Alberto Rossetti

Elogio del limite (in assenza del padre vince il video game)

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Video_3“Cosa resta del padre?” si chiede Massimo Recalcati, psicoanalista, in un interessante testo del 2011. Sembrerebbe che il padre, nella nostra società, non abbia più un ruolo ben definito. Se facciamo un piccolo salto indietro nel tempo e utilizziamo l’immaginazione, possiamo osservare la figura di un padre in grado di esigere rispetto per il semplice fatto di essere chiamato padre dal figlio. Il padre, fino a un po’ di anni fa, occupava una posizione simbolica all’interno della famiglia che non era messa in discussione da nessuno. I cambiamenti della nostra società, dal secondo dopo guerra ai giorni nostri, passando attraverso le contestazioni rivoluzionarie del ’68, hanno invece portato il padre moderno a non avere più un posto ben definito. Il padre può essere contestato, può essere messo in discussione, può essere aggirato: essere padre rischia di non significare più nulla.

UN PADRE

Dalla bella analisi portata avanti da Massimo Recalcati si coglie che questo padre, anche se apparentemente escluso dalla vita delle persone, non può essere eliminato del tutto. Ma prima di proseguire proviamo a chiederci che cosa sia un padre (proverò a farlo con parole semplici). Citando Recalcati, che a sua volta prende in esame il lavoro di Freud, “un padre è colui che sa far valere la Legge dell’interdizione dell’incesto facilitando il processo di separazione del figlio dalle sue origini”. Dunque il padre è colui che permette la separazione dal materno, che consente all’esistenza di ciascuno di articolarsi nell’unicità dell’incontro con l’altro. Nel passaggio a Lacan, psicoanalista francese, Recalcati dice che “l’esercizio simbolico della paternità assicura al figlio la possibilità di sganciarsi dalla palude indifferenziata del godimento e di avventurarsi verso l’assunzione singolare del proprio desiderio”. Cercando di semplificare, il padre è colui che permette a ciascuno di rapportarsi al proprio singolare desiderio. Per Lacan, inoltre, il padre non deve essere per forza il padre genealogico, anche se spesso questa funzione si incarna in un padre. Intendo dire che quando parliamo di padre non stiamo parlando di chi ha fisicamente dato la vita ad un essere umano, ma di quella funzione che consente una risposta alla questione del desiderio.

IL LIMITE

La legge, la regola, il limite sono oggi espressioni che evocano il controllo, l’oppressione, il soffocamento. Questo avviene probabilmente perché la funzione paterna è stata esclusa dalla legge, portando ad un’idea di ciò che limita il nostro atto e il nostro piacere come a qualche cosa di negativo. Al contrario, nella nostra società, regna il mito della libertà, della possibilità di raggiungere i propri sogni, di avvicinarsi all’onnipotenza..ma anche in questo caso, in assenza della funzione paterna, tutto questo assume il contorno di una spinta a godere senza un limite e si dà vita a delle persone che apparentemente godono di ogni possibilità, salvo poi non essere felici. Che cos’è dunque questa funzione paterna se non la possibilità di legare la legge al desiderio, di rendere possibile l’unicità di ciascuno a partire da quei limiti che si possiede?

Essere figli significa appartenere a qualcuno: ad una madre, ad un padre, ad una famiglia. Il significato di tutto questo trascende i componenti del nucleo familiare. La famiglia ha una storia, dei miti familiari, delle proprie tradizioni…il figlio neonato, al momento della nascita, entra a fare parte di una storia che è molto lunga, che affonda le sue radici nel passato. Il suo stesso cognome, a ben pensarci, lo inscrive in un’eredità che in qualche modo lo posiziona nella storia prima ancora che lui possa muovere i suoi primi passi sulla terra. Tutto questo rappresenta il primo limite a cui la funzione paterna espone il cucciolo d’uomo: non potrai essere chiunque. Con il battesimo del nome questa possibilità verrà limitata ancora di più: sarai Andrea, Francesca, Paolo…ma solo uno. Si vede bene come è solo grazie a questi limiti che il bambino può prendere posto nella vita. Grazie all’unicità che il limite gli impone, egli può cominciare a differenziarsi e a muoversi alla ricerca della propria autonomia. Il limite apre alla possibilità e limitandola la rende possibile.

Oggi, parlare di limite, legge o regola evoca nelle persone una sensazione di oppressione, soffocamento, censura. Il feroce dibattito sulla libertà di Internet ne è testimone. Il web deve essere libero, non deve contenere censure, deve permettere a ciascuno di esprimere la propria opinione, bella o brutta che sia. Con un po’ di polemica faccio notare come l’opinione pubblica che tanto si sgola per la libertà di Internet, è la prima ad irrigidirsi quando quella libertà è usata da gruppi estremisti, come sta accadendo ultimamente, o da chi vuole raccontare il proprio disagio personale e metterlo in condivisione con altre persone, come accade nei siti pro-ana. La libertà e l’assenza del limite sono concetti molto complessi e per immaginare una vita felice non basta pensare ad un’esistenza senza limite.

LA RICERCA DEL LIMITE NEI VIDEO GAME

Oggi viviamo dunque in un epoca in cui la funzione paterna sembra essere evaporata. Come abbiamo potuto osservare non è possibile fare del tutto a meno di questa funzione. L’essere umano, nel momento in cui si confronta con questa mancanza, trova altre modalità per rapportarsi ad essa, spesso senza accorgersene. Una delle caratteristiche che ho riscontrato in tutti i ragazzi che ho seguito che avevano problemi con i videogame è stata proprio questa difficoltà a rapportarsi con la funzione paterna nella vita offline. Partecipare ad un gioco con caratteristiche epiche, far parte di una grande comunità di giocatori può restituire a chi gioca una dimensione di appartenenza a qualche cosa di più grande di sé. Questa grandezza a cui ci si riferisce nei giochi non può forse rappresentare il ritrovamento della funzione paterna? Il senso dell’affiliazione, di appartenere ad un clan, dell’essere parte di una grande famiglia di giocatori sono aspetti che ritroviamo all’interno dei videogame e che inscrivono le persone all’interno di un progetto. Esattamente come quando si viene al mondo, nel mondo dei videogame quando si comincia a giocare è necessario battezzarsi. Si sceglie una famiglia, un’appartenenza, un nome, un corpo…in alcuni giochi questo processo avviene automaticamente, in altri è necessario che sia il giocatore a procedere alla propria nominazione. C’è un progetto su ogni giocatore, o almeno questo è quello che la persona sente quando inizia a muoversi negli spazi virtuali. Grande attenzione viene data alla costruzione dell’unicità del personaggio in gioco, che può essere personalizzato in tutti i modi possibili. In questo modo è come se si dicesse: “tu non sei uguale agli altri, sei unico, sei proprio tu e proprio per questo abbiamo bisogno del tuo aiuto per salvare il mondo dai malvagi”. L’identificazione al proprio Avatar, anche per questo motivo, è molto forte.

Sembrerebbe pertanto che la funzione paterna entri in gioco all’interno di questi video game. Una funziona che delimita il gioco rendendo possibile desiderare di portare avanti grandi imprese. Esattamente quello che è richiesto alla funzione paterna anche nella vita offline.

L’IMMORTALITA’ DELL’AVATAR

C’è però un aspetto del gioco online che non è presente offline. In questi giochi, l’invincibilità dell’Avatar, sembra promettere qualche cosa che un padre non è in grado di fare: l’assenza della morte. Un Avatar non muore mai. In alcuni giochi questo può anche accadere, ma come ho già detto in altre circostanze la morte metterebbe fine al gioco e questo non può essere un utile indicazione da dare a chi progetta i videogame. Il gioco sembra escludere quel limite che nessun essere umano è in grado di eludere. Questa è forse la più grande linea di demarcazione tra vita online e vita offline, tra una funzione paterna che si esprime nella vita “reale” ed una che si esprime in quella “virtuale”. Affermare questo significa in fondo mettere in scacco tutto questo sistema: spesso è proprio questa consapevolezza a far fermare i giocatori. La vita è anche altra, non è tutta qui dentro, ci sono aspetti della vita che non possono rientrare in questa dimensione di gioco. La morte, e non mi riferisco qui solo alla morte fisica, ma a tutto ciò che ha a che fare con il limite estremo, invalicabile, con l’impossibilità di essere Tutto, permette alle persone di ritrovare la propria dimensione umana.

Un Avatar non si può ammalare, non può avere un sintomo, non è messo in discussione dall’altro ed è proprio questo che lo differenzia dall’esperienza di vita che le persone portano avanti offline. Questo aspetto può affascinare, in quanto può fare credere di essere di fronte ad una funzione paterna che limita e nello stesso tempo permette di essere onnipotenti. Spesso si nasconde qui la grossa difficoltà a smettere di giocare in quelle persone che hanno deciso di passare la propria vita online: difficile rinunciare ad un padre così potente.

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Autore: albertorossetti

Psicologo e Psicoterapeuta

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