Abbiamo bisogno dell’Altro!

Not available on apple store 1In tempi non molto lontani, era impossibile per la maggior parte delle persone avere un pubblico a cui rivolgersi. I giornalisti, gli attori, gli scrittori, i musicisti…loro avevano un pubblico, mentre tutti gli altri erano il pubblico. Internet ha radicalmente trasformato tutto questo, offrendo a tutti l’opportunità e gli strumenti per poter rivolgersi all’altro pubblicamente. Succede così che con un blog si diventa giornalisti, con i social media si possono creare notizie e si può far sentire la propria voce, con Youtube si può diventare famosi pubblicando i propri video e con piattaforme di scrittura si riesce a mettere in piedi un ebook in pochi attimi. L’elenco potrebbe andare avanti a lungo, non dico all’infinito ma quasi. Grazie a Internet, pertanto, l’uomo sembrerebbe essersi liberato dall’oppressione di chi decide per lui e può finalmente far sentire la propria voce come e quando vuole. Effettivamente, se facciamo un passo indietro all’epoca pre-internet, ci possiamo rendere conto di come erano presenti alcuni intermediari che impedivano all’uomo di esprimersi liberamente. Senza i social media, ad esempio, non si poteva far sentire il proprio disagio e la propria voce (in parte questo avveniva e avviene ancora nelle manifestazioni di piazza ma con dinamiche molto differenti). Se si voleva scrivere un libro bisognava trovare un editore disposto a pubblicarlo o, ancora, per rendere pubblici i propri pensieri e le proprie opinioni bisognava essere per lo meno giornalisti.Tutto questo, oggi, scompare. Non abbiamo più bisogno di questi intermediari analogici.

L’uomo, finalmente privo di intermediari, è libero e può essere veramente se stesso.

Questa visione, figlia dell’internet-centrismo, è molto rischiosa per almeno due motivi. Prima di procedere, però, voglio riportare un brano tratto dall’ultimo libro di Evgeny Morozov “Internet non salverà il mondo”.

“Un altro pericolo creato dall’internet-centrismo in questo contesto è quello per cui noi, presumendo che i filtri digitali siano diversi dai loro predecessori analogici, rischiamo di vedere sfumare l’immensa differenza teorica e concettuale che esiste tra le due tipologie. E’ questa la conseguenza inevitabile se si immagina “Internet” come una cultura che, analogamente alla cultura della stampa, replica le proprie qualità di coerenza e stabilità in ciò che produce. In realtà, alcuni di questi nuovi filtri digitali non solo si rifiutano di mostrare “il mare in tutta la sua profondità”, bensì lo nascondono in molti modi diversi, e l’idea di una cultura di Internet coerente ci impedisce di notare tali differenze. Già solo un breve ed empirico studio dei filtri impiegati dalle piattaforme dei social media più popolari basterebbe a dimostrarlo: si affidano tutti a filtri di vario tipo, che producono leggi di visibilità tra loro assai diversi”. (Morozov, Internet non salverà il mondo, pag.439)

Non solo, quindi, oggi abbiamo più intermediari di ieri ma, proprio per la loro molteplicità, diventa molto difficile conoscere che cosa si muove dietro a tutti questi intermediari. L’idea che contesta Morozov, sulla quale mi trovo d’accordo, è che oggi la “cultura di Internet” rischia di non farci aprire gli occhi di fronte a questi nuovi intermediari. Il fatto che sia un prodotto di Internet non significa che sia un prodotto di qualità, per dirla in altri termini. Senza una seria responsabilità etica, che passa a mio parere anche dall’educazione digitale, il rischio è che ci si illuda di avere davvero perso gli intermediari senza accorgersi che quegli intermediari ci sono ancora e sono sempre più fuori dal nostro controllo. Facebook, giusto qualche giorno fa, ha reso noto il suo esperimento in cui, modificando il filtro digitale, ha manipolato l’esperienza emotiva delle persone (qui le mie riflessioni). Dunque i filtri esistono, sono solo più nascosti e, solo apparentemente, meno limitanti.

Questa è dunque la prima questione su cui riflettere.

Not available on apple store 2La seconda è più delicata e ci riguarda ad un livello più profondo. Davvero pensiamo di poter fare a meno dell’Altro o di eluderlo? Proverò ad immergermi un attimo all’interno della psicoanalisi. Freud, nel 1916 (Una difficoltà della psicoanalisi), scriveva che la scoperta fatta dalla psicoanalisi più difficile da sopportare per l’uomo era quella dell’impotenza dell’Io all’interno della psiche: l’Io non è padrone a casa propria. Questo significa che c’è sempre qualche aspetto della nostra esistenza che sfugge al nostro controllo e la stessa presenza dell’inconscio ne è la dimostrazione più tangibile. Nessuno può dire di essere padrone della sua psiche. Lacan, qualche anno più tardi, aggiunge un pezzo a questo discorso quando dice che il bisogno è il bisogno dell’Altro. Quello che lo psicoanalista francese vuole suggerire è che non solo non siamo padroni a casa nostra ma che anche i bisogni che sentiamo appartenerci in realtà sono dell’Atro. Per semplificare la comprensione di questo passaggio si può pensare al bambino piccolo, ancora incapace di riconoscere i propri bisogni. L’Altro, inizialmente la madre, prova a dare parola e forma ai suoi bisogni, permette al bambino di riconoscerli, di cominciare a sentirli parte di sé. Ecco perché il bisogno è dell’Altro, in quanto non nasce dal bambino ma dalla relazione.

Dunque, come esseri umani, abbiamo bisogno dell’Altro per poter vivere. Pensare che Internet possa permetterci di escluderlo è, a mio parere, il più grande errore che possiamo fare.

La soluzione, però, è già tracciata. Infatti, come accennavo poco sopra, Internet non esclude l’Altro a priori. Oggi siamo di fronte a nuovi intermediari, come suggerisce Morozov, e dobbiamo interrogare questi filtri e non far finta che non esistano. La possibilità di avere con molta più facilità un pubblico a cui riferirsi non è di per sé sbagliata o pericolosa, a patto che non si pensi che il pubblico sia garanzia di credibilità. Lo stesso discorso vale anche nella politica. Internet può certamente facilitare il nostro essere cittadini attivi e impegnati, ma questo non significa che tutte le leggi saranno in linea con il nostro modo di pensare.

Quello che voglio dire è che è proprio la relazione con l’Altro che ci consente di esprimerci e relazionarci. Internet può aggiungere qualche cosa a questa relazione ed è proprio in questa direzione che dobbiamo muoverci. Pensare di esserci liberati dall’Altro e di non averne più bisogno, invece, è molto rischioso.

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