Alberto Rossetti

Self-tracking: più o meno potere?

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Apple selftrackOggi possediamo strumenti che permettono di registrare i nostri comportamenti, trasformarli in numeri, archiviarli, analizzarli, condividerli sui social media e, infine, ipotizzare i motivi per cui ci comportiamo in un determinato modo. Se ci si limita a una lettura superficiale del fenomeno, si potrebbe pensare che questa pratica sia poco comune e che sia portata avanti solo da alcuni appassionati di tecnologia nella Silicon Valley. Ma se apriamo gli occhi possiamo ad esempio accorgerci delle persone che, al parco, corrono con gli smartphone attaccati al braccio (forse sono più di quelle che corrono senza) per registrare in un’app i dati della loro corsa, come la distanza, la velocità, le calorie bruciate, il dislivello…poi ci sono le persone che registrano informazioni sul cibo che mangiano, quelle che tengono sotto controllo la produttività giornaliera analizzando il numero di mail che inviano nelle diverse ore della giornata o, ancora, quelle che tengono sotto controllo il loro sonno (Withings). Una volta registrati, questi dati possono essere analizzati e intrecciati tra di loro alla ricerca di quelle informazioni utili per migliorare concretamente il nostro benessere.

Esistono già numerose app che permettono questo tipo di analisi dei dati e altre verranno sviluppate. Con Tictrac, ad esempio, è possibile archiviare e tenere insieme tutti questi dati “per poter scoprire qualche cosa di più su noi stessi”. Potremmo così sapere che quando dormiamo meglio, la mattina abbiamo più appetito (lo vediamo perché abbiamo assunto maggiori calorie) che ci permettono una maggiore produttività tra le 10.00 e  le 11.30 con però un calo piuttosto evidente nel pomeriggio. Una soluzione potrebbe allora essere cercare di assumere un minor numero di calorie quando sappiamo di aver dormito bene, così da rimanere produttivi anche al pomeriggio. Non sto esagerando, quello che il self-tracker, ovvero la quantificazione del proprio sé attraverso raccolte di dati, promette di fare è proprio questo tipo di operazioni. Sul manifesto del self-tracking, scritto da Gary Wolf nel 2010 sul New York Times Magazine, si legge che sono 3 i motivi che hanno reso possibile questo fenomeno: a) i sensori elettronici sempre più piccoli e potenti che, introdotti nei nostri smartphone, offrono numerose applicazioni; b) l’utilizzo diffuso dei social media; c) l’archiviazione dei propri dati in cloud, dove possono essere intrecciati con dati di altre persone per poter fornire indicazioni ancora più accurate.

A questo dobbiamo aggiungere lo sviluppo sempre maggiore della gamification, ovvero della trasformazione in gioco di comportamenti che nulla hanno a che fare con il giocare. Con la gamification ci si muove a cavallo tra l’online, dove si acquisiscono punti per superare i livelli del gioco, e l’offline dove si compiono quei comportamenti reali necessari ad avere punti virtuali nel gioco online. 

“More powerful than you think!”

Se prendiamo una delle ultime pubblicità delle Apple possiamo notare come il self-tracking sia molto di più di una semplice passione. “You’re more powerful than you think” si legge alla fine della pubblicità. Ma di che tipo di potere stiamo parlando?

Sembrerebbe che il potere a cui si allude con il self-tracking sia quello del controllo del proprio sé. Un sé, completamente spogliato di una psiche, fatto solo di comportamenti che si ripetono e che, per questo, possono essere prevedibili, quantificabili e modificabili. Ciò che si ricerca con il monitoraggio del proprio sé è una correlazione tra i diversi comportamenti in modo tale da poter ipotizzare i motivi che spingono a svolgere una determinata azione. Più dati si hanno a disposizione più si avranno statistiche accurate.

Da psicoanalista, ma anche altre persone dovrebbero interrogarsi, non posso che essere critico di fronte a questo modello di essere umano svuotato della sua psiche. Sui vari siti in cui si parla del sé quantificato, piuttosto che del self-tracking, una delle costanti che ho trovato è l’idea che finalmente l’essere umano possa scoprire qualche cosa di più sulla sua essenza. Tutto quello che non ho mai saputo su di me ora lo posso sapere perché la trasformazione in numeri dei miei comportamenti “consente di eseguire verifiche, confronti, esperimenti. I numeri attenuano la risonanza emotiva dei problemi, ma li rendono intellettualmente più gestibili” (Gary Wolf, Tha Data-Driven life, “New York Times”, 28-04-2010).

Una persona può immaginare di non mangiare sempre cibo di ottima qualità, ma la sua memoria potrebbe giocargli brutti scherzi (o buoni, dipende dai punti di vista) e non farglielo tornare in mente tutte le volte che sta per mangiare un cibo di pessima qualità. Se invece il suo smartphone gli ricorda che nell’ultima settimana ha già mangiato 4 hamburger, recandosi tre volte al Burger King e una al Mc Donald (lo sa grazie a Foursquare) e gli offre dei punti virtuali (grazie ai quali può competere con altri amici) se mangia qualcosa di più sano, non ha più scuse. A quel punto la scelta di come comportarsi è solo ed esclusivamente in mano alle persone e se si decide di continuare a mangiare male…la responsabilità è tutta tua! Le conseguenze sociali, politiche ed economiche che questo tipo di discorso può avere sono tante, come racconta Morozov nel suo ultimo libro.

Non siamo fatti solo di comportamenti

Withings auraTutto questo non tiene conto della complessità con cui è fatto l’essere umano. Non siamo fatti solo di comportamenti, anche se alcuni mie colleghi potrebbero storcere il naso, e soprattutto non possiamo illuderci di avere controllo sul nostro volere. C’è qualche cosa che ci sfugge sempre, l’inconscio ne è la prova, e ridurre la vita dell’essere umano ad una serie di comportamenti non è che un  maldestro tentativo di controllo che non può darci grandi benefici.

L’obiettivo sotteso a tutto questo registrare sembrerebbe essere l’eliminazione di ciò che produce malessere e l’aumento di ciò che offre benessere. Se io tolgo dalla mia vita ciò che mi fa stare male posso vivere meglio. Guardate che non c’è niente di più sbagliato di un ragionamento che si muove in questa direzione. Io sono solito partire proprio dal punto opposto, ovvero che è ciò che produce malessere la chiave per proseguire nella propria vita. Sono proprio i sintomi, gli ostacoli, gli errori a indicarci la direzione e la loro eliminazione, o tentativo di riduzione con un procedimento di tipo cognitivo, non è detto che ci dia grandi vantaggi. Perché se è vero che mangiare tanti hamburger nei fast food può non far bene alla salute di una persona, non è altrettanto certo che se si eliminano gli hamburger dalla propria vita si starà meglio. L’equilibrio psichico sul quale la nostra vita si regge non è da sottovalutare e qualche volta il sintomo è l’ago della bilancia che permette proprio quell’equilibrio. Certamente quella persona può essere sostenuta e accompagnata ad un cambiamento nel suo stile alimentare, ma non con un’app che si limita a fare dei calcoli.

I dati non sono naturali

C’è poi un’altra questione sulla quale vale la pena riflettere. Che tipo di immagine restituisce il proprio sé quantificato? Pensare di essere fatti di dati, di comportamenti che si ripetono, di cifre che in qualche modo provano ad offrire una narrazione di quello che noi siamo, rischia di fare credere all’ego dell’essere umano di essere diventato padrone a casa propria. Nel 1916 Freud, nel testo Una difficoltà della Psicoanalisi, parla proprio di questo. Come scrivevo in un vecchio post

“Non solo l’uomo non si trova al centro dell’universo e non è superiore al regno animale, ma non è padrone neanche della propria psiche: l’io, dice Freud, non è padrone in casa propria. Freud si riferisce qui alla scoperta dell’inconscio e di come abbia modificato radicalmente la comprensione che l’uomo ha di se stesso. A livello psichico non è possibile tenere sempre tutto sotto controllo perchè c’è sempre qualche elemento che scappa dal nostro sapere. L’inconscio freudiano porta pertanto l’uomo a rendersi conto che la volontà non basta, che c’è sempre qualche cosa di inconscio che guida i nostri atti e che l’unica via per poter accedere all’inconscio è rappresentato dagli inciampi della nostra parola. A tale proposito l’esempio che porta è molto esplicativo: “Tu ti comporti come un sovrano assoluto che si accontenta delle informazioni del suo primo ministro senza scendere fra il popolo per ascoltarne la voce”.

L’errore che regge tutto questo impianto è l’idea che i dati che registrano i nostri comportamenti siano “naturali”, ovvero già presenti in natura, e che l’essere umano abbia solo trovato la maniera giusta per raccoglierli e analizzarli. Ciascuna misurazione viene preceduta dalla scelta del metro con cui misurare e alla base c’è sempre un impianto teorico dentro al quale i dati vengono letti. Dunque, anche le misurazioni che facciamo con il self-tracking, hanno questa caratteristica e non possiamo trattarle come venissero dal profondo della nostra psiche. Rappresentano solo una modalità con cui vengono raccolte alcune informazioni sul proprio conto e dobbiamo stare attenti a non dare troppo peso a tutto questo. Quello che il sé quantificato restituisce non è che una delle possibili rappresentazione di sé, resa però più “vera” e “insidiosa” dall’idea che siano i dati naturali ad averla costruita. Uno degli esponenti del movimento del sé quantificato, Ernesto Ramirez, in un’intervista (qui) dice che con il self-tracking “posso sapere esattamente cosa ho fatto, e se so cosa ho fatto so chi sono e se so chi sono posso chiedermi se sono quello che voglio essere”. Quando l’entusiasmo per questo tipo di innovazione prende il sopravvento, non dobbiamo scordarci che stiamo parlando solamente di rappresentazioni di sé, ovvero di immagini che costruiamo su di noi. Il solo fatto che questa immagine sia ispirata da numeri che a loro volta rappresentano un comportamento, non significa che sia un’immagine più vera delle altre. In alcuni casi la clinica ci insegna proprio il contrario. 

Se si esagera con il monitoraggio del sé?

Infine, quali possono essere le conseguenze di un eccessivo self-tracking? Svevo, nel 1923, aveva già le idee piuttosto chiare…

“Tullio s’era rimesso a parlare della sua malattia ch’era anche la sua principale distrazione. Aveva studiato l’anatomia della gamba e del piede. Mi raccontò ridendo che quando si cammina con passo rapido, il tempo in cui si svolge un passo non supera il mezzo secondo e che in quel mezzo secondo si movevano nientemeno che cinquantaquattro muscoli. Trasecolai e subito corsi col pensiero alle mie gambe a cercarvi la macchina mostruosa. Io credo di avercela trovata. Naturalmente non riscontrai i cinquantaquattro ordigni, ma una complicazione enorme che perdette il suo ordine dacché io vi ficcai la mia attenzione. Uscii da quel caffè zoppicando e per alcuni giorni zoppicai sempre. Il camminare era per me divenuto un lavoro pesante, e anche lievemente doloroso. A quel groviglio di congegni pareva mancasse ormai l’olio e che, movendosi, si ledessero a vicenda. Pochi giorni appresso, fui colto da un male più grave di cui dirò e che diminuì il primo. Ma ancora oggidì, che ne scrivo, se qualcuno mi guarda quando mi movo, i cinquantaquattro movimenti s’imbarazzano ed io sono in procinto di cadere”   (La coscienza di Zeno, Italo Svevo, 1923).

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Autore: albertorossetti

Psicologo e Psicoterapeuta

3 thoughts on “Self-tracking: più o meno potere?

  1. Bellissimo articolo! E geniale la citazione finale…
    Io… non so, ho sempre provato un’avversione per tutto ciò che mi registra. È come se il sapere di registrare ciò che faccio lo privi di realtà e concretezza. Fatico persino a fare foto e video, perché mi sembra di mancare di rispetto alla mia vita astraendomi per ritrarla. Figurarsi pubblicarla!
    Ho un orologio gps per la corsa, ma non ho mai scaricato i percorsi che faccio: lo uso solo per avere idea della distanza – lì, sul momento. E pensare di raccogliere e “analizzare” quei dati mi rattrista, mi sembra privi la corsa di un po’ di quella libertà per cui la faccio.
    Una cosa diversa è invece la scrittura ed il racconto. Che, al contrario, vivo come una riflessione che aiuta a scovare nuovi significati e così arricchire i momenti vissuti o i pensieri sfuggiti troppo rapidamente. Di quella sì, concepisco il tener traccia e l’eventuale condivisione con un pubblico.
    Forse sono un po’ alla vecchia maniera…

  2. Grazie per queste osservazioni. Come giustamente suggerisce la scrittura e il racconto si muovono su altre corde che nulla hanno a che fare con la misurazione. Quando scriviamo ci rendiamo conto di non avere scritto tutto, di non essere riusciti a esprimere esattamente quello che avevamo in testa…oggi, forse, stiamo perdendo questa consapevolezza e con le nuove tecnologie ci illudiamo di avere colto l’essenza, il nocciolo della questione, il punto sul quale non può esserci fraintendimento.
    Dobbiamo continuare a tenere vive queste domande, è l’unico modo per poter apprezzare le nuove tecnologie e il cambiamento che sta avvenendo nella nostra quotidianità!

  3. Pingback: L’abbaglio delle relazioni intelligenti | Alberto Rossetti

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