La popolarità prima di tutto

Social MediaNuovi fatti di cronaca, nuovi tentativi di normare, nuove ipotesi sull’introduzione delle ore di educazione digitale a scuola. Di nuovo, a ben vedere, c’è ben poco. Si tratta dei soliti buoni propositi che i media e i politici chiamano in causa tutte le volte in cui, tramite il web, i ragazzi ci fanno notare che c’è qualche cosa che non sta funzionando nella nostra società.

Per ragioni geografiche ho seguito più da vicino i fatti capitati a Torino e un po’ meno quelli di Sestri Ponente. In entrambi i casi, il ruolo che il web ha avuto è stato quello di amplificare e far vedere a tutti quello che può accadere nel pianeta giovani. In un caso un rapporto sessuale all’interno dei bagni di una discoteca, in un altro un pestaggio di una ragazza ad opera di un’altra ragazza. I telefonini, in entrambi i casi, pronti a riprendere, registrare e mandare online. I video sono poi girati da telefono a telefono, condivisi numerosissime volte e non è stato più possibile fermarli.

Due fatti che hanno scatenato in tutti noi numerose domande: Perché i ragazzi hanno ripreso queste immagini? Perché le hanno messe in rete? Non è forse questo il modo più facile per essere “intercettati” dalla polizia? Possibile che non ci sia più paura della legge? La colpa è di Internet?

No, la colpa non è di Internet. Come spiegavo a Simone Cosimi che mi ha intervistato per Wired, questi fatti sarebbero probabilmente capitati anche in assenza della rete. Ma il fatto che siano stati ripresi e messi online hanno fatto sorgere in tutti noi un terribile dubbio: “non è che i nostri atti assumono valore solo se trovano una dimensione online?”. Perché questo dubbio è, a parere mio, terribile? Perché il rischio è che si arrivi a pensare di compiere delle azioni nella vita offline con il solo obiettivo di cercare popolarità in rete. Un’azione, se non è ripresa, non ha più valore. Un pensiero, se non è condiviso, non vale nulla. Un’idea, se non trova uno spazio su un qualsiasi social media, viene subito dimenticata. Il potere del social, della condivisione, è molto potente e la popolarità rischia di diventare più importante dell’azione stessa. Attenzione, ancora una volta mi sento di dire che questo processo avveniva anche prima all’interno del gruppo di amici, solo che adesso la portata è nettamente maggiore e, soprattutto, sta cambiando il ruolo che ha l’immagine nel definire l’identità.

La responsabilità di quello che sta avvenendo non è solo dei ragazzi. Noi adulti ne abbiamo forse più di loro. Non solo perché usiamo gli smartphone mentre guidiamo o perché giudichiamo una persona dopo avere visto una fotografia su facebook. Questi sono aspetti gravi e irresponsabili, che testimoniano della fatica che tutti facciamo nell’utilizzare le nuove tecnologie. La nostra colpa più grave, a mio avviso, sta nella costruzione di una società in cui conta molto di più il click (o la moneta) del contenuto. Quando l’unico metro di giudizio diventa la moneta, il numero di visitatori di un sito o i download di un’app, alle persone non resta altro che fare in modo di aumentare questi valori a scapito del contenuto. Non è importante cosa scrivo ma chi mi legge. Non è necessario che un’app sia fatta bene, ma che venga scaricata. Insomma non conta quello che una persona è, ma quanto è popolare. Questo discorso, che ha trovato nella rete la massima espressione, si propaga ormai in molte delle nostre azioni quotidiane. Perché chiedersi se una cosa è giusta o sbagliata (esercizio etico sempre più faticoso) quando si può semplicemente scegliere la cosa più comoda ed economica?

Tutto questo vale fino a quando qualche ragazzo non la combina grossa e mette in pratica quanto è riuscito ad apprendere dal mondo degli adulti. Solo a quel punto ci si ferma, indignati, e si guarda al mondo dei giovani con un misto di compassione e paura. E la soluzione più semplice a tutto questo qual è? Ore di educazione all’utilizzo dei social media.

Parlare del web a scuola (come a casa) è importantissimo. Ma non da un punto di vista tecnico, bensì etico. Anche perché se no, il rischio, è che si insegni ai ragazzi ad essere solo un po’ più “furbi” per non farsi beccare. Ad esempio perché non consigliare loro di usare Snapchat quando pestano qualcuno oppure quando riprendono scene di sesso? Se il punto è quello tecnico, non andiamo da nessuna parte. La dimensione etica del web, a mio parere, richiama aspetti della nostra esistenza che non sono confinati al web: il concetto di privacy, di immagine, di sessualità, di popolarità…come sono cambiati nella nostra società? Quali valori ancora veicolano? Come poter esprimersi senza limitare gli altri? Cosa significa condividere qualche cosa? Cosa resta del corpo?

Lo so, è un percorso molto più confuso e che necessita di ulteriori approfondimenti. E’ più facile chiamare un esperto che insegni ai ragazzi a sistemare le impostazioni privacy di Facebook. Ma allora non lamentiamoci più quando leggiamo certe notizie.

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