Genitori su Facebook

200H

Manuali, app, consigli di esperti, laboratori per genitori…fare il genitore sembra essere diventato un mestiere. Lo dico con un filo di apprensione e un po’ di preoccupazione, da genitore e psicoanalista. L’idea che pervade la nostra contemporaneità è che acquisendo le giuste competenze genitoriali si possa diventare buoni genitori in grado di far crescere un figlio realizzato e felice. I genitori cercano la ricetta della felicità e i vari esperti sono pronti a venderla a peso d’oro. Ma andiamo un passo alla volta.

Qualche mese fa, mentre incontravo un gruppo di genitori all’interno di un liceo scientifico, una mamma prese la parola e accusò me, in quanto rappresentante della categoria “psicologi”, di avere complicato la sua vita e quella di tutti gli altri genitori. Non aveva tutti i torti. Fino a un po’ di anni fa, in effetti, l’operato di un genitore non era messo in discussione da nessuno e non esistevano teorie ed esperti che andavano in giro a dire che cosa fosse giusto fare e cosa no. L’educazione dei bambini era una conseguenza delle abitudini, delle consuetudini e delle regole che una famiglia, inserita all’interno di una comunità, possedeva. Tutto questo non era garanzia di un buon risultato, ovvio, ma forse non si era così preoccupati del risultato come invece siamo oggi. Quella mamma aveva dunque ragione nel sentirsi messa in discussione, in alcuni casi anche giudicata dalla psicologia e dalla pedagogia. Ma la colpa è davvero della psicologia?

Cambiando contesto, mi capita spesso di leggere su Facebook diversi commenti di mamme e papà che giudicano l’operato di altri genitori. Stando a quanto si legge sul social network di Zuckerberg, da poco papà per la seconda volta, possiamo stare tranquilli: il mondo è pieno di genitori perfetti! Di più. Questi genitori perfetti, che non sbagliano mai, sono anche ottimi giudici e sanno riprendere e sgridare quei genitori meno bravi. Ora, che Facebook sia il luogo in cui l’ego umano si innalza a sovrano non ci sono dubbi. Ma questo atteggiamento, sempre più diffuso, di pensare che esista una perfezione nel modo di educare è certamente pericoloso. Alla lunga, cosa che già sta avvenendo, indebolisce il genitore piuttosto che rinforzarlo perché va a mettere in discussione l’unica cosa che rende tale un genitore: la responsabilità delle sue azioni. Per questo aveva ragione quella mamma. Tutte le volte che una teoria o un modello educativo pensa di essere più corretto e più giusto della singolarità e dell’unicità dell’atto educativo di quel genitore, ci troviamo di fronte a un impoverimento

Ma la colpa, in questo quella mamma aveva torto, non è della psicologia. Freud lo aveva detto fin dall’inizio che non si poteva pensare di usare le sue scoperte, ottenute grazie alla clinica delle nevrosi di adulti, per garantire un’infanzia e uno sviluppo più sereno ai bambini. Nel 1937, sul finire della sua vita, in Analisi terminabile e interminabile, scrive una frase che è stata dimenticata da molti che sono arrivati dopo di lui:

“Sembra quasi che quella dell’analizzare sia la terza di quelle professioni “impossibili” il cui esito insoddisfacente è scontato in anticipo. Le altre due, note da molto più tempo, sono quelle dell’educare e del governare”.

Ora, nessuno vuole mettere in dubbio il fatto che sia corretto provare a fare il meglio, ma è necessario rendersi conto che si parte da una posizione impossibile. Non è possibile eliminare l’angoscia della morte, della sofferenza e del dolore dalla vita dell’essere umano. Dunque, anche applicando il miglior metodo educativo sponsorizzato dal più titolato degli psicologi esperti in educazione e sviluppo del bambino, non si potrà che andare a sbattere contro questa impossibilità. Ma non per questo tutto è perduto. Quel che resta è affidarsi alla propria responsabilità e fare in modo che il proprio essere genitore non cerchi di copiare un modello educativo ma si trasformi in una testimonianza vera. Cosa si può testimoniare? Come scrivevo in un altro post si testimonia che una direzione la si è presa, che la vita non può e non deve essere solo consumata, che l’amore non è sovrapponibile al godimento e che, pur non essendo facilmente descrivibile a parole, può trasformarsi in un atto. Si testimonia con la propria vita che il desiderio e la regola sono strettamente intrecciati. Si testimonia con la propria umanità, fatta anche di errori e incertezze, che un genitore non è perfetto ma che quell’imperfezione non gli ha impedito di fare delle scelte.

Come dico spesso, e come spero si sarà compreso, non accuso Facebook di aver creato genitori giudicanti e moralisti che, come direbbe De Andrè “si credono come Gesù nel tempio”. No, Facebook non fa altro che offrirci un osservatorio privilegiato sulla direzione che sta prendendo la nostra società. Alison Gopnik, nel suo libro Essere genitori non è un mestiere, scrive che pensare al genitore come a un mestiere porta a giudicare le qualità di un genitore sulla base del figlio che è stato prodotto. Come in qualsiasi lavoro si giudica il risultato finale senza tenere conto minimamente del processo. Ora questo modo di intendere la genitorialità e l’educazione non porta da nessuna parte, se non a rendere i genitori sempre più deboli e i figli sempre meno in grado di assumersi la responsabilità soggettiva delle proprie azioni. Se io, figlio, sono solo un prodotto, la colpa della mia infelicità non può che essere di chi mi ha costruito. Per questo dobbiamo fare un passo indietro e, magari, scrivere qualche consiglio in meno su Facebook.

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