Identità, immagine e social media

Selfie-specchio-iPhoneViviamo immersi nell’immagine e, cosa ancora più pericolosa, confondiamo quell’immagine con la nostra identità. Immagine e identità si incontrano online in una maniera inedita, nuova e, per alcuni versi, pericolosa.

Sarebbe troppo facile, però, dare tutta la responsabilità ai social media. La verità è che i social ci piacciono tanto proprio perché ci consentono di mettere l’immagine, la nostra immagine, al centro del nostro universo.

Pur non dando la colpa ai social media, però, dobbiamo notare come l’utilizzo dei social abbia portato le persone a relazionarsi in un modo del tutto inedito: online, senza corpo, immersi nell’immagine. Prima di quel momento, l’utilizzo del web e delle nuove tecnologie non chiamava in causa l’identità. Da quando invece abbiamo cominciato ad entrare in relazione con altre persone anche online la nostra identità è entrata in gioco.

Come sostengono molti esperti, la distinzione tra mondo online e mondo offline sta scomparendo. Non è infatti più possibile tracciare una linea di demarcazione netta tra ciò che è online e ciò che offline. Viviamo muovendoci costantemente tra queste due dimensioni, spesso senza accorgercene. Questa distinzione rischia però di diventare l’ennesima etichetta che si svuota di significato una volta che diventa di uso comune. Trovo sia importante continuare ad interrogarsi sul significato di certi nostri comportamenti e sull’impatto che certe app hanno sul nostro modo di vivere e non, semplicemente, limitarsi a dire che oggi funziona così e che dobbiamo adattarci a tutto questo.

La non distinzione tra online e offline chiama in causa il rapporto tra l’immagine e l’identità in una maniera inedita. Oggi possiamo infatti cercare tracce della nostra identità online, ovvero in un ambiente dove regnano le immagini. In un passaggio molto interessante del suo libro, Alex Krotoski si chiede “But is my collection of status updates, photos, videos, blogposts and podcasts really me? It’s one expression of self, for sure. It’ s also one that I manipulate” . Dunque, se è vero che io posso cercare di capire chi sono guardando lo schermo del mio smartphone, è altrettanto vero che quello specchio digitale ci restituisce un’immagine facilmente manipolabile.

Prima di proseguire è necessario aprire una piccola parentesi. Penso che ciascuna persona, nel corso della sua vita, si sia posta questa domanda: “ma io, chi sono?”. Difficile che sia riuscita anche a darsi una risposta chiara e definitiva. A seconda di innumerevoli fattori, infatti, la risposta a questa domanda sarà sempre diversa. Questa è anche la nostra più grande fortuna. Proprio l’impossibilità di rispondere a questa domanda ci consente di proseguire nella ricerca e di avere voglia di incontrare l’altro per scoprirci ogni volta differente. Il sintomo, al contrario, è quell’elemento della nostra identità che non cambia mai. Tutte le volte che ci troviamo in quella situazione cominciamo a tremare. Quando ci sentiamo sotto giudizio diventiamo rossi e non riusciamo a parlare. Se ci troviamo da soli in un pullman ci assale un senso di ansia tremendo. Il sintomo, possiamo dirla così, ci ricorda di che pasta siamo fatti e,  quando diventa insopportabile, può essere il motivo per cui si chiede aiuto.

Se l’identità è sempre in mutazione, a seconda del punto di osservazione che adottiamo, il sintomo resta sempre invariato. Nella nostra contemporaneità, dove regna l’ideale del benessere, si vorrebbe eliminare il sintomo e dare una risposta alla domanda di identità. Questa operazione, lo possiamo intuire, è impossibile. Il sintomo è parte della identità e non è pensabile metterlo da parte.

Come ho accennato in apertura, l’immagine e l’identità trovano un nuovo modo di connettersi all’interno dei social media. I social operano prevalentemente attraverso immagini. Si pensi a Facebook e al susseguirsi di immagini che parlano, anche in maniera molto intima, di noi e degli altri. Con immagine non intendo solo le fotografie, ma tutto quello che avviene sul social (post, commenti, condivisioni di canzoni, video…). Ogni azione, all’interno di un social, contribuisce a costruire la propria immagine e quella degli altri. Io posso decidere che lato di me fare vedere e quale no, in che modo ritrarmi, che idea voglio dare di un certo mio comportamento, che cosa desidero che un altro noti. Ugualmente posso fare in modo che i miei difetti, le mie imperfezioni, i miei sintomi scompaiano. Questo discorso vale sia da un punto di vista fisico (se non mi piace il mio naso farò in modo di ritoccarlo o di mettere in rete solo foto accuratamente scelte) sia caratteriale (se sono timido posso fare in modo di condividere video di sport ad alto contenuto di adrenalina e partecipare a conversazioni in maniera aggressiva). Online è possibile costruire la propria immagine eliminando o nascondendo il sintomo, operazione non consentita offline.

SpecchioQuesta immagine, all’interno dei social media, si pone in una posizione di rilievo. Se io metto insieme tutte le mie condivisioni posso avere uno guardo dall’esterno della mia persona. Posso vedere che tipo di musica ascolto, in quali giorni e in quali ore, che tipo di selfie pubblico, con quali amici parlo più di un argomento, gli spostamenti fatti nella mia giornata. La mia immagine prende una forma nuova, in qualche modo si oggettivizza, e per la prima volta è possibile osservarla dall’esterno. Mai prima d’ora avevamo avuto la possibilità di svolgere questa azione. In questo modo abbiamo anche l’opportunità di controllarla e monitorarla, facendo in modo che sveli o veli quello che noi vogliamo. Questa operazione, se ci pensiamo, è impossibile nella relazione offline. Tutte le volte che un ragazzo parla con una ragazza trema, le parole si bloccano e diventa tutto rosso. Quei sintomi, che in realtà sono il tesoro di quel ragazzo perché gli possono consentire di affrontare alcune questioni importanti per la sua crescita, possono essere messi da parte utilizzando i social media per relazionarsi.

Se è vero che online possiamo costruire la nostra immagine, è altrettanto vero che questa stessa immagine sfugge al nostro controllo in più di un’occasione. L’immagine, infatti, può essere facilmente manipolata da diversi attori. Non solo io posso decidere che cosa dire di me e cosa no, ma lo stesso lo possono fare anche altri. In questo discorso si inseriscono aziende come Google o Facebook che, utilizzando algoritmi segreti, guidano le nostre scelte e ci portano a comportarci in un certo modo piuttosto che in un altro. L’esperimento condotto da Facebook qualche mese fa è indicativo in questo senso. Facebook, su un campione di utenti casuale, ha testato la sua capacità di manipolare le emozioni delle persone. Modificando il proprio algoritmo, ha fatto comparire sulle bacheche di alcune persone contenuti prevalentemente negativi, mentre ad altre contenuti positivi. Il risultato è che le persone a cui erano stati proposti contenuti negativi avevano condiviso a loro volta esperienze più negative, mentre le altre erano state influenzate in senso opposto.

L’immagine è dunque facilmente manipolabile ed è per questo che dobbiamo stare molto attenti quando viene confusa con l’identità di una persona. Noi non siamo la nostra immagine, per quanto la nostra identità sia fatta anche di immagine. Oggi, anche grazie ai social media, l’immagine sembra prendere la forma della nostra identità consentendoci, finalmente, di avere accesso alla domanda esistenziale: chi sono io? La risposta sembra essere su Facebook, ma è solo un’illusione.

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