Alberto Rossetti

Un “selfie” al giorno per costruire la propria identità?

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Qualche giorno fa, prendendo in mano un iPad, una ragazza di 16 anni mi dice: “Con questo si fanno delle selfie giganti!!!!”. Tra me e me ho pensato: “Eccezionale…un iPad è capace di fare infinte cose ma la prima cosa che una ragazza nota è la grandezza dello schermo e la sua faccia ripresa a grandezza naturale”.

Per chi ancora non sapesse cos’è un selfie ecco una fotografia che lo spiega meglio di qualsiasi parola.

selfie2

Una delle caratteristiche del selfie, infatti, è proprio quella di sostituire le parole. Pubblico un’immagine che parla al posto mio ed evito di usare le parole che, invece, potrebbero non riuscire a descrivere esattamente quello che sto provando. L’essere umano, se ben ci pensiamo, ha sempre gradito essere ritratto su una tela oppure farsi fotografare. Il fenomeno del selfie, però, apre a qualche cosa di nuovo perché non si tratta più di farsi solo un autoritratto o un autoscatto.

Partiamo dall’obiettivo della macchina fotografica: da essere puntato verso l’esterno viene puntato verso l’interno. Da una parte riprende qualcosa di altro da me, dall’altra parte riprende l’immagine che io voglio dare di me. Non è una differenza da poco e cercherò di spiegare il perché. Un selfie fotografa sempre la propria immagine. Qualche volta può capitare che ai lati della fotografia si veda anche qualche particolare del posto in cui la persona si trova ma il focus rimane ancorato sempre sulla persona. L’immagine al centro, un modo per fare vedere cosa si sta facendo partendo però sempre dalla propria immagine che racconta, o pensa di raccontare, le emozioni che si stanno vivendo. Altre volte, invece, un selfie vuole limitarsi a raccontare uno stato d’animo  e non ha nessuna intenzione di mostrare qualche cosa dell’ambiente circostante.

#selfieAttraverso i social network, poi, tutti i selfie possono essere condivisi e resi pubblici. Questo aspetto di condivisione, a bene vedere, è abbastanza legato al selfie: difficile farsi un selfie e poi lasciarlo nel proprio smartphone perché il selfie è fatto per la condivisione. In questo modo si fa girare la propria immagine a caccia di mi piace o di retweet e dobbiamo immaginare che cosa può significare per un adolescente vedere la propria immagine ricevere pochi mi piace o, ancora peggio, essere arricchita da insulti e battute. Certo si potrebbe invitare quel ragazzo a non pubblicare più le sue immagini in modo tale da evitarsi queste sofferenze e in alcuni casi è necessario farlo. Oggi però, che lo vogliamo o no, la costruzione dell’identità di un adolescente può passare anche attraverso la condivisione della propria immagine in ambito digitale e limitare questo uso non significa certo aver risolto il suo problema. Non esserci sui social può significare non esistere come persona e tutto questo, soprattutto per alcuni ragazzi, può non essere facile da digerire.

Inoltre, il selfie e la successiva condivisione della propria foto, permette ai ragazzi di svolgere altre due operazioni. La prima è la possibilità di possedere un controllo sulla propria immagine, la seconda è poter sperimentare altre immagini di sé. L’immagine, lo sottolineo, non è sinonimo di identità ma si pone in una posizione più superficiale, rappresentando però il punto di partenza su cui si va costruire l’identità di una persona. In adolescenza proprio attraverso l’incontro con altre persone può innescarsi quel meccanismo di sperimentazione di parti di sé che porta, passo dopo passo e non senza fatiche, alla costruzione della propria identità. I social network offrono alle nuove generazioni una possibilità nuova: controllare e decidere quale parte di sé condividere con gli altri. L’operazione, penso si riesca a cogliere, avviene un passo prima dell’incontro. Prima decido cosa far vedere di me e poi incontro l’altra persona. Il processo, senza l’utilizzo di un social network, è molto differente: prima incontro una persona e poi sulla base di come mi sento in quella relazione sperimenterò una parte di me piuttosto che un’altra. Questa seconda operazione, che richiede certamente un impegno maggiore ai ragazzi perché presuppone un controllo minore della propria identità, può portare sorprendentemente alla scoperta di parti di sé inedite: l’incontro, la relazione, il confronto, permettono di sperimentarsi continuamente. Per questo motivo è necessario invitare i ragazzi a continuare a ricercare esperienze di incontro “reale”, in cui sia la relazione a dettare i tempi della scoperta della propria identità.

Il secondo aspetto, per l’appunto, ha a che fare con la sperimentazione. Che cosa si prova ad essere donna? Che cosa si prova ad essere un bullo? Che cosa si prova ad essere una persona romantica? Si potrebbe andare avanti all’infinito senza arrivare mai ad una conclusione perché ciascuno di noi si è fatto queste domande, ma poi con la crescita ha dovuto accettare di essere fatto in un modo e non in un altro, lasciando cadere le fantasie e concentrandosi su come poter vivere in pienezza nelle proprie possibilità. L’utilizzo dei social, discorso che vale certamente anche per gli adulti, permette invece di inseguire queste fantasie e di dargli una forma piuttosto concreta. Ecco spiegato allora il perché alcune persone sembrano avere diverse personalità e, soprattutto, il perché alcuni dicano “io non ho fatto niente di male” quando gli si fa notare che insultare una donna su Twitter non è “non fare niente di male”. E il selfie? Certe volte, lo dicevo inizialmente, un’immagine parla più di tante parole e allora si cerca di modulare il proprio volto per sperimentare alcune parti di sè e, soprattutto, per provocare una reazione nell’altro.

La sperimentazione della propria immagine avviene certamente anche in quella che definiamo vita “reale”, in quanto fa parte del processo di crescita. Le differenze, a mio parere, stanno da un lato  nell’amplificazione che con il web abbiamo di questo processo e dall’altro nella non presenza del limite che l’assenza del corpo consente. Il web, che lo vogliamo o no, è anonimo. Tutte le volte che ci registriamo su un sito ci viene posta infatti una domanda: “Come ti chiami?”. La stessa domanda ci viene posta certamente anche quando ci iscriviamo nella vita “reale” ad un corso. Ma nel web, a ben vedere, la risposta a quella domanda non è così scontata perché io posso essere tutto quello che voglio: il mio corpo, la mia identità, il mio nome non rappresentano più un limite e tutto questo è una novità per noi esseri umani.

Per concludere un video che ci prende in giro per tutte quelle volte in cui abbiamo esagerato con i selfie e le condivisioni di “parti” della nostra vita.

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Autore: albertorossetti

Psicologo e Psicoterapeuta

2 thoughts on “Un “selfie” al giorno per costruire la propria identità?

  1. Questo articolo mi fa tornare in mente il famigerato video di Noah: https://www.youtube.com/watch?v=6B26asyGKDo
    Direi uno degli utilizzi più estremi dei selfie… ma rimanda ad un aspetto inquietante dei social network. Se l’utilizzatore può immaginarsi “anonimo” mentre inserisce una informazione, essa è però altamente strutturata e tecnicamente eterna (finché qualcuno ha l’interesse a mantenerla). Perciò è spesso possibile farla risalire al proprietario, seguendo le innumerevoli tracce.
    Al ragazzino patito di social, farà piacere che qualcuno possa ricostruirgli la vita e, magari tra 20 anni, presentargli un video molto più dettagliato di quello di Noah? E, sempre magari, da questo fare deduzioni statistiche riguardo la sua condizione psicologica, sanitaria, professionale…?
    Ho l’impressione che si stia costruendo l’immensa ruota di uno schiacciasassi statistico: una volta che avrà raggiunto la sua massa critica e gli interessi commerciali avranno cominciato a farlo muovere a regime, non sarà più possibile essere altro da ciò che si è dato l’impressione di essere.
    Cose come cambiare idea, cambiare vita, cambiare partito, cambiare religione… prima che il sistema si renda conto che abbiamo fatto nuove scelte, ci avrà già annientato con il peso delle statistiche raccolte per una vita intera.
    O al contrario, appena lo schiacciasassi noterà una deviazione statistica, un sassolino fuori posto, reagirà per suggerirci nuove conoscenze, nuovi prodotti, nuove opinioni. E per polverizzare ciò che, statisticamente, non dovrebbe più interessarci, le persone che non dovremmo conoscere o con cui sarebbe meglio non parlare, i prodotti che non devono più piacerci, le opinioni contrarie alle nostre. La mastodontica ruota asfalta la strada su cui evolve la nostra identità: esiste solo l’asfalto, al limite incroci ben segnalati e netti, perfetti. Ma oltre l’asfalto, più nulla.

    • Grazie per queste preziose osservazioni.
      Una delle questioni sui cui è necessario interrogarsi è proprio quella dei big data e di come la nostra vita rischi di ridursi ad un puro calcolo statistico, un algoritmo perfetto col quale ci si illude di poter tenere tutto sotto controllo. Tutto questo apre a numerosi interrogativi. Il primo è relativo alla libertà di Internet visto che quel sassolino fuori posto di cui parla lei verrà semplicemente nascosto o trasformato in nuova opportunità commerciale. Il secondo è legato alla questione dell’ego digitale, ovvero a quella serie di dati che parleranno e che già parlano di noi è dai quali non sarà così facile liberarsi, anzi diverranno sempre più precisi. Mentre leggevo il suo commento mi veniva in mente la media matematica: più dati ci sono più la media diventa solida e il singolo dato che si discosta dalla media si perde perchè non in grado di cambiare la cifra finale. L’impressione è questa, più dati nostri ci saranno più sarà difficile inserire qualche cosa di nuovo nella nostra vita.
      La mia idea è che si debba continuare a lavorare su questi temi, a interrogarsi, a produrre massa critica…ancora grazie per questo stimolante commento!

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