Le nuove tecnologie e la privatizzazione: dove finisce il bene comune (?)

appNell’articolo I fantasmi nella macchina (Internazionale n.1033), Evgeny Morozov sostiene che una critica seria nei confronti della tecnologia è in realtà una critica al neoliberismo. In effetti, leggendo in profondità il suo articolo, è possibile cogliere una serie di questioni piuttosto centrali per la nostra società. Una di queste, che mi sento di sottolineare, è relativa alla dimensione del bene comune: esiste ancora un bene comune da difendere e da promuovere nell’era delle app privatizzate? A questa domanda, senza pensarci troppo, chiunque risponderebbe di sì, che il bene comune non è certo in crisi per colpa delle app e che le tecnologie non stanno facendo altro che individuare nuovi modi per occuparci di esso. Ma se ci sofferma un po’ di più su questa domanda, ci si può accorgere che la strada non è poi così semplice e lineare. Riporto un pezzo dell’articolo che a mio parere illustra molto bene la complessità della questione.

“Consideriamo la fisionomia del mondo digitale che va rapidamente delineandosi. Tutte le conquiste della democrazia sociale – la sanità pubblica, l’istruzione pubblica, i trasporti pubblici, i finanziamenti pubblici alle arti – sono indebolite dal proliferare di soluzioni in forma di app personalizzate che mirano a sbarazzarsi delle istituzioni sostituendole con interazioni fluide e orizzontali basate su una logica di mercato.

Con questo nuovo regime, gli smartphone ci consentono di tenere sotto controllo la nostra salute insieme alle nostre abitudini come il sonno, l’alimentazione e l’esercizio fisico. Le app sono in grado di spiegarci come risolvere i nostri problemi meglio della maggior parte dei medici. Ma i costi sociali di un simile approccio, anche se sono ancora invisibili, non sono di poco conto: la trasformazione in app del problem solving riduce la salute da questione politica e pubblica – un progetto in cui punti vista contrastanti su come migliorare il mondo devono contendersi l’appoggio dei cittadini impegnati – a un progetto puramente privatizzato, nel quale i cittadini si trasformano in anonimi attori di mercato, incoraggiati a risolvere i problemi del loro corpo nel modo che preferiscono e con mezzi propri”

La privatizzazione di cui si parla assume valore non solo da un punto di vista economico. Sono sempre di meno gli spazi pubblici, i luoghi di condivisione e di scambio lontani da interessi economici. Anche gli spazi virtuali in cui ci muoviamo, pur essendo gratuiti, si muovono secondo logiche che poco hanno a che vedere con l’interesse pubblico. Lo stesso termine gratuito assume un nuovo significato all’interno di Internet dove gratis non è certo sinonimo di “pubblico”. Privatizzare può significare pertanto che ciascuno diventa padrone di se stesso e che non è più necessario un pubblico a cui rivolgersi. Le tecnologie, in qualche modo, stanno tagliano tutto ciò che sembra essere inutile in nome di un’utilità assoluta. Riprendendo alcuni esempi tracciati nell’articolo di Morozov si potrebbe dire che un cittadino attraverso una app può avere una consulenza medica dettagliata senza dover per forza prendere un appuntamento con un medico, andare all’appuntamento, fare una coda, relazionarsi con il medico, scontrarsi con le sue osservazioni diagnostiche. Il tutto, non dimentichiamocelo mai, senza spendere un soldo e soprattutto senza dover aspettare un minuto. Questo ha grossi limiti, uno dei quali ha certamente a che fare con quanto scrive Morozov. Infatti, in nome di un’utilità assoluta (tra l’altro definita da chi?), si elimina tutto ciò che può scaturire dalla relazione, annientando la provvidenza e rendendola un puro calcolo. Un ragazzo che va ad un consultorio, per esempio, non trova solamente ciò di cui pensava avere bisogno ma anche tanto altro, attraverso l’incontro con un educatore, con uno psicologo, con altri coetanei. Certo tutto questo richiede di passare attraverso la relazione che può significare  frustrazione, timore, fatica… per poter però arrivare a qualche cosa di inedito, di non aspettato. Perché non si vuole cogliere questo limite? Le tecnologie si vantano di poter ottimizzare il lavoro dell’essere umano ma non è proprio questo vanto che rischia di portarle a complicare ancora di più la vita dell’uomo? Perché ciò di cui abbiamo bisogno non è l’utile, quanto piuttosto tutto il resto che viene lasciato fuori. Se si pensa al meccanismo del sogno, ad esempio, si può cogliere come siano proprio i particolari più inutili, quelli sui quali non rivolgiamo l’attenzione, ad avere maggior valore per la nostra vita. Occorre dunque maggiore prudenza nel continuare a proporre app che semplificano la vita dell’uomo perché ogni semplificazione lascia indietro qualche cosa: in alcuni casi è giusto che sia così, ci mancherebbe, ma non sempre ed è necessario essere abbastanza lucidi per non farsi abbagliare dal richiamo della tecnologia.

Concludo col dire che sono pienamente d’accordo con Morozov quandoscrive che la critica alla tecnologia è troppo spesso vista come un desiderio malinconico di tornare indietro, come un attacco all’innovazione. La critica, a mio parere, rappresenta l’unico modo che possediamo per poter cercare di suggerire delle correzioni o anche solo per richiamare l’attenzione delle persone su tematiche che vengono con troppa facilità liquidate in nome del progresso tecnologico.

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