La vita passa da qui

Il primo giorno di scuola, il maestro ha appoggiato sulla cattedra una scatola di legno. Poi ha sollevato il coperchio, ci ha guardato dentro, e una dopo l’altra ha cominciato a tirare fuori le lettere dell’alfabeto. Erano pezzi di legno colorati, ciascuno con una sua forma. Senza respirare, abbiamo lasciato i banchi e siamo scivolati verso di lui, come limature di ferro richiamate dalla calamita. In pochi minuti eravamo raccolti intorno alla cattedra. Quando ha estratto l’ultima lettera – era la G e il maestro l’ha lasciata insieme alle altre sulla fòrmica del tavolo – ci ha chiesto di fare silenzio. Quindi ha spiegato che lettere dell’alfabeto sono ventuno. Possono sembrare poche, ha detto, ma con queste lettere, d’ora in poi dovrete fare tutto. Con ventuno lettere – ha detto prendendole tutte nelle mani e poi passandole sotto i nostri nasi – si può costruire  distruggere il mondo, nascere e morire, amare, soffrire, minacciare, aiutare, chiedere, ordinare, supplicare, consolare, ridere, domandare, vendicarsi, accarezzare.

Ventuno lettere. Se dovessi spiegare a un bambino che cosa significa la parola vita userei questo piccolo brano, tratto da La vita non è in ordine alfabetico di Andrea Bajani. Lo userei  anche con un adolescente. Partirei da qui, dalle lettere che usiamo per formare le parole. Dall’idea, non scontata ai giorni nostri, che le parole devono essere reinventate ogni volta e che con quelle parole, unite fino a formare le frasi e poi i racconti, l’uomo costruisce il suo mondo, lo rende umano. La vita si realizza a partire dall’alfabeto, pur non essendo in ordine alfabetico. Lacan, non a caso, utilizzava il termine parlessere per sottolineare l’impossibilità di scindere un soggetto dalla sua parola: è la parola che ci rende esseri umani.

Il mondo oggi sembra però andare in un’altra direzione. Le parole vengono date per scontate perché a contare devono essere i fatti. Fatti, non parole è uno slogan che si sente tanto ripetere in politica. Ma certi politici non si rendono conto che svuotare la vita dalle parole, pensare che i fatti vengano prima, significa impoverire il tessuto sociale e culturale. Significa, detto in altri termini, privare l’essere umano di ciò che lo rende umano. Quando si pensa che a contare siano i risultati si piegano le parole fino a farle diventare puro strumento utile al raggiungimento di un obiettivo. Non c’è più invenzione, creazione, vita. Ripetiamo un discorso già sentito. Questo, tra l’altro, è proprio ciò che succede con i sintomi nevrotici.

Le lettere dell’alfabeto sono racchiuse in una scatola. Impariamo a parlare quando ci accorgiamo che, grazie alle parole che apprendiamo dall’Altro, il mondo prende forma, acquista significato. Qui si nasconde anche il segreto della psicoanalisi. Nel non considerare le parole solo come uno strumento per comunicare ma nell’ascoltarle sapendo che quelle parole danno forma al mondo del paziente, lo costituiscono in una forma unica, inedita, originale.

La vita passa da qui.

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