Hikikomori. Quando l’adolescente si ritira dalla vita

hikikomori_3Qualche mese fa, in questo articolo, avevo paragonato gli adolescenti che decidono di fare reclusione sociale, o hikikomori, a degli astronauti. Restando chiusi all’interno delle loro camere-navicelle spaziali, questi ragazzi si sottraggono ad un ambiente irrespirabile e ostile per poter continuare a dare un senso alla propria vita. La camera chiusa, la tapparella abbassata e l’assenza quasi totale di rumori rendono quell’ambiente un posto in cui il buio nasconde ogni differenza, compresa quella esistente tra il giorno e la notte. In questo spazio privo di riferimenti, la luce del computer può rappresentare un appiglio, quella possibilità di “essere senza essere”, ovvero di avere una vita virtuale ma allo stesso tempo anche di sentirsi un essere umano privato della propria stessa vita. Ma perché un ragazzo arriva a portare avanti una scelta così estrema? Cosa sta domandando attraverso la mortificazione del proprio corpo?

La prima possibile risposta è che domandi di essere riconosciuto come figlio. In effetti, in molte di queste situazioni, i genitori tornano a prendersi cura del proprio figlio come avevano fatto quando il ragazzo era molto piccolo. Falliti i numerosi e faticosi tentativi di far vivere al figlio la vita che ci si aspetterebbe da un adolescente, i genitori si trovano costretti ad accettare la scelta di auto-reclusione imposta dal figlio. Non c’è modo di farlo uscire da quella camera e anche la violenza, a cui spesso si arriva perché esasperati dalla situazione, non serve ad altro che rendere ancora più solida la scelta del figlio: dalla sua camera non esce. Giorno dopo giorno, mese dopo mese e in alcuni casi, anno dopo anno, ci si adatta a questa situazione e, come accennavo poco sopra, ci si prende cura dei suoi bisogni primari. Il pranzo e la cena vengono spesso portati in camera, altrimenti il ragazzo non mangerebbe, e le comunicazioni vengono ridotte all’essenziale. Apparentemente ci si dimentica del ragazzo, chiuso all’interno della sua camera, ma in realtà si risponde alla sua domanda di essere riconosciuto come figlio. La stessa camera chiusa, a ben vedere, assomiglia molto a quel feto materno che lo aveva ospitato, proteggendolo e facendolo crescere, anni prima. Dalla sua camera, da quella posizione di figlio che necessita per vivere dei suoi genitori, il ragazzo può mettere da parte l’angoscia generata dalla sua spinta a desiderare, evitando di assumere su di sé l’enigma del proprio desiderio. Detto in atri termini, il ragazzo in hikikomori, domanda di poter essere riconosciuto come figlio perché in questo modo, continuando a soddisfare questa sua domanda, non deve confrontarsi direttamente con la realtà esterna e con le sue richieste.

In secondo luogo, chi fa hikikomori, mette in scena la mortificazione del proprio corpo. A differenza di quanto accade nelle psicosi, dove è presente la frammentazione dell’immagine del corpo, in questi casi il corpo è presente ma solo per sottolinearne l’inutilità: è trascurato, lasciato andare, spogliato dei suoi bisogni. Su questo punto, un ragazzo che non fa hikikomori ma che per alcuni tratti non si distanzia eccessivamente, mi faceva notare come il corpo, inteso come la chiave di accesso alla realtà, è per lui un inutile accessorio che ostacola il rapporto con le persone. Senza corpo, per esempio nel mondo dei videogame, è molto più semplice essere se stessi e avere delle relazioni vere con le altre persone. L’anima, piuttosto che la mente o lo spirito, è espressione della verità ultima dell’essere umano, mentre il corpo diventa un impostore sul quale si ha poca possibilità di manovra. Per questo motivo il corpo, pur venendo nutrito, resta nascosto, quasi cancellato e messo da parte perchè rappresenta quella chiave di accesso alla realtà che si vuole evitare. Se è impossibile rapportarsi alla società senza un corpo, chi fa hikikomori cerca di cancellarlo per poter escludere ogni possibilità di relazione.

Chiusi nelle proprie camere, i ragazzi sembrano credere all’illusione che possa esistere da qualche parte qualcosa in grado di salvarli. La possibilità di cambiamento, esattamente come accade in molte nevrosi, non dipende dunque da se stessi ma da qualcosa che arriverà, prima o poi, dall’Altro. In questo modo resta viva l’idea che l’Altro non sia mancante, che sia in qualche modo onnipotente e in grado di segnare le proprie sorti. Allo stesso tempo, nel ragazzo che fa hikikomori, tutto questo consente di non assumere soggettivamente su di sé né la malattia né la guarigione: “non dipende da me, è l’altro che…”. In effetti, quando si riesce a chiedere ad un ragazzo recluso nella propria camera il perché di quella situazione, la risposta che viene data si riferisce sempre ad un sintomo, come il mal di testa o una malformazione di una parte del corpo, che in qualche modo viene assunto come unico colpevole. Tutto il problema viene concentrato in unico tratto, indipendente dal soggetto e apparentemente irrisolvibile. La reclusione non viene dunque vissuta come sintomo, ma solo come effetto di un problema più grande che ha investito il soggetto e che lo ha costretto a quella situazione. Per chi si rapporta con questi ragazzi, genitori compresi, questo è il punto più difficile da sostenere perché l’evidenza sembra portare in un’altra direzione. Occorre però accorgersi che questo sintomo serve a tenere viva la speranza del ragazzo, perché la sua assenza lo esporrebbe a quell’angoscia di dover fare i conti con il proprio desiderio di cui parlavo poco sopra. Per questo è necessaria prudenza e, soprattutto, pazienza e gentilezza.

Annunci

One Reply to “Hikikomori. Quando l’adolescente si ritira dalla vita”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...