La vita ai tempi dei social media

Social mediaLeggendo l’articolo di David Randall pubblicato da Internazionale, La vita reale dei social network, mi è sorta una domanda: esiste forse anche una vita virtuale dei social network? Stiamo passando, in maniera piuttosto veloce, dall’idea che il virtuale rappresenti un’alternativa alla vita reale alla consapevolezza che di vita ne esiste una sola. Come esseri umani abbiamo sempre saputo che la vita, almeno sulla terra, è una; forse, l’esplosione della realtà virtuale, ha portato qualcuno a sperare che potessero esisterne altre, parallele, alternative, complementari. In altre parole stiamo rientrando all’idea che avevamo prima dell’avvento di Internet e questo potrebbe indurre qualcuno allo sconforto. Al contrario, penso che questo ritorno sia una grande conquista e, soprattutto, ritengo che sia l’unica strada possibile da percorrere. Inoltre, a ben vedere, è un ritorno ricco di novità. La realtà dell’uomo è una, ma questa non solo si è arricchita di un nuovo ambiente da esplorare, ha anche scoperto nuove modalità per poter leggere la realtà stessa. La grande ricchezza portata da Internet è questa.

I social media, pertanto, hanno solo una vita reale. Il problema, potrei provare a dirla così, nasce tutte quelle volte in cui emerge anche il lato virtuale, ovvero un sistema di leggi e regole che trovano un aggancio piuttosto precario con la vita della persona stessa. Non mi stupisce il fatto che i ragazzi utilizzino strumenti digitali per comunicare ma mi interrogo quando nel virtuale vivono con identità inventate. Non credo sia da scandalizzarsi se, come dice Randall, negli Stati Uniti un terzo delle coppie sposate tra il 2005 e il 2012 si è conosciuta online. Il problema, piuttosto, riguarda tutte quelle situazioni in cui persone comuni hanno solo più rapporti sessuali virtuali perché non riescono a trovare un canale affettivo soddisfacente con il proprio partner. Dobbiamo pertanto chiederci cosa succede quando il lato virtuale prende il sopravvento su quello reale, quando non esiste un continuum tra il proprio essere reale e il proprio essere virtuale: questi due aspetti possono convivere, non per forza si devono porre in contrapposizione. Lacan, nel seminario Le formazioni dell’Inconscio del 1957-58, pone l’attenzione su come la costituzione psichica del bambino passi proprio attraverso il virtuale per potersi formare. Quando parla dello stadio dello specchio sostiene che “l’immagine del corpo si conquista come qualcosa che allo stesso tempo esiste e non esiste, e in rapporto a cui il bambino reperisce i propri movimenti come del resto anche l’immagine di quelli che l’accompagnano davanti allo specchio. Il privilegio di questa esperienza è di offrire al soggetto una realtà virtuale, irrealizzata, colta come tale e che deve essere conquistata. Ogni possibilità di costruirsi per la realtà umana passa letteralmente da qui” .

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