Alberto Rossetti

Cyberbullismo e drama: giovani alla ricerca dell’attenzione

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It's complicatedDanah Boyd, nel suo libro It’s complicated, nel capitolo sul Bullismo parla di un social network  che è stato accusato di incitazione alla violenza da parte di genitori, insegnanti e media. Su questo social network è possibile fare delle domande in forma anonima e spesso le interazioni tra ragazzi si sono trasformate in veri e propri campi di battaglia. No, Danah Boyd non sta parlando di Ask.fm ma di un altro social, Formspring, diventato molto popolare tra i ragazzi negli USA nel 2010 e finito sotto processo mediatico per l’uso “violento” che i ragazzi ne facevano, un po’ come sta accadendo adesso con Ask.fm.

Il caso di Formspring è molto interessante e ancora di più lo è il modo con cui l’autrice lo tratta. Su questo social è possibile fare domande in forma anonima ma la domanda diventa pubblica solo se l’utente registrato a cui è stata rivolta la domanda decide di rispondere al quesito che gli è stato posto. Detto in altri termini se io ricevo un insulto o una domanda imbarazzante posso decidere di non rispondere e quella domanda scompare nel nulla. Dunque, la ricercatrice, si chiede come mai i ragazzi rispondano a certe domande dal momento che spetta a loro la scelta di rispondere o meno. Decide allora di fare una ricerca e di porre questo interrogativo ai gestori di Formspring. Dopo qualche tempo da Formspring le arriva questa interessante indicazione: spesso le domande e le risposte provengono dallo stesso indirizzo IP e certe risposte vengono pubblicate immediatamente dopo avere ricevuto la domanda. Tutto questo fa pensare al fatto che ci siano, almeno in alcune situazioni, ragazzi che si fanno da soli delle domande imbarazzanti o che si auto insultano per poter attirare l’attenzione, il supporto o l’approvazione da parte di altri. Chiaramente questo non significa che tutti i casi di attacchi online abbiano queste caratteristiche, ma certamente possiamo avere delle indicazioni utili a comprendere meglio il fenomeno.

I contrasti che i ragazzi portano avanti online possono infatti avere delle caratteristiche molto diverse dall’idea di scontro che il mondo degli adulti possiede. Sempre Danah Boyd, dopo avere intervistato numerosissimi ragazzi, suggerisce di introdurre il termine drama accanto a quello di cyberbullismo per poter meglio decifrare alcune situazioni. Quando i ragazzi parlano di drama, infatti, stanno parlando di un conflitto che non presuppone una disparità di potere o, per meglio dire, che non prevede la posizione di bullo e di vittima. Nel drama, che ha più a che fare con il gossip, le persone si prendono in giro, certe volte anche in maniera pesante, ma non c’è una persona che si posiziona in forma definitiva nel posto della vittima. Questo processo, che probabilmente si struttura maggiormente sui social network essendo la rete pubblica più adatta a questo tipo di scopo, può servire ai ragazzi a raggiungere diversi obiettivi: attirare l’attenzione, segnare la distanza da un’altra persona o da parti di sè, vendicarsi per qualche torto subito ma anche combattere la noia, divertirsi nel prendersi in giro e mettere in difficoltà l’altro.

Tutto questo, però, non deve certo scandalizzarci. In questo post, infatti, ho parlato di come Ask.fm assomigli molto al gioco dell’obbligo-verità fatto dai bambini. Ingrediente essenziale di questo gioco è la malizia. I bambini e i ragazzi giocano ad obbligo-verità per mettere in difficoltà l’altro e, al proprio turno, per farsi mettere in difficoltà dall’altro. La malizia serve a questo a scopo, a rendere tutto più divertente, a vedere l’imbarazzo nella faccia dell’altro, a capire dove si collocano i propri limiti. Certo, guardare in faccia l’altro è diverso da non vederlo e ascoltare il suo imbarazzo permette ad un certo punto di fermarsi, ma non sono rari i casi in cui i ragazzi litigano dopo aver giocato ad obbligo verità. Dunque, questi social “domanda-risposta” non introducono nulla di nuovo ma permettono ai ragazzi di giocare anche con persone lontane dalla loro cerchia ristretta e soprattutto di poterlo fare senza doversi incontrare.

Se si fa uno sforzo e si torna all’epoca pre-Internet, ci si può anche accorgere di come questo “gioco” tra ragazzi sia sempre stato presente. Ciascuno di noi può attingere ai suoi ricordi scolastici e, soprattutto, chiedersi se quel modo di “mettersi in crisi” tra ragazzi fosse bullismo. Certamente il bullismo esisteva ed esiste ancora oggi, ma il dato da sottolineare è che gli adolescenti hanno spesso bisogno di mettere in difficoltà l’altro anche per conoscere i propri limiti. Questo gioco, con Internet, assume sfumature nuove, introduce altri significati che è necessario cogliere, ma non possiamo commettere l’errore di pensare che tutto questo non sia mai esistito.

Per capire il fenomeno del drama è necessario allora andare alla base, alle radici, e interrogarsi sul perché i ragazzi oggi sono così tanto alla ricerca di attenzione. Certamente è vero che i social media offrono un ottimo strumento per diventare popolari, ma da soli non giustificano questo tipo di utilizzo da parte dei ragazzi. Noi adulti, invece di perdere tempo a cercare regole impossibili per normare i social e limitarli, dovremmo partire dal chiederci come mai i ragazzi hanno questo bisogno di attenzione e soprattutto che genere di società stiamo costruendo. I social media, pur avendo delle caratteristiche che vanno ad incidere sul tipo di utilizzo che una persona decide di fare, sono lo specchio della nostra realtà perché le norme sociali che li regolano sono scritte dagli utilizzatori stessi. Come sostiene la Boyd in chiusura del capitolo “dobbiamo usare la visibilità (offerta dai social media) non per giustificare l’aumento delle punizioni ma per aiutare i giovani che stanno gridando per avere attenzione”.

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Autore: albertorossetti

Psicologo e Psicoterapeuta

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