La clinica dei ragazzi isolati (o hikikomori)

Hikikomori_4La porta chiusa, le tapparelle abbassate, le cuffie appoggiate sopra le orecchie, le dita che battono sulla tastiera del computer e lo sguardo che si distrae interagendo con immagini inoffensive. Questa è più o meno la condizione in cui vive un ragazzo adolescente che ad un certo punto della  vita, dopo avere espresso numerosi segnali di fatica, chiude la porta della propria camera provando a cullare l’illusione di poter fare a meno dell’Altro. Non si ribella, non scappa di casa, non cerca di emanciparsi dalla propria famiglia. Al contrario va ad occupare, potremmo quasi dire blindare, un posto particolare all’interno della propria casa e famiglia. Da un lato c’è, esiste, continua ad avere un posto molto importante nella mente dei genitori. Dall’altro non c’è, viene dimenticato, messo da parte perché non prende parte attivamente alla vita della famiglia, vivendo da esiliato all’interno della propria camera-isola. Qualcosa, o qualcuno, sembra spingere il ragazzo al confino e da quella posizione all’adolescente risulterà quasi impossibile spostarsi.

Nel mito di Edipo si narra che il re Laio andò ad interrogare l’oracolo di Delfi per chiedergli se avrebbe mai potuto avere figli. L’oracolo gli rispose di guardarsi bene dal generare un figlio perché se questo fosse nato avrebbe portato al popolo tebano una grossa sciagura, uccidendo il padre e unendosi in matrimonio alla madre. Laio si spaventò e, quando la sua sposa Giocasta generò un bambino, decise, in accordo con lei, di abbandonarlo sul monte Citerone, dopo avergli perforato i piedi per essere certo che la morte lo avrebbe preso. Quel bambino non morì, ma venne salvato da un pastore che lo portò a Corinto dove venne adottato da re Polibo che gli diede il nome di Edipo. La profezia dell’oracolo non venne così aggirata ma poté realizzarsi anni dopo quando Edipo, ignaro delle sue origini, tornò a Tebe. Il mito di Edipo si apre dunque con la paura da parte di Laio e Giocasta di avere messo al mondo una creatura in grado di distruggerli e, per questo motivo, da esiliare (Edipo non viene infatti ucciso dai suoi genitori).

L’esilio sembra unire Edipo agli adolescenti hikikomori. Questi ragazzi non sono stati fisicamente allontanati dai genitori, i quali al contrario cercano di reintegrarli, ma di fatto si trovano a vivere da esiliati all’interno della propria famiglia in attesa che qualcosa o qualcuno si accorga dei loro lamenti di sofferenza e dolore, riuscendo a dargli forma e significato. La clinica con l’adolescente recluso parte da qui: dall’ascolto. Un ascolto difficile, in alcuni casi quasi impossibile perché la rabbia nei confronti dell’Altro è molto forte e il terapeuta che varca la porta della camera non può che essere il primo rappresentante di quell’Altro. Un ascolto che però, nonostante queste difficoltà, deve riuscire a tacere l’amore, usando le parole di Lacan riprese con cura dal lavoro di Recalcati (La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto). In un’epoca storica in cui si vorrebbe standardizzare tutto per poter cullare l’illusione di coprire la mancanza, la clinica  estrema con questi adolescenti non può prescindere dall’uno per uno. Ciascun ragazzo è custode della propria singolarità e volere pensare che esista una categoria denominata hikikomori significa uccidere la loro singolarità, arrivando a teorizzare che possano esistere uno o più motivi, magari anche semplici, che hanno portato alla chiusura. Questo non significa, però, che non si debba insistere su questo lavoro, sulla ricerca di alcuni elementi della nostra contemporaneità e della clinica che ritornano, in quanto possono essere utili ai genitori e a chi si vuole occupare della disperazione di questi ragazzi. Troppo spesso, infatti, mi è capitato di ascoltare genitori che hanno incontrato lungo il loro percorso terapeuti interessati a prendere in carico il ragazzo ma non a prendersi cura di esso. Intendo dire che se si vuole lavorare con questi ragazzi è necessario interrogare in primo luogo la propria idea di clinica. Troppi abbandoni, avvenuti durante la cura da parte dei diversi terapeuti coinvolti, non fanno altro che sottolineare al ragazzo la propria inadeguatezza e possono allungare i tempi dell’esilio.

Ad un certo punto della vita di questi ragazzi, quando avviene la reclusione, subentra una sorta di disinteresse per il reale del mondo esterno compensata da un grande interesse per la vita “virtuale”. Il mondo filtrato dal computer è più pieno, in quanto in esso l’adolescente può vivere senza sentirsi mancante. Riprendendo un celebre detto di Freud, “l’Io non è padrone a casa propria”, potremmo dire che in questi casi “l’Io torna ad essere padrone a casa propria”, illudendosi di poter avere tutto sotto controllo e di non perdere nulla. Ma alla base di questa situazione, a mio parere, c’è una non scelta: questa è l’unica condizione possibile per poter continuare a vivere. Occupare quella posizione di Io padrone a casa propria consente infatti al ragazzo di esistere, di trovare un senso alla propria esperienza di vita. Il computer e le diverse attività portate avanti dal ragazzo vanno certamente ad alimentare questo Io (in molti casi hanno anche un ruolo riabilitativo) ma alla base di questa non scelta c’è la necessità di non perdere quell’unico posto che consente di esistere. Pensare di poter strappare il ragazzo da quella situazione diventa allora impossibile, oltre che pericolosissimo. I genitori raccontano infatti di tentativi falliti, scivolati spesso anche in violenza, di strappare da questa condizione di paralisi i figli. A non funzionare, sembra essere la parola imperativa che dice “adesso esci. Punto”. Parola che è spesso cullata illusoriamente anche da alcuni terapeuti, i quali vedono la causa di questa situazione in un’assenza di regole. Ad essere mancante non è tanto la regola non detta dal padre, quanto piuttosto la funzione paterna: non esiste quell’almeno uno non castrato che permette al ragazzo di dare senso alla propria vita. Non esiste un padre contro il quale il ragazzo ha potuto scagliarsi, ribellarsi, ma anche sentirsi protetto. Un po’ come Edipo, il quale uccide suo padre senza sapere chi fosse, il ragazzo adolescente lotta senza trovare dall’altra parte un padre. L’insegnamento di Lacan ci indica che la funzione di padre non si sovrappone a quella di padre biologico e non è quindi corretto pensare che la colpa di questa situazione cada sulle spalle del padre. Qualcosa però a questo livello non funziona, si è bloccato, non viene sentito. Il padre non è assunto a Ideale dell’Io, la sua parola cade nel vuoto, è limitata forse anche dalla parola della madre che teme che qualcosa di grave potrebbe succedere se la regola dovesse irrompere nel reale con irruenza. La situazione rimane allora sospesa nell’impasse, nella paura che il figlio possa stare male o reagire, accettando che viva in quell’unica condizione possibile, quella in cui può continuare ad essere figlio legato, almeno a livello immaginario, alla madre. Non possiamo non notare, infatti, che quella camera chiusa, protetta da un amore incondizionato  all’interno della casa, dalla quale ogni giorno entra cibo ed escono piatti sporchi, ricorda moltissimo il feto materno.

La clinica dell’adolescente recluso è radicale, impone al terapeuta di ripensare alla propria idea di clinica, di mettersi in una posizione di ascolto resa complicata dall’apparente assenza di domanda del ragazzo.    

Se volete vedere un cortometraggio che parla di adolescenti che decidono di chiudersi all’interno della propria abitazione potete scaricare il cortometraggio American Hikikomori.

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