Free to play…la vita dietro ad un videogame

DotaQuesto documentario, che consiglio di vedere, racconta la storia di tre ragazzi giocatori professionisti di Dota 2. Dota, per chi non lo conoscesse, è un videogame strategico in tempo reale. Come si può leggere sulla pagina di Wikipedia dedicata al gioco, esistono diverse modalità di gioco ma quella di cui si parla nel documentario è quella team vs team. Si sfidano due squadre, entrambe composte da 5 giocatori, all’interno di un campo di gioco diviso in due parti. Ogni squadra deve difendere la propria base dagli attacchi dell’avversario e nello stesso tempo tentare di distruggere la base del nemico. Scopo del gioco è abbattere la base nemica, chiamata the ancient. Il meccanismo alla base del gioco è simile a quello di molti altri giochi a cui i ragazzi hanno da sempre giocato nella loro vita offline. Certamente, l’ambiente digitale, permette di rendere ogni passaggio molto più affascinante e divertente. Ogni personaggio all’interno del gioco, infatti, ha delle proprie caratteristiche, ci sono degli oggetti da recuperare, delle mosse da utilizzare…insomma si entra in un campo molto tecnico sul quale non sono preparato ma che, guardando il film, si intuisce essere molto complesso. Per essere un buon giocatore di Dota, infatti, non basta certo giocarci una volta ma occorre allenamento, impegno e sacrificio.

Questo gioco viene inserito all’interno degli eSport, ovvero sport elettronici. Nel film si racconta l’avventura di questi ragazzi partiti da tre continenti diversi con le loro squadre (Asia, America e Europa) per sfidarsi in una competizione mondiale in Germania. Primo premio: 1 milione di dollari. Ricordare questa cifra non sarà difficile, perché nel video non si farà altro che ricordare continuamente che alla squadra che vincerà il torneo arriverà un milione di dollari.

Ci sono alcune considerazioni che mi sento di fare dopo avere visto questo bel documentario che racconta di un fenomeno che non può fare a meno che interrogarci e farci riflettere.

Lo sport e l’eSport

Dota2Quando ho bisogno di mettere a fuco le questioni parto spesso dalle definizioni del vocabolario. Sport, sul vocabolario Treccani, significa “attività intesa a sviluppare le capacità fisiche e insieme psichiche, e il complesso degli esercizi e delle manifestazioni, soprattutto agonistiche, in cui si realizza, praticati, nel rispetto di regole codificate da appositi enti, sia per spirito competitivo (s. dilettantistici, s. olimpici), differenziandosi così dal gioco in senso proprio, sia, fin dalle origini, per divertimento, senza quindi il carattere di necessità, di obbligo, che è proprio di ogni attività lavorativa”. Esistono indubbiamente alcuni aspetti che rendono Dota uno Sport, ma non posso fare a meno di non osservare che lo sport è un attività intesa a sviluppare le capacità fisiche e insieme psichiche. Nei videogame manca totalmente questa dimensione fisica perché all’interno del gioco sono i personaggi digitali a muoversi. In questi giochi, per dirla con un’espressione di un mio paziente, non ci si può sbucciare le ginocchia. Certo potremmo dire, come del resto fa uno dei personaggi del video, che la velocità con cui si clicca ha un peso all’interno del gioco, ma mi sembra più corretto ammettere che la dimensione fisica manchi. Le capacità psichiche, invece, sono presenti in abbondanza: l’essere o meno un buon giocatore dipende in fondo solo da queste caratteristiche. Come dicevo inizialmente, per diventare competitivo, occorre allenamento, talento e, come spesso capita negli sport, anche un po’ di fortuna. Mi chiedo tuttavia se possiamo considerare tutto questo uno sport, anche mettendoci la e davanti.

Il prezzo da pagare

I genitori e parenti di questi ragazzi, intervistati nel documentario, non nascondono perplessità, dubbi e paure su questo tipo di attività. Nessuno di loro è del tutto contento per le scelte del figlio, ad eccezione forse dei parenti del ragazzo che ha vinto il torneo e portato a casa il montepremi. Ascoltare questi genitori mi ha fatto venire in mente le voci di tutti i genitori, qui in Italia, che mi raccontano delle loro paure legate ad un uso eccessivo di questi videogame da parte dei figli. Isolamento, abbandono scolastico, nervosismo, interesse solo per i videogame. Possiamo capire il perché questi videogame abbiano questo successo tra i giovani, possiamo anche vedere che cosa ci sta dietro e quali mondi ci si aprano non appena cominciamo a fare delle ricerche online. Una voce, nel film, dice che una volta con i videogame potevi essere il più forte tra i tuoi amici, ora puoi essere il più forte del mondo. Questo significa popolarità, fans, soldi…il ragazzo la cui squadra ha vinto il torneo, Dendi, su Twitter ha 240.000 followers e altrettanti ne ha su Youtube. Ma qual è il prezzo da pagare per tutto questo? Se è vero che oggi, anche nel campo dei videogame, la possibilità di avere successo è più alla portata di tutti, quante sono le persone che si perdono per strada? Ore passate ad allenarsi, magari la notte per sfruttare il fuso orario, energie dedicate a questi videogame e sottratte a tante altre attività, scuola compresa. Ancora una volta non dimentico di fare il paragone con tanti ragazzi che hanno dedicato la loro adolescenza ad uno sport agonistico salvo poi doverci rinunciare per vari motivi. Ma continuo a pensare, la clinica me lo insegna, che la dimensione fisica, l’incontro con l’altro, fosse anche l’allenatore o l’avversario, hanno degli effetti potenzialmente meno dannosi sulla psiche di un ragazzo.

Il milione di dollari

navi-win-the-international-gamescom-dota-2-tournament-over-ehome-for-one-million-dollarsCome dicevo questa cifra viene ripetuta tantissime volte, al punto che viene da pensare che lo scopo di questo torneo sia solo questo. Non tanto la gloria, l’avere combattuto a livello mondiale, il pubblico.. Sappiamo bene quanto siano importanti i soldi nello sport a livello professionistico, anche se questo discorso cambia da sport a sport. Ma il discorso sembra ancora una volta differente. Qui il denaro sembra l’unica cosa che conta, l’aspetto più importante: vincere e portare a casa il milione di dollari (e dimostrare così ai propri familiari di non avere buttato via del tempo). Forse però potrei provare ad ampliare la questione in questo modo: il denaro, nella società moderna, sembra essere l’unica cosa che conta. Non c’è quindi da stupirsi se anche questi giochi si fondino su di esso. Mi chiedo però se possa bastare il denaro a giustificare questo tipo di attività. Intendo dire che come comunità dovremmo chiederci che tipo di ricchezza ci stia offrendo e che cosa invece ci stia togliendo questo giocare che si prolunga nel tempo. Dovremmo evitare, per una volta, di calcolare tutto solo su una base economica: se porta soldi vale, se no è da eliminare.

Un cambio di prospettiva

Mentre scrivo, lo ammetto, sono combattuto. La nostra società sta cambiando velocemente e il digitale sta introducendo nella nostra vita dimensioni nuove. Una di queste, per l’appunto, è rappresentata dal videogame e dalla possibilità di giocarci online. In un momento in cui il lavoro manca e sembra non esserci futuro per i giovani, su questi giochi alcuni di loro stanno trovando il modo di guadagnarsi da vivere, aprendo un settore completamente nuovo. Siamo dunque noi adulti e professionisti che non riusciamo a capire tutto questo? Eppure, più ci penso, più mi  convinco dell’importanza che la relazione con l’altro continua ad avere. Su questo aspetto il mondo online è carente, e dobbiamo ancora comprendere a fondo cosa questo significhi per tutti noi.

Intanto, mentre cercate di ritagliarvi un’oretta per vedere il documentario, potete cominciare con il trailer.

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