La caccia ai cyberbulli

cyberGli articoli che in questi giorni parlano dell’ennesimo suicidio di una ragazzina di 14 anni ci devono indurre ad una profonda riflessione. Non voglio fare un processo ai media, non ne sarei capace e c’è gente più esperta di me in questo campo, però leggere certi articoli mi mette profondamente a disagio per diversi motivi.

L’attacco che viene fatto ai social media non serve a nessuno. Non serve alla ragazza che si è uccisa, non serva alla sua famiglia, non serve agli altri ragazzi che continueranno ad usare i social, non serve alla scuola e agli educatori. Il fatto è drammatico. Tutte le volte che una persona, soprattutto se adolescente, si toglie la vita, l’unica cosa da fare è fermarsi a riflettere, rispettando la sofferenza delle persone che le vogliono bene. Non possiamo sapere che cosa l’abbia spinta a compiere questo gesto estremo e non è certo dall’analisi di uno smartphone che possiamo illuderci di trovare le vere cause.

I ragazzi oggi usano tanto i social media. Ci sono numerose analisi fatte molto bene che raccontano questo fenomeno (una tra tutte è quella di Danah Boyd) e che bisognerebbe leggere per avere le idee più chiare. La vita online non rappresenta più una vita di secondo livello, finta, virtuale. La realtà online e quella offline, oggi, sono ormai sovrapposte e non si deve cascare nell’errore di pensarle divise. Qualche mese fa un’insegnante di una scuola 2.0 mi ha raccontato un’esperienza molto interessante successa nella sua classe. Gli alunni le hanno chiesto di fare un’assemblea per affrontare alcune problematiche capitate online. I ragazzi, infatti, avevano costituito un gruppo classe su un social in modo da poter restare sempre connessi anche negli orari non scolastici. Su questo gruppo ci si scambiava consigli per i compiti, si scherzava, si condividevano notizie. Sempre su questo gruppo, però, in molti hanno cominciato ad attaccare un compagno di classe che si difendeva attaccando a sua volta gli altri compagni. Tutto questo rischiava di degenerare e allora i ragazzi hanno chiesto di fare un’assemblea nella quale hanno deciso all’unanimità di sciogliere il gruppo online di classe. Ci sono tanti punti interessanti in questa storia. Il primo è che il ragazzo attaccato online non era attaccato anche offline, nelle ore di scuole. Gli insegnanti, pertanto, non se ne erano accorti. Il secondo è che sono stati gli stessi ragazzi ad accorgersi della situazione e a chiedere un’assemblea, offline, in cui discutere dei problemi online (quale miglior esempio di integrazione online-offline?). Infine la bravura dell’insegnante che ha accettato l’assemblea senza farsi prendere dal panico o denunciare il social media, permettendo così ai ragazzi di confrontarsi serenamente e in maniera costruttiva.

Questa storia, che ha avuto un lieto fine, ci indica che la direzione da prendere è questa e non certo l’autoregolamentazione o nuove leggi. Davvero pensiamo che i nostri ragazzi non siano in grado di capire che ciò che capita online abbia delle conseguenza anche offline? Sono loro i primi a rendersi conto che i due mondi sono sovrapposti, integrati e uniti. Dobbiamo sostenerli in questa direzione, dando loro strumenti e indicazioni, non fornirli di leggi pericolose con le quali difendersi.

Inoltre, l’attacco ai social media, sta creando una vera e propria caccia alla streghe. Su questo articolo pubblicato sulla Stampa si legge infatti che i ragazzi stanno cercando i cyberbulli online:

Il bersaglio è un’altra minorenne della Reale, «colpevole», secondo dei ragazzi, di aver insultato Aurora, mesi fa, dicendole: «sei trpp spss xd». E, ora si è innescato il delirio, di bestemmie, parolacce e grossolani errori di grammatica. Si comincia: «Ti devi sentire una merda ora che si è ammazzata». E poi: «Non ti vergogni ha prendere in giro quella ragazza ansi vergognavi perché non ce più si e tolta la vita per le merde come te sto parlando di aurora». Poi si scatenano contro un’altra giovane e e scrivono: «Cogliona perché non ti ammazzi che fai un favore a mezza Venaria?». E ancora: «Perché non ti suicidi come ha fatto Aurora? Sarebbe bellissimo». Per fortuna, qualcuno cerca di ragionare: «Raga basta. Non è stata colpa sua. Non ha senso dare la colpa a una persona sola, quando altre 8292 l’hanno insultata veramente. Quello di….. non è un insulto, quindi non rompete i coglioni e lasciate vivere tranquilla sta ragazza».   

Tutto questo non è forse cyberbullismo? Non dovremmo usare due pesi e due misure…Però mi fermo qui, perché le polemiche non servono a nessuno. Penso piuttosto che i colpevoli di questi nuovi insulti siamo piuttosto noi adulti. Nel dare la colpa ai social e all’anonimato in rete, stiamo dando l’opportunità ad altri ragazzi di sfogare la loro rabbia per quanto è successo in maniera sbagliata e, ancora una volta, poco utile.

Anche l’anonimato, a mio parere, deve essere studiato con molta attenzione. In questo post ho scritto su questo argomento, sostenendo che la rete è sempre anonima. Anche quando ci si mette la faccia, il nome e il cognome, si rimane in parte anonimi. Questa è una delle caratteristiche inedite di Internet che sta modificando il nostro modo di rapportarci. Dunque, più che denunciare l’anonimato, che significherebbe la chiusura di Internet e dei social media, dovremmo capire come rendere questo nuovo modo di relazionarci all’altro costruttivo e non distruttivo.

Per fare questo occorre tempo e investire i soldi nel modo giusto. Certo, non fa notizia. Ma questa, allora, è un’altra storia.

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