Alberto Rossetti

Basta parlare di nativi digitali

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La Nativi_Immigratidefinizione di nativi digitali e immigrati digitali, coniata da Prensky nel 2001, ha avuto un notevole successo. Secondo Prensky i ragazzi nati nell’era digitale possiedono una capacità innata nell’utilizzo delle tecnologie mentre gli adulti, nati e cresciuti nell’era analogica, sono obbligati a imparare, spesso dai propri figli, queste capacità.

Lo devo ammettere, anche io inizialmente sono caduto nella trappola di questa definizione. Quando si vede un bambino di un anno che sblocca un iPhone non si può non pensare di avere di fronte un nativo digitale. E lo stesso si può dire tutte le volte che una persona un po’ più anziana dice “ma perché questi ragazzi corrono con quell’aggeggio attaccato al braccio?”.

Più approfondisco l’argomento, però, più mi rendo conto dell’inesattezza e della pericolosità di questa definizione.

Se i ragazzi possiedono delle capacità innate che gli adulti non hanno, ha ancora senso parlare di educazione? Come può un genitore educare un figlio se partiamo dal presupposto che il figlio sia più esperto di lui? Un genitore, convinto di essere un immigrato digitale, non viene in questo modo deresponsabilizzato dalle sue funzioni genitoriali. In questo video si possono vedere le conseguenze di questo discorso.

Come accade nei fenomeni migratori, inoltre, alle nuove generazioni spetterebbe il compito di fare da ponte tra i genitori, appartenenti al vecchio mondo, e il nuovo mondo. I ragazzi, immersi nelle nuove tecnologie e nei social media, possono così spiegare ai loro genitori come fare per diventare social. Non stiamo forse caricando i giovani di una responsabilità troppo pesante?

Accettando questa definizione, commettiamo anche un altro grosso errore. Se esistono i nativi e gli immigrati digitali esiste anche un ambiente digitale, fatto e finito. Alle persone spetta il compito di abitarlo e di adattarsi ad esso, ma l’ambiente esiste a prescindere dall’essere umano.

Claude Lévi-Strauss (1908-2009), padre dell’antropologia contemporanea, nel corso della sua carriera professionale ha studiato alcune popolazioni indigene in Brasile. All’epoca dei suoi primi viaggi (attorno agli anni’30), aveva osservato che erano pochi i gruppi di indigeni ancora allo stato naturale, ovvero non influenzati dall’arrivo dei coloni. Proviamo, semplificando e scusandomi con gli antropologi e con Lévi-Strauss, a ripercorrere questo ragionamento.

La terra è popolata da popolazioni indigene, ovvero native. I nativi vivono nel loro ambiente, modellano e costruiscono la loro società tenendo sempre conto dei limiti imposti dalla natura stessa. Poi arrivano gli immigrati, ovvero i coloni, che hanno un’altro modo di vivere e altri interessi. Gli immigrati cercano di modellare la natura che trovano per adattarla il più possibile al loro modo di vivere. Sia i nativi che gli immigrati, in questo incontro che si è trasformato spesso in uno scontro, devono cedere qualche cosa della loro cultura e del modo di vivere per accogliere qualche cosa dell’altro. La storia ci dice anche che ad avere la meglio, in tutto questo, sono gli immigrati che hanno piegato la natura e la cultura del posto, strutturando l’ambiente circostante a loro piacimento.

Dunque, se pensiamo all’antropologia, la definizione di nativi e immigrati digitali non sta in piedi. I nativi vivono già nell’ambiente digitale? Come lo hanno adattato alle loro esigenze? E, dunque, chi ha costruito quell’ambiente digitale? Gli immigrati, che arrivano da un altro mondo, perché dovrebbero accettare di adattarsi a questo ambiente? Che cosa portano dal loro vecchio mondo in questa nuova terra? Si potrebbe continuare a lungo, ma ci rendiamo conto che ci stiamo muovendo su presupposti sbagliati.

L’ambiente digitale non esiste a priori. Non è uno spazio da abitare, ma uno spazio da costruire, tutti insieme, ognuno contribuendo come può e con il suo bagaglio di esperienze. Non c’è chi è arrivato prima, non ci deve essere uno scontro per imporre un modo piuttosto che un altro.

Questa distinzione nativi-immigrati non sta in piedi. Possiamo però dire che noi, esseri umani, stiamo trasformando il nostro ambiente utilizzando e sfruttando le nuove tecnologie. La trasformazione è in corso e chiama in causa aspetti della nostra umanità molto profondi, non ultima la questione dell’identità. Dunque, siamo tutti chiamati ad interrogarci su questo mondo che stiamo modificando.

I bambini, che non hanno conosciuto la realtà prima dell’arrivo delle tecnologie, forse sono addirittura più esposti e più a rischio. Queste trasformazioni li travolgono senza che loro possano porre delle barriere, dei limiti, delle questioni. Più che di capacità innate, pertanto, io parlerei di una capacità di adattamento maggiore.

Invece che immigrati, gli adulti devono diventare piuttosto mediatori culturali e aiutare i ragazzi a leggere questo presente che corre ad una velocità elevata. 

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Autore: albertorossetti

Psicologo e Psicoterapeuta

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