Alberto Rossetti

Online siamo più veri?

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untangling the web“But is my collection of status updates, photos, videos, blogposts and podcasts really me? It’s one expression of self, for sure. It’ s also one that I manipulate”. Nell’introduzione al testo Untangling The Web, Aleks Krotoski, psicologa che studia il web e che conduce il programma Digital Human sulla BCCradio, si chiede se tutto quello che pubblichiamo online, in fondo, ci rappresenta davvero. La sua risposta è eccezionale: è certamente un’espressione del self ma è anche una parte che è possibile manipolare. In questi giorni sta spopolando in rete un video che ha messo in evidenza proprio queste dinamiche. Una persona, triste nel vedere sui social network la vita felice delle altre persone, comincia a postare foto e status manipolando la sua realtà. La risposta dei suoi amici, a suon di like, non si fa attendere. Il video fa vedere come sia possibile manipolare con estrema facilità le informazioni che mettiamo in rete su di noi. Una foto, piuttosto che la pubblicazione di uno status, non rappresentano che dei frammenti di vita che vengono isolati e pubblicati, ovvero presentati ad un pubblico. Proprio per questo motivo è così facile manipolarli e mostrali come meglio crediamo. Allo stesso tempo, però, tutti quei frammenti messi insieme danno vita alla nostra identità digitale.

Nel 2004, il dott. John Suler, ha pubblicato una ricerca dal titolo The Online Disinhibition Effect che trovo ancora di oggi di estremo interesse, nonostante nel suo articolo non si parli ovviamente ancora di social media. Secondo Suler sono presenti almeno sei punti che possono rendere le persone maggiormente disinibite quanto si trovano online. 

Anonimato Dissociativo

Online le persone possono non avere nome oppure il loro vero nome. Io aggiungo, come ho già più volte espresso, che anche quando ci si presenta con il proprio nome di battesimo e foto si è in qualche modo anonimi. Il punto di partenza della costruzione della propria identità online è l’assenza del nome, ovvero la scelta di chi essere e di chi non essere. Questo processo è a mio parere sempre più concreto in quanto il peso dei social media nella nostra vita ci impone di essere molto attenti a questo tipo di costruzione. Secondo Suler quando le persone possono separare le loro azioni online dal loro stile di vita offline, possono sentirsi più portate ad esprimere alcune parti di sé. 

Invisibilità

Le persone, quando sanno di non essere viste, possono dire o fare cose che altrimenti non farebbero. L’invisibilità era certamente una caratteristica fondante del vecchio web, dove cioè la distinzione online-offline era molto netta: ciò che avveniva online faceva parte di una realtà virtuale e non aveva legami con la vita quotidiana. Con l’utilizzo dei social media, invece, le persone non sono mai del tutto invisibili quando sono online perché esiste un collegamento più o meno netto con la realtà offline. La mancanza di un corpo reale, però, può in qualche modo portare le persone a percepire una sensazione di invisibilità quando si trovano online.

Asincronia

Il fatto di non ricevere un feedback immediato dalle altre persone porta ad un atteggiamento di maggior disinibizione. Nella relazione faccia-faccia, il nostro parlare è in parte soggetto alle reazioni che vediamo nel nostro interlocutore. L’asincronia di buona parte della comunicazione online, invece, non restituisce questo tipo di feedback. 

Introiezione solipsistica  

Nel leggere una mail, un commento su un post o un messaggio prestiamo la nostra voce al testo scritto da un’altra persona. In questo modo possiamo fare esperienza di una conversazione che avviene non tra noi ed un altro, bensì tra noi e noi stessi. Il processo di disinibizione può aumentare proprio perché il percepire di parlare con se stessi può far sentire più sicuri rispetto al parlare con altri. Per semplificare la comprensione di questo punto mi viene in mente questo esempio clinico. Mi capita spesso durante le sedute di invitare le persone a scrivere. La scrittura che i miei pazienti producono, almeno inizialmente, è un tipo di scrittura molto intima, profonda e che soprattutto non contempla la presenza di un pubblico. Loro stessi si vergognerebbero a fare leggere ad altri quello che hanno scritto. Questo può avvenire proprio perché le persone, quando scrivono, riescono a lasciarsi andare un po’ di più non dovendo rendere conto a nessuno del loro lavoro. Secondo Suler, dunque, online può avvenire la stessa cosa con la differenza che in questo caso il pubblico c’è, anche se forse non sempre è così evidente.

Immaginazione Dissociativa

Online le persone possono essere portate a creare personaggi immaginari che in qualche modo vivono in un altro spazio. Questo risulta evidente, ad esempio, con la creazione di Avatar nei giochi ma possiamo anche pensare ai nickname con i quali ci presentiamo al pubblico sui vari social media. Il processo di creazione e costruzione di questi “personaggi” può portare a dividere con molta più facilità ciò che accade online da ciò che succede offline.

Minimizzazione dell’autorità e dello stato sociale

L’orizzontalità della rete, secondo Suler, non fa percepire le differenze di status e di ruolo. In questo modo chiunque può dire ciò che crede, sentendosi tra pari, e anche in questo caso il non percepire un’autorità facilita il mettersi sullo stesso piano e quindi l’esprimere con maggiore libertà i propri pensieri.

online-offlineQuesti 6 punti, che trovo molto utili per leggere alcuni fenomeni che avvengono online, mi permettono di arrivare al punto centrale di questo post: online siamo più veri? Mi verrebbe da rispondere che sicuramente online siamo più esposti. Sull’essere veri o meno posso dire che online le persone mettono qualche cosa che li appartiene ma che tutto questo non è più vero solo perchè non è stato sottoposto ad alcuna censura, come invece avviene nella vita offline. Il fatto che nella vita di tutti i giorni le persone siano portate a modulare il proprio comportamento non significa certo che esse siano false. Quante volte non si dice tutto quello che si vorrebbe dire? Quante volte si pensano cose che poi non diventano parola? Tutte queste parole inespresse non scompaiono certo, trovano altri canali di espressione o in alcuni casi si trasformano in sintomi o in sogni. 

Online, a ben vedere, sembrerebbe che le persone siano più portate a manifestare qualche aspetto della loro soggettività che altrimenti non sarebbe potuto uscire. Ma qui dobbiamo metterci sull’attenti perché, come suggerisce Aleks Krotoski, la possibilità di manipolare questo materiale è molto alto e la manipolazione può essere eseguita da noi stessi ma anche da altre persone, magari per fini commerciali o politici. Suggerisco a tale proposito di leggere questo interessante articolo di Luca De Biase in cui parla del recente studio fatto da Fecebook.

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Autore: albertorossetti

Psicologo e Psicoterapeuta

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