Bo e Yana: robot per bambini che possono insegnare anche agli adulti

Bo e YanaSecondo Evegeny Morozov gli intellettuali di internet si dividono in due grosse categorie: quelli che si entusiasmano per ogni innovazione e quelli che annunciano un possibile crollo della civiltà, della morale e dell’etica tutte le volte che qualcosa di nuovo arriva nelle nostre case. Il dibattito tra cosa fa bene e cosa fa male, in effetti, è sulla bocca di ogni persona, anche di chi non è certamente un intellettuale di internet. Qualche giorno fa, mentre un ragazzo stava programmando il suo smartphone prima di iniziare a correre, una signora lo guardava perplessa e commentava con il marito: “Hanno sempre sti telefoni in mano…possibile?” e lui: “Oh già, non riescono a farne a meno neanche per fare sport”. Quando poi ci spostiamo nel campo dei bambini e dell’educazione il dibattito diventa ancora più feroce e tutti vogliono poter dire la loro opinione. I genitori solitamente si dividono tra chi è totalmente a favore e chi è assolutamente contrario: entrambi, statene certi, hanno ottime ragioni per difendere la loro posizione. Per fortuna, nel mezzo, ci sono anche quelli che si sforzano di cercare un equilibrio: sono i genitori che guardano in faccia l’innovazione tecnologica  senza sapere esattamente dove li porterà, certi che i loro figli dovranno crescere in una società sempre più digitale. Dal canto loro, i bambini, diventano sempre più capaci ad utilizzare i dispositivi tecnologici che gli vengono forniti facendo rimanere gli adulti a bocca aperta: “Ma guarda come usa l’iPhone a un anno e mezzo…e lo spegne pure!”. Se i bambini sono avanti, lo stesso non si può dire per gli adulti alle loro spalle: un conto è essere capaci di utilizzare uno strumento da un punto di vista tecnico, un altro è capire il significato dell’utilizzo di quello strumento. La mia impressione è che stiamo progredendo molto da un punto di vista tecnico, mentre stiamo rimanendo indietro per quanto riguarda la comprensione dei cambiamenti che la tecnologia ci sta portando. Uno dei motivi di questo gap, come denuncia lo stesso Morozov, è dato dal fatto che più noi siamo insicuri nel muoverci in questo nuovo mondo più qualche imprenditore trova il modo di monetizzare le nostre ansie, facendo in modo di confonderci ancora di più per venderci il suo prodotto. In questo modo, è evidente, il gap non potrà che aumentare. Bruce Schneier, sul suo blog, scrive che le società di Internet agiscono nel loro interesse sfruttando la loro relazione con noi per incrementare il loro profitto. Poco dopo aggiunge: “Agiscono arbitrariamente. Fanno errori. Stanno deliberatamente, a volte anche casualmente, cambiando le norme sociali”. Per ridurre questo gap è pertanto necessario da una parte trovare persone che ci aiutino a leggere i cambiamenti senza interessi economici e dall’altra diventare tutti un po’ più critici e capaci nello scartare ciò che ci sembra di poco interesse o utilità.

BoCon tutti questi pensieri nella testa ho fatto la conoscenza di Bo e Yana, due robot che stanno crescendo nella silicon valley grazie al lavoro della Play-i. L’aspetto che trovo interessante di questi robot è che sono stati pensati per insegnare ai bambini anche molto piccoli a programmare. Se il futuro è nel digitale, del resto, è importante apprenderne i linguaggi fin da piccoli, considerarli parte della normale crescita di un bambino. Lo stesso avveniva e avviene ancora con il lego, dove il bambino giocando con i mattoncini colorati, impara a costruire case, ponti, città accorgendosi che una torre, se non viene tenuta da qualche supporto laterale, non può arrivare fino al soffitto della cameretta perché cadrebbe. Imparare giocando a progettare nel campo digitale mi sembra un’ottima idea, utile a far capire che dietro ad un software non c’è magia, ma dei codici che possono essere imparati e riutilizzati. Forse anche gli adulti dovrebbero fare un po’ di sano esercizio con Bo e Yana, così da rimanere meno stupiti quando su google gli compare il link di quel libro di cui avevano appena letto la recensione. Del concetto di nativi digitali se n’è già abusato abbastanza: io credo che abbia fatto il suo tempo, perchè rischia di far credere al mondo degli adulti che i bambini vivano un mondo diverso dal loro e che per questo siano giustificati ad arrivare sempre un po’ dopo i loro figli. Di questo modi di pensare non abbiamo più bisogno. Tutti dobbiamo diventare un po’ più abili nel muoverci nel digitale, nessuno può più considerarsi immigrato digitale, a meno che non decida di vivere malinconicamente nel passato.

Concludo postando un video di Bo e Yana. Chissà se fra poco non li vedremo muoversi anche qui in Italia…? Io credo proprio di sì.

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