Essere figli al tempo dello smartphone

Figli e Smartphone La sensazione, leggendo Gli sdraiati di Michele Serra, è quella di ritrovarsi in un’era in cui giovani e vecchi non si confrontano più perché il “campo di battaglia”, dell’incontro ma anche dello scontro, non è più il medesimo. L’epica battaglia tra giovani e vecchi sembra essere arrivata ad un punto di non ritorno: non ci sono più vincitori e vinti, per il semplice fatto che non c’è più scontro.

Immagino che tutto ciò possa suonare strano, soprattutto in questo tempo in cui si sente tanto parlare di scontro generazionale: i giovani sembrano essere distanti dai loro genitori come non lo sono stati mai e gli adulti devono rincorrere i ragazzi e stare al passo dei tempi, aggiornandosi costantemente. Il digitale sembra avere amplificato il fossato che allontana il mondo dei giovani da quello degli adulti e ovunque si parla di digital divide, sottolineando la necessità di colmare questo gap che non fa altro che allontanare piuttosto che avvicinare. Tutto sembra effettivamente ricondurre ad uno scontro generazionale, ad un nuovo mondo che sta cercando di spazzare via il vecchio. Anche la politica non fa eccezione quando parla di rottamare ciò che è vecchio e quindi inutile piuttosto che di zombie che continuano a parlare invece che andarsene. Eppure, la mia sensazione, è che questo scontro non stia più avvenendo.

C’è un passaggio del libro di Michele Serra che trovo esemplare a tale proposito. Cinque adulti e due ragazzi (l’autore scrive “sette meno due”) si ritrovano in una bella giornata di settembre per compiere un rituale molto importante, almeno per i 5 adulti: la vendemmia. La sveglia è all’alba ma a svegliarsi e a cominciare a lavorare sono solo gli adulti. Durante la mattinata, tra una battuta e l’altra, le chiacchiere dei 5 adulti vanno nella direzione del chiedersi come mai i 2 giovani non si siano ancora svegliati e si perdono nel domandarsi cosa sia giusto fare: chiamarli oppure no? Svegliarli con dell’acqua fredda o lasciare dormire? O magari, dice qualcuno, sarà l’odore del ragù e la sensazione della fame a fargli aprire gli occhi. C’è anche chi consiglia di pagarli o di utilizzare Internet. Tra tutte queste incertezze, la voce di uno di loro irrompe tagliando la sensazione di impotenza che si stava diffondendo:

“Certo che un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono, prima non si era mai visto”.

Trascrivo le riflessioni successive dell’autore:

Prima non si era mia visto. Ci ho pensato a lungo, nei giorni seguenti. Non ha detto, Stefano [la voce che irrompe], che era giusto o sbagliato, morale o immorale. Ha detto che non si era mai visto, e credo sia perfettamente vero. Possiamo pensare, di te [il figlio], di Pedro [il nipote], del vostro sonno diurno nel pieno di un giorno speciale per tutti, ciò che vogliamo, che sia la più imperdonabile delle mancanze, oppure che sia il segno di una nuova e geniale maniera di vivere. Ma non c’è  dubbio che “un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono” non si era mai visto; e che questo sonno ostinato, pregiudiziale, del tutto indipendente da quanto vi circonda, per giunta pagato dal lavoro altrui (il lavoro dei vecchi), sia un inedito. Una cosa mai vista. Un meccanismo sconosciuto che muta e complica gli ingranaggi della macchina del tempo”. Gi Sdraiati di Michele Serra, pag. 47

Leggendo questo passaggio si ha la sensazione di ritrovarsi di fronte ad uno nuovo modo di incontrarsi che pur ha qualche aspetto in comune: da una parte adulti che non sanno più cosa sia la cosa giusta da fare, dall’altro giovani che non sanno più cosa sia la cosa giusta da fare. No, non è una ripetizione casuale. Il problema, a mio vedere, si trova proprio in questo punto. Ciò a cui stiamo assistendo è una non battaglia tra chi non sa più per cosa valga la pena combattere. Il campo che all’inizio di questo mio post chiamavo di battaglia è il campo della regola, della legge, quella che in psicoanalisi chiamiamo legge della castrazione o legge della parola. Il concetto di castrazione rischia di essere messo da parte in quanto “vecchio”, ma vi invito a soffermarvi su quanto possa invece essere vitale non abbandonarlo. La castrazione, in fondo e con obbligo di semplificazione, è la porta che ci consente di desiderare. Rappresenta quell’atto che ci impedisce di volere tutto, e quindi niente, portandoci nella direzione della scelta, della responsabilità etica. La parola si associa alla castrazione perché il parlare è possibile solo in seguito alla castrazione: una parola lascia il posto ad un’altra, non a tutte. Forse uno dei sintomi della nostra era che colpisce molti ragazzini, ovvero la dislessia, è legato proprio a questa difficoltà e impossibilità di rinunciare al tutto per lasciare il posto ad una parola che apre ad un’altra parola, e quindi all’inconscio e al desiderio.

Figli e smartphone 2Il campo di battaglia diventa così un campo vuoto, dove non si riesce più fare leva su nulla per poter incontrare l’Altro e, perché no, anche a scontrarsi con l’Altro. Non mi dimentico di avere intitolato questo post “Essere figli al tempo dello smartphone”. L’intento non è certo quello di dire che “è tutta colpa dello smartphone” come troppe persone, anche con voce autorevole, stanno facendo. Spero si sia colto che una delle questioni su cui oggi è necessario confrontarsi non è se dare o non dare il telefono intelligente ai figli, ma come poter fare in modo di risvegliare il desiderio nei giovani restituendo al mondo degli adulti la responsabilità del loro ruolo.

Essere figli al tempo dello smartphone non è però impresa facile. Primo perché i genitori ti danno uno strumento e poi ti dicono in un primo momento di usarlo bene, in un secondo di non usarlo più perché non lo usi bene. Secondo perché a guardare come i genitori usano il loro smartphone ci si può chiedere su quali basi definiscano cosa sia bene e cosa non lo sia. Giusto qualche giorno fa un adulto che stava guardando il suo smartphone è passato con il rosso senza pre-occuparsi di guardare il semaforo, mettendo noi pedoni in serio pericolo. Tra l’altro, il semaforo non rappresenta forse la legge che oggi può essere messa tranquillamente da parte in quanto inutile, pesante e limitante rispetto al nostro volere? Terzo perché lo smartphone non ha limiti e se quei limiti non sono messi da qualcun altro la sua gestione è davvero molto impegnativa. Qui mi ricollego a quanto detto fino a questo punto. Proprio nell’era in cui non esiste più campo di battaglia tra giovani e adulti, in cui cioè è più difficile confrontarsi a partire da una legge, da una regola, possedere uno strumento che potenzia la sensazione di onnipotenza non facilita la vita. In un certo senso, i tentativi svuotati di “etica” e ricolmi solo di “tecnica”, di colmare il digital divide tra giovani e adulti, non hanno fatto altro che aumentare lo stato di incertezza e di insicurezza e ha permesso con un’ulteriore torsione nei ruoli generazionali. Per rispondere a quanto diceva prima Michele Serra potrei dire, come mi suggeriva una mamma durante un convegno, “che un mondo in cui le mamme stanno su Facebook tutto il pomeriggio e non si curano dei compiti dei figli prima non si era mai visto”.

Prima non si era mai visto non perché non c’era Facebook, ma perché era a tutti più chiaro quale fosse il campo di incontro e di scontro. Oggi, la sensazione di onnipotenza e l’individualismo che le nuove tecnologie ci stanno proponendo, non stanno facendo altro che aumentare in tutti noi l’idea che non c’è più bisogno dell’Altro. Un figlio non sente più il bisogno dei suoi genitori, un genitore non sente più di dovere insegnare qualche cosa al proprio figlio perché si sente lui stesso, troppo spesso, un figlio senza padre in cerca di qualche cosa non meglio definito. Occorre ripartire da queste osservazioni, non accontentarsi di dire che oggi il mondo è cambiato. Il fatto che prima non si fosse mai visto nulla di simile non significa che prima fosse meglio, ma neanche, vi prego, che il presente e il futuro siano migliori solo perché rappresentano una novità sul passato.

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