Internet Addiction Disorder (IAD): una definizione che non convince del tutto

P1060794Il primo a parlare di dipendenze da Internet, nel 1995, è stato Ivan Goldberg, seguito a ruota nel 1996 da Kimberly Young. Per questi autori la dipendenza da Internet assomigliava molto alla dipendenza da alcol e i ragazzi dovevano pertanto essere aiutati a disintossicarsi da Internet. In quel periodo la distinzione tra online e offline era piuttosto netta ed era possibile immaginarsi una vita senza l’ausilio di un computer e di Internet. Oggi, nel 2014, questi discorsi non tengono più. Oggi siamo obbligati a ripensare queste prime definizioni, siamo chiamati a resistere alla tentazione di fare rientrare ciò che rappresenta una novità all’interno di vecchi paradigmi. Il digitale e l’analogico, infatti, sono ormai sovrapposti e non ha più molto senso porre delle distinzioni.

Da che cosa si è dunque dipendenti quando si parla di dipendenza da Internet? Danah Boyd, autrice del libro It’s complicated (scaricabile in formato pdf qui), sostiene che in fondo per molti ragazzi si debba parlare di dipendenza da relazioni più che di dipendenza da Internet. In effetti, a ben vedere, sembrerebbe proprio che molti ragazzi utilizzino Internet soprattutto per stare in relazione con altre persone, per condividere interessi, per scambiarsi opinioni, per dire “io esisto”. La questione è molto più complicata, me ne rendo conto, ma il dato che trovo di enorme interesse è che spesso si parla di dipendenze da Internet senza di fatto definire di che cosa si sta parlando quando si parla di Internet. Internet è un oggetto? Un comportamento? Una sostanza? Insomma, di cosa si sta parlando… Mi viene il dubbio che, in alcune circostanze, parlare di queste nuove forme di dipendenza sia in realtà un modo per cercare di tenere sotto controllo un fenomeno che non conosciamo. Medicalizzando, riducendo tutto ad una patologia, si possono pertanto utilizzare le vecchie definizioni, come quella di dipendenza, e le vecchie terapie. Fortunatamente, o sfortunatamente dipende dai punti di vista, la definizione “dipendenze da Internet” non può stare in piedi in quanto non definisce l’oggetto della dipendenza, non lo circoscrive. Se Internet e tutte le sua applicazioni hanno posto le basi per quella che molti autori chiamano “rivoluzione digitale”, allora parlare di dipendenze da Internet è un po’ come parlare di “dipendenza dal mondo”.

Forse si potrebbe cercare di ridurre Internet ad uno strumento tecnico, ad un mezzo che gli esseri umani utilizzano in maniera più o meno intensa. In questo modo possiamo attingere a tutte quelle patologie psichiatriche che hanno tra i vari sintomi la “compulsione” e “l’ossessione” per determinati comportamenti. Alcune definizioni della dipendenza da Internet, non a caso, parlano di “bisogno irrefrenabile di collegarsi ad Internet” o ancora di “tentativi ripetuti di staccarsi da Internet”. Ma anche questo sforzo, spiace dirlo, è inutile perché Internet non è uno strumento, o meglio non è solo uno strumento. A tale proposito mi viene in aiuto la dott.ssa Taddeo che ho avuto il piacere di ascoltare in un recente convegno. Mariarosaria Taddeo, durante la sua relazione, ha suddiviso il mondo di Internet in 3:

Internet: le infrastrutture fisiche, composte dalle macchine, i cavi, i dispositivi

Cybersfera: il flusso di informazioni che si genera attraverso Internet

Infosfera: la realtà vista dal punto di vista informazionale.

Soprattutto l’infosfera merita una piccola precisazione. Luciano Floridi parla di infosfera per definire la nostra realtà informazionale, all’interno della quale trova posto tutto ciò che produce informazioni: dunque gli uomini, ma anche le macchine e gli oggetti. Rimando a questo post per avere maggiori precisazioni su questa importante definizione. A me preme mettere in luce il fatto che Internet non è che un piccola parte della realtà in cui stiamo vivendo e che staccare la connessione ad Internet non è possibile. Certo, è possibile spegnere una volta di più il proprio smartphone, controllarlo di meno, non averlo sempre in mano… ma la nostra società sta radicalmente cambiando e stare lontani dalla cybersfera e dall’infosfera non è possibile.

Sempre di più, in conclusione, mi sto accorgendo che parlare di dipendenze da Internet non è del tutto corretto. Certamente, però, alcuni ragazzi passano numerose ore al computer e in attività online e arrivano anche a dimenticarsi di mangiare e di dormire. Ciascuno di loro, però, ha una storia diversa da raccontare, un motivo unico e irripetibile che lo porta a passare il suo tempo quasi esclusivamente online. Sono persone che chiedono aiuto non perché non riescono a fare a meno di Internet, ma perché non soddisfatte e contente della loro vita. In alcuni casi, inoltre, Internet può rappresentare quell’unica possibilità che il ragazzo ha per evitare di stare male. It’s complicated: questo è il punto di partenza.

One Reply to “Internet Addiction Disorder (IAD): una definizione che non convince del tutto”

  1. Salve,
    mi chiamo Elena Brescacin – felice di non essere l’unica a pensare così: “dipendenza da internet” è una definizione incompleta.
    Io l’ho vissuta in prima persona, ahimè, e l’ho sempre chiamata “dipendenza da relazioni sociali su web”, sarà un nome difficile da ricordare ma è quello che era.
    La mia dipendenza era iniziata quando avevo 21 anni, durata quindi dal 2001 al 2009, quando tutti questi smartphone e macchinette varie iperconnesse, ancora erano solo agli albori, all’epoca avevo soltanto il computer fisso. Ma non importava: non ero una persona che passava 20 ore su 24 su internet, non ho mai avuto problemi di mangiare o dormire, perché avevo il terrore che se i miei familiari l’avessero scoperto mi avrebbero tolto la macchina e soprattutto avrei perso il posto di lavoro. Irreprensibile quindi, in casa ero sempre attenta ad orari e ritmi della quotidianità ma quando potevo, la chat e la posta era mia. Non importava quanto tempo ci stavo, bastava anche un minuto al giorno, ma dovevo starci. E ogni volta che uscivo, pur essendo con il corpo presente, la mia testa era là, in quelle chat.
    Ne sono uscita per forza, si può dire, perché una persona a cui tenevo mi ha messa “con le spalle al muro”, inducendomi a scegliere tra lui e le relazioni sociali su web in cui si parlava di niente; quando uno sempre più ti dice “ma non hai amici? Hai solo la chat? Guarda che stai perdendo tutti me compreso”, quando passi tutto il tempo con le persone reali a raccontare loro di quello che ti dice e ti fa chi è con te in chat, alla fine, anche il proverbiale Giobbe paziente si stancherebbe.
    Quando mi sono decisa di alzare la testa da quel mondo, è stata davvero durissima, ero aumentata di peso anche un sacco, perché stavo lontana dalle chat ma mi attaccavo al distributore automatico a prendere merendine e schifezze ogni santo giorno; adesso è sette anni che ne sono uscita, e sono piena di tecnologia fino al collo. Smartphone, tablet, smartwatch, computer… ma credo di essere la testimonianza di come si può avere più tecnologia che corpo, ma non esserne schiavi. A tavola, con gli amici, col ragazzo, quando ho altro da fare, lui può vibrare con le notifiche quanto vuole, ma chi lo sente il telefono?

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