I Social media e la dimensione pubblica: è come essere sempre ad una cena di famiglia

Dimensione pubblicaPrima dell’avvento dei social media nessuno di noi aveva un pubblico a cui rivolgersi. Solo gli attori, i  cantanti, gli sportivi, i politici… erano considerati personaggi pubblici. Questo significava due cose: la prima era che il personaggio pubblico aveva dei vantaggi dovuti alla sua notorietà; la seconda era che doveva pagare il prezzo di questa popolarità sacrificando la sua vita privata. In parte è vero ancora oggi. Un personaggio pubblico dovrebbe stare attento alle scelte che fa nella sua vita privata perché la sua popolarità non gli permette di passare inosservato. Deve scegliere con cura i locali in cui andare a mangiare, dove andare a fare le vacanze, con chi farsi vedere in giro e con chi no, che cosa dire su un social media..il prezzo da pagare per la sua popolarità è questo, e a tutti noi comuni mortali non ha mai fatto particolarmente pena.

Ora, però, il discorso si complica. I social media, infatti, hanno messo tutti noi nella condizione di essere personaggi pubblici dal momento in cui ci hanno permesso di avere un pubblico. Prendiamo ad esempio il caso di un ragazzino che ha più di 700 contati su Facebook e altrettanti su Ask.fm: ha un pubblico enorme a cui doversi rivolgere e ogni volta che pubblica una foto o scrive un commento si rivolge ad un numero elevato di persone. O, ancora, prendiamo il caso di un’insegnate che ha, tra il suo pubblico, anche alcuni allievi: dovrà stare attenta a cosa pubblica per evitare che la sua immagine sul suo profilo Facebook non dica di lei più di quello che lei vorrebbe far sapere ai suoi allievi. Arrivo subito al punto: oggi siamo tutti personaggi pubblici e dobbiamo fare i conti con questa nuova dimensione senza avere grandi vantaggi da questa popolarità.

Quando schiacciamo il tasto pubblica o quando scegliamo di condividere con il pubblico, ci stiamo infatti rivolgendo al nostro, piccolo o grande, pubblico. Cosa significa questo per la vita di tutti noi? Alcune persone rispondono a questo interrogativo sostenendo che, finalmente, il web consente di avere un po’ di trasparenza nella vita di tutte le persone. La rete, non consentendo più di mentire, metterebbe in scena esattamente chi siamo, come siamo e cosa vorremmo essere. Non sono così certo di questa risposta. Lo scrivevo in un vecchio post e lo riprendo oggi parafrasando il titolo di un bel testo di Don Milani: “La trasparenza non è più una virtù”. Primo perché ad essere troppo trasparenti si rischia di scomparire. Secondo perché è tutto da dimostrare che su Facebook si sia trasparenti. Esattamente come i personaggi pubblici di cui parlavo all’inizio del post, ciascuno di noi si interroga su cosa pubblicare e cosa no, su quale immagine vogliamo dare di noi e quale no. La dimensione pubblica ci porta a fare questo passaggio che, a ben vedere, ha ben poco di trasparente.

Molto interessante, a tele proposito, questo articolo pubblicato da Andrew Watts, ragazzo americano di 19 anni. In questo post, Andrew, racconta in che modo lui e il gruppo dei suoi pari utilizzino i social media e lo fa senza usare, per sua scelta, nessun articolo, studio o dato. Parlando di Facebook, Andrew dice che lo hanno tutti perché rappresenta il modo più semplice per conoscere qualcuno o per trovare una persona conosciuta ad una festa, ma che difficilmente viene usato per fare emergere aspetti privati. La definizione che viene data di Facebook è eccezionale: “Facebook is something we all got in middle school because it was cool but now is seen as an awkward family dinner party we can’t really leave” (Facebook è qualche cosa che tutti abbiamo usato nella scuola media perché era cool, ma ora sembra un’imbarazzante cena di famiglia che non possiamo lasciare definitivamente). Dunque Facebook è un po’ come una cena di famiglia, imbarazzante, dove non si può fare nulla di strano e bisogna in qualche modo conformarsi a quello che gli altri si aspettano da noi. Difficile essere davvero trasparenti in un ambiente come questo. Continuando a leggere l’articolo si arriva al punto in cui Andrew parla di Snapchat, social media che qui da noi non viene visto tanto bene. Per chi non lo conoscesse, Snapchat elimina una fotografia, un commento, un video dopo che è stato aperto sul dispositivo della persona a cui il messaggio era indirizzato. Inoltre, consente anche di creare delle “storie” (immagini, commenti, video..) da condividere con gli amici che verrano eliminate dopo 24 ore. Insomma, Snapchat non lascia tracce e scompare una volta che ha esaurito il suo compito. In Italia, questo social media viene associato al fenomeno del sexting e chi usa Snapchat viene guardato da tutti con un po’ di sospetto: “che bisogno hai di cancellare quello che hai scritto? Perché non vuoi che un’altra persona possa salvare quell’immagine sul suo smartphone?”. Andrew, nel suo post, non fa assolutamente cenno al sexting e sostiene che a lui e al suo gruppo di amici questo social piace tanto in quanto permette di poter essere davvero se stessi senza che la propria identità sociale venga attaccata. La dimensione privata di Snapchat, il fatto che non lasci tracce, permette di potersi mostrare senza timore e senza paure. Su Facebook prima di pubblicare un’immagine ci si deve pensare tanto, su Snapchat no e questo rende “liberi”.

Targhe-social-607x300A ben pensarci, quello di cui parla questo giovane ragazzo americano, è la diretta conseguenza di tutti i nostri progetti di “educazione digitale”. Abbiamo detto ai ragazzi che devono stare attento a cosa postano, che i datori di lavoro guardano i profili sui social media, che non è bello farsi immortalare in certe pose, che devono avere cura della loro immagine sui social…e loro, con molta trasparenza, hanno cominciato ad usare social che nessun datore di lavoro potrà mai vedere in modo da poter ricominciare ad avere una vita un po’ meno pubblica.

La questione, con la quale il mondo degli adulti deve confrontarsi, è allora un’altra e non ha a che fare con il sexting. Per un po’ di tempo la vita degli adolescenti è stata avvolta dalla nebbia e, dal momento in cui uscivano di casa, nessuno sapeva bene che cosa facessero in giro. Con l’arrivo dei social media si è tirato un respiro di sollievo: finalmente possiamo sapere come si muovono e avere un po’ di più il controllo della situazione. Ora che i ragazzi si sono accorti che certi social media assomigliano a delle cene di famiglia, però, li hanno abbandonati o hanno cominciato a frequentarli con astuzia, trovando altri luoghi in cui potersi esprimere più liberamente. Il mondo degli adulti torna così al punto di partenza, scontrandosi con l’impossibilità di sapere quello che i ragazzi fanno quando non sono a casa.

Questo passaggio, però, non è da leggersi negativamente. La dimensione pubblica, della quale ho parlato in questo post, è molto pesante ed è difficile da sostenere. Bene che un ragazzo cerchi di alleggerirla un poco, che preferisca tornare a rivolgersi ad un gruppo ristretto di persone, che smetta di dover pensare a 13 anni a come costruire la propria immagine online in funzione di un contratto di lavoro che arriverà, forse, numerosi anni dopo.

Il prezzo da pagare per la popolarità è oggi troppo caro per tutti noi, comuni abitanti del web, e stiamo forse cominciando a cercare delle valide alternative che consentano di godere dei vantaggi del web senza essere per forza un personaggio pubblico.

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2 Replies to “I Social media e la dimensione pubblica: è come essere sempre ad una cena di famiglia”

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