbe cominciare.

Quello che mi ha colpito di questo manga, anche alla luce di altre letture che sto facendo in questo periodo, è l’attaccamento che Yozo Oba mostra nei confronti del  proprio sintomo. Legame che va ben oltre, come direbbero prima Freud e poi Lacan, il principio di piacere. Perché continuare a bruciare la propria vita, per giunta soffrendone, sapendo che quella strada condurrà alla fine? Perché non rialzarsi, perché non abbandonare il proprio sintomo nonostante ce ne siano le possibilità?

Perché il sintomo, con buona pace di molti, è ciò che divide il soggetto e non se ne può fare a meno. Il soggetto –scrive Recalcati nel suo La pratica del colloquio clinico – resta attaccato al sintomo, non nonostante il sintomo lo faccia soffrire, ma proprio perché lo fa soffrire. Il sintomo opera dunque una divisione del soggetto. Cosa significa? Nel caso di Yozo Oba il suo sintomo, ovvero fare il buffone, non dire mai la verità, illudere le donne per poi portarle alla morte, non è che l’effetto del suo sentirsi vuoto, non amato, non riconosciuto. Oba è legato al suo sintomo perché non può evitare di esserlo, perché quel godimento mortifero è la sua unica chance per evitare di scoprire una verità molto più scomoda: è uno squalificato. Ma a un certo punto, a questa verità, ci arriva. Anche se, lo si potrà immaginare, non sarà una verità comoda da sopportare.

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