Il lapsus nel digitale: qualche riflessione per iniziare ad errare

Lapsus digitaleMentre scrivevo una relazione su un paziente di sesso maschile, le mie dita continuavano a battere sulla tastiera il suo nome declinandolo al femminile. Il mio lapsus di scrittura aveva messo fuori gioco anche il correttore automatico che, reso impotente dalla correttezza grammaticale di quello che stavo scrivendo, non era riuscito a modificare quell’errore. Per mia fortuna mi accorsi lo stesso di quel lapsus prima di consegnare la relazione e, dopo averlo corretto diverse volte, non potei fare a meno di domandarmi il motivo di quell’errore.

Nella nuova era digitale anche il lapsus assume un nuovo posto e questo deve farci interrogare sulla necessità di inaugurare una nuova psicopatologia delle vita quotidiana. Freud, nel suo famosissimo testo del 1901, descrive tutte quelle situazioni in cui parlando inciampiamo e diciamo quello che non volevamo dire o che non pensavamo di dire. Non è facile riconoscere di avere commesso un lapsus e la tentazione di tutti gli esseri umani è di dire: “Ho detto Maria, è vero, ma volevo dire Mario”. In questa giustificazione perdiamo quanto di più prezioso abbiamo per poter dire qualcosa di nuovo. Certamente non mancano i lapsus scomodi, che fanno vergognare o che in qualche modo ci mettono in una posizione di imbarazzo nei confronti del nostro interlocutore. Anche in questi casi, il valore del lapsus, è di grande portata ma non sempre è facile accorgersene. Il lapsus, Freud lo spiega molto bene, non è mai il punto finale di una catena, ma semplicemente un’apertura nella parola che permette di proseguire anche in altre direzioni.

L’entrata nel digitale porta il lapsus a dovere fare i conti con l’impiego maggiore della scrittura grazie alla quale pensiamo, spesso erroneamente, di possedere un maggiore controllo sulle nostre parole. Se si può rileggere quello che si è scritto, ci si può accorgere dell’errore e correggere. Questo è vero solo in parte. Prendete ad esempio questa vicenda di cui parla Freud:

“Un esempio addirittura incredibile di lapsus di scrittura e di lettura si è verificato nella redazione di un diffuso settimanale. La direzione era stata pubblicamente accusata di venalità; si trattava di scrivere un articolo di difesa e rivendicazione. Ne fu scritto uno con gran calore e con gran sentimento. Il redattore capo del foglio lesse l’articolo, l’autore naturalmente lo lesse più volte nel manoscritto, poi ancora in bozze; tutti erano molto soddisfatti. All’improvviso si presenta il correttore per far rilevare un piccolo sbaglio sfuggito all’attenzione di tutti. Si leggeva a chiare lettere: “I nostri lettori ci faranno testimonianza che noi abbiamo sempre difeso il bene pubblico nel modo più interessato”. Naturalmente avrebbe dovuto essere disinteressato. Ma il pensiero della verità irruppe con forza elementare nel patetico discorso”

L’errore non può dunque scapparci neanche nella scrittura, resta sempre in agguato, nonostante oggi la presenza dei correttori automatici ci aiuti a controllare le nostre parole.

Quale posto assume allora il lapsus nel digitale? Mi sembra di poter dire che la tentazione espressa dal digitale sia quella di controllare, escludere l’errore, limitare il lapsus il più possibile. Fortunatamente la parola scappa sempre e l’uomo errando può proseguire nel suo racconto. Rimane però necessario interrogarsi in questa direzione perché più l’uomo abiterà questo spazio di parola scritta più potrebbe essere per lui faticoso e complicato errare. Tutto ciò può sembrare paradossale ma se è vero che il lapsus è una delle vie tracciate dalla psicoanalisi per cogliere le tracce dell’inconscio, quali conseguenze per l’uomo può avere il fatto che si faccia di tutto per limitarlo?

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