Al di là di Facebook. Come sta cambiando il rapporto dell’uomo con il reale

Inizio oggi, con la pubblicazione di questo articolo, ad affrontare il tema del rapporto dell’essere umano contemporaneo con il reale. Penso che questa possa essere una buona porta d’accesso per parlare dell’uomo al di là di internet e dei social network: il cambiamento che sta avvenendo, lo dirò in questo articolo, va infatti ben oltre l’utilizzo dei social network.

Per fare questo ho trovato molto stimolante una conferenza di Lacan, intitolata “Psicoanalisi e cibernetica, o della natura del linguaggio” ,tenuta nel 1955 e pubblicata all’interno del seminario II. La cibernetica muoveva allora i primi passi ed era impossibile prevedere dove ci avrebbe portato il suo sviluppo. 

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Facebook non è il male. Per alcuni versi non è neanche una grande novità. Rappresenta l’ennesimo tentativo compiuto dall’essere umano di razionalizzare l’identità umana, quantificandola e rendendola un numero, oserei dire un dato di fatto. Alla base di questo ragionamento c’è l’idea che l’identità possa essere scomposta a partire dall’analisi dei comportamenti e che, una volta ottenuto un profilo esatto (attraverso l’analisi di milioni di dati), sia possibile prevedere perfettamente i comportamenti dell’uomo. Il punto, però, non è ancora questo. Per arrivare a Facebook è stato necessario un ulteriore passaggio: convincersi dell’esattezza di quei dati in cui l’identità viene scomposta. Per l’uomo contemporaneo non sembra infatti esserci alcuna differenza tra se stesso e i dati che il social di Menlo Park raccoglie, elabora e produce. Il successo di Facebook deriva proprio da questo. Ma come si è arrivati a questo punto?

Il reale

La questione è molto complicata, non potrebbe essere altrimenti, e prende origine dalla contrapposizione tra le scienze umane e quelle esatte. In gioco, in questa opposizione, c’è un diverso modo di rapportarsi al reale. Dobbiamo però, a questo punto, provare a definire il reale o, ancora meglio, il senso che l’uomo dà al concetto di reale. Lo faccio attraverso le parole di Lacan.

“Il senso che l’uomo ha sempre dato al reale è il seguente – è qualcosa che si ritrova al medesimo posto che ci sia o non ci sia stati. Questo reale si può essere mosso, ma se si è mosso, lo si ricerca altrove, si cerca perché è stato spostato fuori posto, ci si dice anche che qualche volta si è mosso per moto proprio”. (Il seminario, libro II, pag.341)

Partendo da questa affermazione si potrebbe pensare che le scienze esatte abbiano un rapporto preferenziale con questa funzione del reale in quanto, a differenza delle scienze umane, possiedono strumenti in grado di misurare esattamente dove si trova un determinato punto nello spazio. Ma non possiamo limitarci a questo, rischieremmo di perdere di vista la questione centrale, ovvero che è l’essere umano a fornire lo statuto di esattezza al reale, non è il reale ad essere esatto. Torneremo fra poco su questo punto.

Anche prima dell’avvento delle scienze esatte, l’uomo riconosceva l’esistenza del reale. Lacan pone l’esempio delle stelle: alla stessa ora della notte una stella sarà sempre su quel meridiano e ogni notte riprenderà quel posto. Tutto questo è dell’ordine del reale, ovvero di qualche cosa che si ripete di continuo. “L’uomo di prima delle scienze esatte – ci dice Lacan – pensava, come noi, che il reale è ciò che si ritrova sempre al punto giusto”. Non è mai esistita, suggerisce ancora Lacan, un’infanzia dell’umanità, ovvero un periodo antecedente alle scienze esatte in cui l’essere umano non credeva all’esistenza del reale. Per dirla in altri termini, non sono state le scienze esatte ad avere istituito il concetto di reale.

Una differenza  tra prima e dopo l’avvento delle scienze esatte, però, esiste. L’uomo, in un primo momento, pensava che la sua azione avesse a che fare con la conservazione di un ordine naturale. I suoi riti, le sue cerimonie e le sue azioni ordinate e significative avevano come obiettivo il mantenere le cose al proprio posto. Il reale non sarebbe svanito se l’uomo non avesse partecipato a questa modalità ordinata, ma sarebbe andato fuori posto. Questo ci fa dire che l’uomo primitivo non pretendeva di fare la legge, ovvero di poter incidere nel funzionamento delle cose; al contrario pensava di essere indispensabile alla permanenza della legge.

Tutto questo durò fino al momento in cui l’uomo si accorse che riti, danze e cerimonie non facevano parte dell’ordine. Quando l’uomo capì che le piogge sarebbero arrivate anche senza i suoi rituali, nacque la prospettiva delle scienze esatte. Per dirla con Lacan “a partire dal momento in cui l’uomo pensa che il grande orologio della natura giri da solo e continui a segnare l’ora anche quando non si è lì, nasce la scienza. […] Da celebrante della natura l’uomo è divenuto colui che la serve e non la governerà che obbedendole.” L’uomo comincia a pensare che la sua azione non serva a mantenere un ordine naturale, il quale è già dato, ma al contrario che sia necessario conoscere le leggi della natura, sottomettersi ad esse, per poterle governare.

Di questo passaggio è interessante notare che ad aver cambiato posizione non è il reale, ma il racconto che l’essere umano fa di quel reale. Le stelle rimangono allo stesso posto tutte le notti, ma l’uomo smette di pensare che questo dipenda dal suo comportamento e, anzi, riconosce alle stelle un movimento proprio, naturale. Detto in altri termini racconta quel movimento partendo da una prospettiva differente e affina degli strumenti per poter approfondire sempre di più questa prospettiva. Il reale, da questa prospettiva, resta sempre al medesimo posto; è l’uomo che prova a dirne qualche cosa in più.

Manca però ancora un tassello fondamentale: l’esattezza. Cosa rende una scienza esatta? Cosa ha permesso all’uomo di sostenere che un determinato elemento del reale è esatto? La risposta è apparentemente semplice: l’orologio. L’esattezza nasce proprio dall’incontro tra il tempo del sistema solare e il tempo dell’orologio. L’uomo definisce naturale questo incontro, ovvero il momento in cui il tempo dell’orologio umano incontra quello della natura. Ovviamente la natura non rispetta sempre i tempi dell’uomo, lo vediamo di continuo, ma è interessante osservare come il concetto di esattezza, a cui si rifanno le scienze esatte, nasca a partire da un’invenzione dell’uomo: senza orologio non ci sarebbe scienza esatta.

Per l’uomo contemporaneo il reale è ciò che si può misurare e che rispetta l’appuntamento con il tempo dell’orologio: è ciò che ci si aspetta di trovare proprio in quel posto in un determinato momento. 

Tutto questo ci consente di fare un passaggio successivo. Ancora Lacan dice che “una volta visto il fondamento dell’esattezza delle scienze esatte, ossia lo strumento, possiamo forse chiederci qualcos’altro, – che cosa sono questi posti? In altri termini interessiamoci ai posti in quanto vuoti”. Cosa intende dire Lacan con queste parole che gli servono per introdurre la nascita delle scienze umane? L’essere umano, dopo aver trovato un modo per misurare il reale rendendolo naturale, ha cominciato a interessarsi ai posti. Se il reale è qualcosa che si ritrova sempre al medesimo posto, che cosa possiamo dire di quel posto? Accanto alle scienze esatte si comincia così a sviluppare un certo tipo di calcolo, ovvero il calcolo delle probabilità.

“Alla scienza di ciò che si ritrova sempre al medesimo posto si sostituisce così la scienza della combinazione dei posti in quanto tali”. L’uomo ha cioè cominciato a creare delle leggi in grado di prevedere un certo tipo di comportamento o di fenomeno e a combinare tra di loro i posti per poter ipotizzare un determinato risultato. Per fare questo è passato dalla scienza dei numeri a quella della combinazione, riducendo tutto attorno alla correlazione di assenza e presenza. Tutto ha cominciato a girare attorno a queste leggi della presenza e dell’assenza, e da qui alla nascita della cibernetica il passo è stato breve.

Proviamo a riassumere. Il reale è ciò che si trova sempre al medesimo posto ed è mediante le scienze esatte che l’essere umano ha cominciato a misurarlo, studiarlo e leggerlo a partire dalla sua presenza o assenza con il tempo scandito dall’orologio. Proprio questa assenza ha portato l’uomo a interessarsi a quel posto lasciato vuoto dal reale, a interrogarsi sulle ragioni di questa mancanza e da qui sono nate le scienze congetturali (un altro modo che Lacan utilizza per definire le scienze umane). Mediante la scienza delle combinazioni l’uomo ha potuto costruire delle leggi in grado di fare previsioni sul funzionamento del reale. Tutto questo ha condotto allo sviluppo della cibernetica, la quale attraverso la riduzione al simbolo binario (0 e 1) di qualsiasi cifra del reale, ha potuto riscrivere il rapporto dell’essere umano con il reale.

Con la cibernetica non ci troviamo di fronte solamente a una scrittura del reale, a un simbolo che tenta di ancorarsi al reale. Fosse solo questo, non ci sarebbe nessuna novità. L’essere umano ha sempre tentato i compiere questa operazione: “Da sempre l’uomo ha cercato di congiungere il reale e il gioco dei simboli. Ha scritto delle cose sui muri, ha anche immaginato che delle cose, Mene, Tekel, Peres, si scrivessero da sole sui muri, ha messo delle cifre nei punti in cui si arrestava, a ogni ora del giorno, l’ombra del sole. Ma alla fin fine, i simboli restavano sempre nel posto in cui erano fatti per stare. Invischiati nel reale, si poteva credere che non ne fossero che i punti di riferimento”. La novità della cibernetica è la sua possibilità di funzionare in maniera autonoma, indipendentemente da ogni soggettività. Come dica ancora Lacan ,“la novità è che è che si è permesso loro (ai simboli) di volare con le proprie ali”.

Con la cibernetica i simboli della presenza e dell’assenza hanno cominciato a muoversi autonomamente nel reale, non limitandosi ad essere dei punti di riferimento. Questo è il punto di svolta di tutto questo ragionamento. L’essere umano contemporaneo non si limita più al constatare l’esistenza del reale e neanche si accontenta di sviluppare la teoria delle probabilità per poter prevedere quando un evento naturale si verificherà nuovamente. La cibernetica, riducendo il reale a una cifra binaria, a un puro simbolo in grado di muoversi autonomamente, ha di fatto consentito  all’uomo una modalità di accesso al reale differente. Qui, se vogliamo, sta tutta la portata del cambiamento che stiamo osservando.

Ritorno a Facebook

Lo sviluppo della cibernetica, che ai tempi in cui ne parlava Lacan non era che all’inizio, ha portato anche alla nascita dei social network e ha situato l’essere umano in una nuova posizione rispetto al reale. Per secoli e secoli l’uomo ha dovuto fare i conti con questo reale riuscendo a sviluppare una scienza in grado di spiegarne le leggi. Con la nascita della cibernetica, invece, è stato possibile eludere almeno in parte il reale attraverso un’operazione di riscrittura del reale stesso. Anche l’identità, ovvero il punto da cui siamo partiti, viene scritta in una maniera nuova all’interno dei social network.

Sostenevo, all’inizio di questo articolo, che Facebook non rappresenta altro che l’ennesimo tentativo di razionalizzazione dell’identità umana. Prima di Zuckerberg tutta la psicologia del ‘900 ha teorizzato sulle origini e sulle caratteristiche dell’identità umana. Con però almeno una differenza sostanziale: la psicologia, in quanto scienza congetturale, non poteva eliminare il reale dalla sua teoria. Freud, ad esempio, arrivato ad un certo punto del suo pensiero ha dovuto introdurre il concetto di pulsione di morte senza il quale tutta la sua struttura teorica non poteva tenere.

Facebook, in generale i social network, approcciano invece all’uomo con una possibilità nuova, dovuta proprio alla razionalizzazione di quel reale con il quale da sempre ci si è dovuti confrontare.  L’identità umana può così essere scomposta e riscritta, diventando una cifra, un dato di fatto, un algoritmo. Non c’è corpo, ovvero non c’è più reale che non sia quello del calcolo stesso il quale però, come abbiamo visto, è destinato a essere superato attraverso lo sviluppo tecnologico. Detto in altri termini l’uomo ha trovato un modo per incidere in maniera significativa sulla realtà che lo circonda e ha dato lo statuto di esattezza non più al reale ma al dato che fonda quel reale. 

L’esattezza del dato, insieme alla possibilità di elaborare quel dato all’infinito, rendono l’uomo apparentemente padrone della realtà. Proprio per questo motivo si sente dire che i dati sono il petrolio del presente e, ovviamente, del futuro. Il possesso dei dati e la loro manipolazione danno la possibilità di scrivere delle pagine di realtà inedite. Se ci pensiamo bene, tutte le volte che agiamo sui nostri profili social, facciamo proprio questo tipo di operazione: non raccontiamo chi siamo, inventiamo qualche cosa di noi partendo dai dati a nostra disposizione.

Per l’uomo contemporaneo, si diceva all’inizio, non c’è differenza tra se stesso e i dati che il social network raccoglie, elabora e produce. Proprio questa convinzione sta facendo la fortuna dei vari Zuckerberg, mettendo allo stesso tempo l’uomo in una posizione di schiavitù. Il dato diventa così  naturale, prende il posto della realtà, si sostituisce ad essa. Invece, se ci pensiamo, quel dato non è che una riduzione a un simbolo del reale, una sua riscrittura. Il reale è rimasto al suo posto, come qualcosa che si ripete sempre. A essere cambiata è la possibilità di approcciarsi ad esso con nuovi strumenti.

Ci troviamo dunque di fronte alla grandissima illusione di avere trovato un modo per evitare l’incontro, frustrante, con il reale e di avere la possibilità di riscriverlo. Ma bisogna stare molto attenti. Una delle fatiche maggiori dell’uomo contemporaneo sta proprio nella difficoltà a gestire questo confuso rapporto con il reale, non solo sui social network. L’idea che sia possibile evitare il limite del reale porta a sviluppare quella serie di fenomeni di cui tanto ci indigniamo senza renderci conto che ne siamo gli artefici. Possiamo pensarla come vogliamo del progresso della cibernetica e dei social network, non è questo il punto. Dobbiamo però accorgerci che non è possibile escludere il reale dalla vita dell’uomo. Non lo faranno le nuove tecnologie, come prima non lo ha fatto la medicina occidentale e la psicoanalisi.

Da questo punto di vista, dovremo anche chiederci se la regolamentazione della vita all’interno dei social network (vedi ad esempio tutto il dibattito sulle fake news e sull’hate speech) non rischi di rendere ancora più solida l’idea che si possa creare una realtà alternativa. L’uomo contemporaneo è già abbastanza confuso a tale proposito. Forse bisognerebbe insistere nel far cogliere la continuità tra la vita offline e quella online, smettendo di alimentare la contrapposizione tra due realtà. Il rischio, altrimenti, è che questa opposizione renda l’uomo sempre più spaesato all’interno di un ambiente digitale in cui sembra avere smarrito completamente i limiti del suo essere.

Facebook non è il male, lo ribadisco. Non possiamo però non accorgerci che al di là dei like, delle condivisioni, delle amicizie, delle informazioni e di tutto quello che viene veicolato dal social di Menlo Park, c’è un tentativo più o meno esplicito di riscrittura del reale. A questo dobbiamo stare attenti, sforzandoci di rimettere il reale al posto che gli compete: quello che torna sempre allo stesso punto, che lo si voglia o no. Altrimenti saremo sempre più manipolabili e in difficoltà nel comprendere il giusto e lo sbagliato all’interno delle nostre esistenze.

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