Psicoanalisi (e) digitale: se il mio analista è su Twitter

Freud e LacanLa lettura del libro di Sherry Turkle, Alone Together, mi sta rasserenando: ci sono alcuni psicoanalisti che si stanno occupando in maniera egregia del rapporto tra l’uomo e il digitale. Prima di lei, non avevo trovato molto e cominciavo a preoccuparmi. Possibile che mentre il digitale si fa spazio sempre di più nelle nostre vite, modificando i nostri comportamenti e le nostre abitudini, la psicologia resti ferma, se va bene, a guardare?

La tecnologia corre veloce e spesso, su quei treni ad alta velocità, gli psicologi non ci salgono. Il problema è, a mio parere, alla base. Si pensa che prima esista la tecnologia e poi l’uomo che si rapporta ad essa, mentre invece la questione andrebbe per lo meno ribaltata. Prima esiste l’uomo e poi, sulla base delle sue esigenze, si deve cercare di costruire la tecnologia a lui adatta. In questo modo, forse, possiamo pensare di controllare lo sviluppo digitale in maniera costruttiva. Pensate di arrivare in un luogo dove nessuno ha ancora costruito. Il terreno è perfetto e si adatta ad ogni tipo di sperimentazione. Architetti, ingegneri e geometri si mettono all’opera e cominciano a costruire edifici spettacolari, l’uno più bello dell’altro. Gli uomini scoprono la bellezza e la comodità di quei posti e cominciano ad abitarci e nel frattempo altri continuano a costruire perché l’innovazione è andata avanti e non c’è motivo di fermarsi. La faccio breve. Nel giro di poco tempo quella città diventerà invivibile perché ognuno ha costruito senza avere un’idea precisa di dove andare, non c’era nessuno che diceva: questo serve e questo no, questo è inutile e questo è indispensabile, qui non puoi costruire perché ci deve stare una strada pubblica. La realtà digitale corre proprio questo rischio: l’innovazione va avanti e noi la rincorriamo, ma c’è qualcuno che  guida? Non intendo dire che si deve bloccare l’innovazione, non è questa la strada, ma che è necessario che si sviluppi maggior coscienza critica. Nel caso contrario rischiamo di consegnare il nostro futuro in mano a poche aziende private che hanno come interesse il bene dell’umanità solo quando passa dal bene della propria proprietà.

La psicoanalisi può occuparsi dello sviluppo digitale, ha delle cose da dire. Però ad una condizione: ci deve entrare dentro, perché se no rischia di parlare di un mondo che non conosce. In questo periodo storico siamo di fronte a cambiamenti di grande portata, che richiedono una conoscenza approfondita dei nuovi linguaggi che vengono utilizzati. Anche perché, prendiamone coscienza, non siamo che all’inizio di questa rivoluzione e, in pochi anni, ci ritroveremo ad essere costantemente online anche quando non schiacceremo il tasto log in. Bisogna immergersi nel digitale con criticità, con quella attenzione e quella curiosità che hanno guidato Freud nel corso di tutto il suo ottimo lavoro. Non tutte le app sono uguali, non tutti i social network si equivalgono, non tutti gli psiconalisti si assomigliano: con questo intendo dire che ci possono essere infiniti modi di conoscere il digitale, spetta a ciascuno scoprire quello più adatto a lui. E può anche capitare, così come sta già capitando con la ricerca lavoro, che i pazienti ricerchino un analista su Twitter o su Facebook: questo carica tutti di una responsabilità ulteriore. Guai a ridurre la permanenza nel digitale ad una forma di marketing e di pubblicità, si rischierebbe solo di banalizzare un intera professione vendendo facili ricette.

Lo dico spesso ridendo ma ne sono in parte convinto. Se Freud e Lacan avessero vissuto in questa nostra epoca avrebbero certamente un loro blog ed un account su Twitter.

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