Da complici a bulli dell’aggressore: andata e ritorno in 24 ore

Cyber_Bulli“Non capisco – mi chiede un insegnante – come possano continuare a funzionare le dinamiche di gruppo anche su Facebook, quando una persona si ritrova da sola nella sua camera a scegliere quale contenuto condividere e quale no?”. Questa domanda arriva al termine di un incontro con un gruppo di ragazzi. Parlando degli ultimi fatti di cronaca (il pestaggio a Sestri Ponente e il video girato nei bagni della discoteca Loud a Torino), alcuni di loro dicevano che spesso è il gruppo che ti spinge a compiere certe azioni, anche sui social, anche se ti trovi in camera da solo. Perché? Per la popolarità, dicono alcuni. Perché gli altri vedono cosa condividi. Solo apparentemente sei solo.

Se il mio gruppo di amici condivide il video di una ragazza minorenne che ha un rapporto sessuale in discoteca io sono più portato a condividerlo, a seguirli anche in questa scelta. Certamente il tasto lo si schiaccia da soli, ma all’interno di un ambiente (poco importa che sia un ambiente fisico oppure no) in cui ci sono altre persone che la pensano come me. Ho provato a chiedere ad alcuni di questi ragazzi come mai si decide di mettere un like ad un video come questo.

“Mettere un like non significa dire che quel video ti piace”.

La prima risposta che mi è stata data mi ha fatto immediatamente capire che dobbiamo ascoltare di più i ragazzi. Troppo spesso interpretiamo alcune situazioni a partire dall’idea che noi abbiamo di un determinato evento, non riuscendo a vedere come i ragazzi le vivono. Un like, infatti, non è un mi piace come lo possiamo intendere noi: è un voler prendere in giro, un dire “guarda questi cosa stanno facendo”, un “non credere ai propri occhi”, un voler coinvolgere gli amici e chiedere loro un’opinione. Insomma dietro ad un semplice gesto ci sono tantissimi significati.

“E poi c’è il gruppo che ti spinge a condividere…”

E qui torniamo al punto da cui eravamo partiti. Il gruppo funziona anche online, forse ancora di più. Online è infatti molto più facile essere circondati solo da persone che la pensano nel tuo stesso modo e questo può rendere ancora più difficile emanciparsi dal gruppo per sostenere un il proprio punto di vista. Si condivide un video per far sapere agli amici come la pensiamo, per evitare che abbiano un’immagine di noi sbagliata, per non essere tagliati fuori dal gruppo. Se il gruppo condivide un video per sottolineare la propria mascolinità, non condividerlo può significare essere presi in giro su questo. Se il gruppo condivide un video per attaccare una persona, non condividerlo può significare essere complice della persona sotto attacco. Sono solo esempi, che però mettono in luce quanto il gruppo giochi un ruolo importante anche online. I ragazzi sanno che certe condivisioni sono illegali, ma si nascondono dietro al numero delle condivisioni esattamente come si nasconderebbero dietro il gruppo di pari.

Restando su questo tema mi ha sempre molto colpito la facilità con cui si passa dall’essere complici dell’aggressore, condividendo ad esempio un suo post, al diventare bulli di quello stesso aggressore. Il caso del pestaggio a Sestri Ponente è da questo punto di vista molto interessante. Si passa dal condividere il video del pestaggio al minacciare di morte la bulla protagonista del video con una semplicità estrema. Non appena il mio gruppo cambia verso, anche io comincio a seguirlo in quella direzione. Questo fenomeno non avviene solo tra i ragazzi e forse, come suggerivo precedentemente, sul web è ancora più evidente. I media, gli insegnanti o i genitori accendono i riflettori su un fatto che fino a quel momento i ragazzi avevano “gestito” a modo loro e improvvisamente, o quasi, si cambia. Si passa così da essere complici a bulli molto velocemente. Il risultato, però, non cambia. Dall’altra parte c’è sempre una persona sofferente e i suoi giudici si moltiplicano. “La “bulla sta male? Doveva pensarci prima di fare quello che ha fatto..”. Indubbiamente chi è colpevole di un atto di natura criminale deve pagare e la giustizia deve agire in questa direzione, anche tutelando di chi ha commesso il crimine. Ma il popolo dei giudici che insulta, condanna e attacca questa persona non deve, a parere mio, essere giustificato. Ci stiamo muovendo solo dall’altra parte della medaglia ed è giusto ragionare anche su questo tipo di fenomeno. 

Come poter uscire da questa altalena emotiva e seguire la propria direzione?

Dire ai ragazzi che stano facendo qualcosa di illegale è importante ma non basta. Una strada che sto provando a seguire è quella di cercare di fare capire loro come funzionano le dinamiche tra le persone quando ci si trova online. Aumentare la consapevolezza in questo senso può, a mio parere, aiutare a staccarsi un po’ dal gruppo e spingere le persone verso una ricerca maggiore della propria opinione. In fondo, con i dovuti limiti, noi conosciamo il nostro corpo e la nostra psiche nella relazione in carne ed ossa, mentre siamo molto più ignoranti su tutto quello che riguarda la relazione 2.0. I ragazzi sanno che picchiare una persona non è giusto, ma faticano a capire che condividere un video di una ragazza che picchia un’altra ragazza è altrettanto sbagliato, soprattutto quando il numero delle condivisioni è molto alto. Un video non è una persona, è una serie di immagini che assomiglia molto di più ad una fiction che non alla vita reale. Questa difficoltà, a ben vedere, è dovuta non all’ignoranza nei confronti degli strumenti, ma al non riconoscere la natura dei nostri comportamenti quando ci troviamo online. Da qui, a mio parere dobbiamo partire. Non diamo per scontato che l’uomo sappia relazionarsi in assenza del corpo fisico e in presenza solo della propria immagine. Non è così e i ragazzi sono i primi a rendersene conto.

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