La trasparenza di Internet (non) è sempre una virtù

trasparenzaChi legge i miei articoli da un po’ di tempo sa quanto mia piaccia giocare con i titoli. Un buon titolo, a mio parere, deve provocare, deve porre immediatamente delle questioni, deve costringermi ad abbandonare ciò che pensavo di sapere per poter proseguire in una nuova direzione.

La trasparenza di Internet, nel corso di questi ultimi anni, ha assunto sempre più importanza accompagnata spesso al termine “giustizia”. Se un’attività è trasparente tutte le persone possono osservarla e giudicarla ed è quindi più difficile che qualcuno non stia alle regole del gioco. In politica, ad esempio, sapere che tutte le spese fatte da un partito andranno online dovrebbe portare i politici a smettere di fare spese “assurde” con i soldi pubblici, anche se vediamo tutti i giorni come questo non sempre basti ad interrompere questo comportamento. La trasparenza, dunque, mettendo tutto alla luce del sole spingerebbe le persone a non tramare nell’ombra. Fino a questo punto non si può che essere d’accordo e sostenere che la trasparenza è una virtù in quanto spinge l’uomo a comportamenti di tipo prosociale. La questione però non è così semplice se pensiamo ad esempio alla trasparenza all’interno dei diversi social media: cosa significa essere trasparenti su un social? Significa forse che ogni persona, sapendo che i suoi comportamenti finiranno online, cercherà di avere una buona condotta? O che quella stessa persona deve stare attenta a non far finire online quei comportamenti non moralmente accettati? O ancora, le possibilità sono davvero infinite, che ci si deve sforzare di offrire sempre un’immagine di sé positiva? Tante volte online si leggono e si vedono cose socialmente poco accettabili. I difensori della trasparenza di Internet sostengono che Internet è lo specchio della nostra società e che su Internet si trovano tutti i comportamenti umani, da quelli migliori a quelli peggiori. Anche l’odio, la rabbia e il razzismo, pertanto, trovano posto su Internet. Ma, a questo punto, si pone un’ulteriore domanda: la trasparenza di Internet può portare le persone ad esprimere sentimenti che, non avesse avuto Internet, non avrebbe manifestato o avrebbe espresso in altro modo? C’è differenza tra un insulto espresso all’interno di un bar, magari commentando un quotidiano insieme ad amici, ed un insulto scritto su un social e reso pubblico a chiunque? Indubbiamente sì. Gli studi che gli psicologi hanno fatto sulle masse ci indicano, da questo punto di vista, una possibile strada. Se Internet, in alcune situazioni, funziona come una massa diventa più facile identificarsi ad un tratto sintomatico dell’altro. Questo significa che ci si identifica solo con l’espressione di odio e si ripropone l’insulto, un po’ come avviene all’interno di un corteo quando tutte le persone scandiscono gli insulti urlando in sincronia: non tutte quelle persone, prese singolarmente, avrebbero urlato quella parola, mentre nella massa diventa molto più facile farlo. Inoltre, se chiedete a quelle persone se credono in quello che stanno dicendo, tutte vi diranno di sì, che ci credono, perché se no non sarebbero lì a manifestare. Queste grida sono manifestazioni di trasparenza?

Un ‘altro esempio è portato da Morozov nel suo libro l’ingenuità della rete. L’autore, che personalmente considero una delle persone più autorevoli in questo campo, porta l’esempio di un gruppo di nazionalisti razzisti russi che si fa chiamare Fratellanza del nord. Secondo Morozov questo gruppo non sarebbe mai esistito prima di Internet. La Fratellanza del nord è riuscita infatti a creare un gioco online in cui chiede alle persone di filmare, per poi pubblicare su You Tube, i loro attacchi violenti contro i lavoratori immigrati. Il video più bello riceve un premio in denaro. Anche in questo caso si può parlare di trasparenza, perché queste persone non fanno altro che essere trasparenti: siccome odiano e disprezzano gli immigrati compiono pubblicamente azioni in cui manifestano il loro odio. Del resto, inutile sottolinearlo, il razzismo esisteva anche prima di Internet. La differenza, per l’appunto, è che Internet rende possibile in nome della trasparenza, queste manifestazioni, amplificandole e diffondendole in maniera piuttosto rapida.

Torno alla trasparenza, al punto da cui sono partito, per chiedermi se la trasparenza sia davvero sempre una virtù. Per prima cosa perché quando diciamo di essere trasparenti siamo davvero certi di esserlo? Non si tratta, anche in questo caso, di un’immagine più o meno costruita di noi che rendiamo pubblica? Penso che in molte situazioni, la non trasparenza, permettendoci di velare e di non svelare, ci renda più capaci di desiderare. Mi sono chiesto questo a partire dal mio ruolo di analista (Se il mio analista è su Twitter) e dalla necessità, per il mio lavoro, di non svelare proprio tutto della mia vita personale. Ciò che non viene svelato ci impone di andare avanti, di proseguire nella ricerca, di metterci nella condizione di non sapere. La trasparenza, nel rendere tutto visibile, ammazza il desiderio con molta facilità. Si vede queste benissimo nel gioco dei bambini: provate a dire ad un bambino di giocare con tutti i giochi che vuole ma di non aprire assolutamente un gioco in particolare nella sua camera. State certi che quel bambino morirà dal desiderio di utilizzare quel gioco e farà di tutto per arrivare a lui.

Nella nostra società ci viene spesso chiesto di essere più trasparenti. Dovremmo ancora aggiungere, con un gioco di parole, che ad essere troppo trasparenti si rischia anche di scomparire. La trasparenza, quando viene affiancata alla parola giustizia, può certamente essere un’ottima base da cui partire per spingere l’uomo a comportamenti socialmente più utili. Da qui in avanti, però, occorre fermarsi a ragionare a che cosa dobbiamo rinunciare in nome di un’eccessiva trasparenza e chiederci se la trasparenza sia davvero un valore assoluto come spesso si sente dire da più parti.

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