Dipendenze da internet: un filo che ci porta lontano

fotoQuando circa due anni fa ho cominciato a lavorare con ragazzi dipendenti da internet, non avevo idea di dove mi avrebbero portato. Questa nuova dipendenza, così tanto legata alla tecnologia e al progresso della nostra società, fin da subito mi è sembrata avere delle caratteristiche differenti da tutte le altre dipendenze che fino a quel momento avevo osservato e curato. Esisteva un filo, a volte invisibile e altre volte piuttosto evidente, che legava quei ragazzi alla nostra società, al nostro modo di vivere e ai cambiamenti che il digitale sta portando e porterà in tutti noi. Ringrazio quei ragazzi per avermi aiutato ad osservare quel filo, perché seguendolo sono riuscito a non perdermi e a non scivolare dove altri sono scivolati. Oggi mi è più chiaro che le dipendenze da internet si inscrivono all’interno della rivoluzione digitale a cui stiamo assistendo e che se si vuole capirne qualcosa di più è necessario osservare e provare a comprendere i grossi cambiamenti che stanno avvenendo nella nostra società, perché in caso contrario si commetterebbe l’errore di definire queste nuove dipendenze utilizzando vecchi paradigmi. In quanti ancora paragonano la dipendenza da internet a quella da alcool? Alcuni criteri per diagnosticare la dipendenza da internet suggeriti da alcuni autori, purtroppo, sono ripresi proprio dalle dipendenze classiche. Un bambino nasce nel digitale, utilizza l’iPad per giocare, impara ad allargare e a modificare le immagini con un dito, parla con dei dispositivi tecnologici e questi gli rispondono…possibile che non riusciamo ad accorgercene? Queste nuove dipendenze vanno lette all’interno di questo nuovo paradigma, perché in caso contrario rischiamo di non capirci nulla e di fare danni. Dal sintomo mi sono allora spostato ad osservare il funzionamento del digitale, i cambiamenti che sta portando, i paradossi che ci sta mettendo di fronte, le difficoltà che siamo obbligati a superare perché indietro non si può e non si deve tornare. Nel digitale ci si deve immergere, raccogliendo le enormi sfide che esso ci pone e sfruttando a pieno tutte le potenzialità. Ci vuole certamente anche un po’ di prudenza, ma senza farsi troppo frenare perché stare fermi a pensare a quanto si stava meglio prima serve davvero a poco. Così, anche le dipendenze da internet, se lette in questo modo assumono un’altra sfumatura e per i ragazzi diventa molto più facile riprendere in mano la propria vita.

Questo blog compie un anno e lo voglio festeggiare ripubblicando il primo post che avevo scritto il 4 novembre 2012. Un invito per tutti a non perdere mai la capacità della (s)vista, perché solo in questo modo possiamo cogliere l’essenziale e provare a raccontare qualcosa di nuovo.

“Ho pensato un po’ a come esordire su questo blog neonato e ho deciso di partire dall’equivoco. Il punto di (s)vista, per l’appunto. Per prima cosa trovare il linguaggio giusto. Poi gli argomenti adatti. E infine capire il grado di approfondimento da dare ai post. Il tutto non è facile. Necessita di un po’ di tempo, di tentativi andati bene ed altri meno bene. Il punto di (s)vista, però , mi pare la questione centrale. Non si può dire tutto, bisogna per forza scegliere di dire qualche cosa; e, cosa ancora più importante, non si può che dare un’interpretazione a partire dal proprio fantasma. Ecco il perché non si può che passare da un punto, quello in cui si parla, di (s)vista. La psicoanalisi, che tanto mi è cara, lo insegna a più riprese, fin dai suoi esordi quando Freud, nel 1899, con l’Interpretazione dei sogni, invita a non dare troppo peso al contenuto manifesto del sogno, indicandoci così la strada per poter intuire qualcosa di più sul sogno e sul funzionamento dell’inconscio. Ancora, quando più avanti (1912) suggerisce agli analisti di tenere un’attenzione fluttuante, sta continuando ad insistere su questo piano, sostenendo che se si vuole ascoltare ciò che l’analizzante ha da dire occorre essere distratti, ovvero non fermarsi al significato espresso. E allora, parto anche io da qui. Parto dal dire che questo blog non può che essere un punto di (s)vista, nel quale cercare di toccare alcune questioni che ritengo interessanti per il mio lavoro sperando di suscitare interesse nel lettore.”

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