Alberto Rossetti

La politica che scrive “fregnacce”

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Questa foto mostra persone che manifestano in favore del sì al referendum. Il sito Russia Today aveva spacciato la folla come manifestazione a favore del no (fonte La stampa)

In questi giorni di “brutta politica”, tra populismi che avanzano e nuovi fascismi che si impongono, mi sono imbattuto nella lettura di un passaggio di Lacan che mi ha aiutato a fare ordine. Siamo all’interno del suo primo seminario intitolato Gli scritti tecnici di Freud (1953-54). Verso la fine della X lezione Lacan dice quanto segue (lo riporto alla lettera, poi lo commenterò):

Freud si appoggia sull’articolo di Ferenczi sul senso di realtà, pubblicato nel 1913. E’ un articolo davvero povero. Ferenczi è colui che ha cominciato a mettere in testa a tutti i falsi stadi. Freud vi fa riferimento. […] L’articolo del suddetto ha esercitato un’influenza decisiva. Avviene come per le cose rimosse, che sono tanto più importanti quanto meno le si conosce. Analogamente, quando un tale scrive una fregnaccia bella e buona, questa produce i suoi effetti anche se nessuno l’ha letta. Infatti tutti la ripetono senza averla letta. In questo modo circolano delle bestialità che giocano su una confusione dei piani alla quale la gente non fa caso. Così la prima teoria analitica della costituzione del reale è impregnata delle idee dominanti dell’epoca, le quali si esprimono in termini più o meno mitici sulle tappe dell’evoluzione dello spirito umano. […] Simili idee portano con sé la loro potenza di disordine e diffondono il loro veleno. Lo si capisce bene dall’imbarazzo che Freud dimostra quando fa riferimento all’articolo di Ferenczi.

Lacan non sta qui parlando della politica all’interno di uno stato, ma certamente non si può dire che non stia affrontando un tema politico. La questione riguarda infatti il modo con cui certe teorie si propagano. Lacan, come è al suo solito, non usa mezzi termini. Se qualcuno scrive una fregnaccia bella e buona, questa produce i suoi effetti anche se nessuno l’ha letta. Bingo (questo lo aggiungo io). Quando ho letto questo passaggio ho avuto davanti ai miei occhi la timeline di Twitter, la bacheca di Facebook, le notizie dei media…quella marea incontrollata di informazioni che si produce e si riproduce di continuo senza mai arrestarsi. E, aggiunge Lacan, tutto ciò funziona come per il materiale rimosso, ovvero non direttamente disponibile alla coscienza, che ha tanto più peso e importanza quanto meno il soggetto ne è a conoscenza. Questo significa che le persone sono influenzate non solo dalle cose che leggono direttamente con i propri occhi, ma anche da tutte quelle che non vengono lette e che in qualche modo circolano, lasciano delle tracce, degli spunti. Anzi, queste ultime hanno ancora più peso perché sono apparentemente fuori controllo.

Questo passaggio apre ad alcune questioni della nostra contemporaneità che proverò ora ad articolare.

La prima. Non è importante scrivere una cosa giusta ma ciò che produce un effetto. Se io sono in grado, e oggi lo siamo, di piegare la parola riducendola solo al messaggio che desidero arrivi ad un target di persone, posso tranquillamente ignorare la verità delle mie affermazioni. Se poi qualcuno dirà che non è vero, che ciò che dico è falso, io non dovrò fare altro che continuare a parlare per raggiungere il mio obiettivo, che lo ribadisco non è la verità ma l’effetto della mia parola. Come suggeriva Lacan, tra l’altro, produce più effetto la fregnaccia della cosa giusta, perché dice quello che le persone vogliono sentirsi dire e molto spesso la gente non è interessata alla verità.

La seconda questione è direttamente collegata alla prima. Nella nostra epoca, a differenza di quella in cui viveva Freud e insegnava Lacan, esistono i social media. Questi potenti strumenti rendono la comunicazione tra le persone estremamente veloce, così come la circolazione della notizie. Una notizia falsa, prima di essere smentita, raggiunge moltissimi punti della rete e anche se verrà poi smentita ha già prodotto il suo effetto. In più, ci si ricordi il punto uno, anche a fronte di una smentita, chi ha interesse a raggiungere il suo obiettivo (che non è la verità della notizia) rilancerà con un’altra fregnaccia, andando magari a discreditare la persona che ha osato criticare la propria notizia. Infine, quando si vuole chiudere l’argomento, si parla di complotto, che è un bel modo di dire che non si può più parlare perché una delle due parti è interessate è in malafede. E se uno smentisce anche l’ipotesi di complotto? Signori e signore siamo di fronte alla dimostrazione che ci troviamo di fronte proprio ad un complotto perché chi ha interesse a smontare l’ipotesi di un complotto se non l’ideatore del complotto stesso? Tutto questo sembra un po’ paranoico e in effetti lo è: la nostra società dell’ego sta diventando sempre più paranoica.

La terza questione riguarda l’anonimato o comunque la possibilità di poter utilizzare (comprare?) punti della rete per moltiplicare ed ampliare il mio messaggio. Io chiedo (pagando?) a delle persone di scrivere commenti, post, tweet che supportino il mio punto di vista e demoliscano quello dell’altro. Una volta rodato questo meccanismo, tra l’altro, non c’è neanche più bisogno di comprare o chiedere alle persone di scrivere messaggi strumentali perché il processo si è innescato e la gente lo farà di propria iniziativa. Prendiamo ad esempio i commenti che seguono molti tweet del Presidente del Consiglio Matteo Renzi. I primi sono di utenti anonimi che non fanno riferimento a ciò che Renzi scrive ma si limitano ad insultarlo, a screditare il suo lavoro, ad abbassarlo al rango di un amico (cazzaro va per la maggiore). Questo cosa produce? Chi leggerà questi commenti penserà che se ci sono delle persone che scrivono queste cose forse è perché Matteo Renzi è proprio un cazzaro. In più, se i messaggi contengono dati o link a siti (anche questi, magari, creati ad hoc per l’occasione) che mettono in discussione quello che Renzi dice il gioco è fatto. Ma questi dati saranno poi veri? Non importa, l’importante è che girino, che mettano il dubbio alle persone, che infanghino. Potrei fare molti altri esempi ma il punto è che non c’è propaganda migliore che questa per acquisire consensi e distruggere il mio avversario. Lo abbiamo visto in America, lo stiamo vedendo in Italia. Che poi questo significhi anche saper governare è un altro discorso.

Quarta questione, il ruolo giocato dai media tradizionali che, ringraziando il cielo, esistono ancora. Si sente dire che questi media, per sopravvivere, dovrebbero usare le stesse logiche dei social media. Io dico che è vero piuttosto il contrario e che l’unico modo che questi canali di comunicazione hanno per continuare ad esistere sta proprio nel riconoscere la loro differenza dai nuovi media. Dopo la vittoria di Trump ho sentito molti giornalisti dire che i media tradizionali hanno sbagliato a fare una campagna elettorale anti Trump, che avrebbero dovuto cercare di capire meglio il fenomeno che stava per travolgerli. Sono d’accordo solo in parte. Innanzi tutto perché porre delle critiche non è fare campagna elettorale. I media hanno il dovere di fare il loro lavoro di cronaca ed è giusto che mettano in luce questi meccanismi, che smascherino le falsità, che mettano in guardia le persone. Fare questo non è stare dalla parte di chi governa, ma fare informazione. Per tornare al nostro paese non sopporto che chiunque faccia delle critiche al Movimento 5 Stelle (così finalmente lo dico anche io) sia un corrotto, un complottista, un filo renziano, un piddino. Il problema è che per denunciare questa macchina che ho provato ad articolare in questi punti si è obbligati a porsi in opposizione ed automaticamente si rientra al punto uno (quello in cui non importa scrivere una cosa giusta ma ciò che produce un effetto). Gli unici canali comunicativi che a mio avviso possono aiutare a rompere questo meccanismo sono proprio i media tradizionali che però devono assumersi la responsabilità etica di questo difficile compito (e non tutti i media, lo stiamo vedendo, ne sono in grado). 

La verità è che in questo momento storico c’è poco spazio per il confronto, per il fraintendimento, per una parola libera. In altre parole c’è poco spazio per la relazione: ecco perché stiamo diventando una società paranoica. Più si considera l’altro causa dei propri problemi, più si vuole escludere il fraintendimento della vita, più si pensa che la sicurezza sia la priorità e che l’incontro con l’atro la possa minare, più diventeremo paranoici. Non stupisce, del resto, che il prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America abbia annunciato la costruzione di un muro al confine con il Messico: una società che vuole eliminare i fastidi della relazione non può fare altro che innalzare muri.

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Autore: albertorossetti

Psicologo e Psicoterapeuta

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