Tracce digitali: una duplicazione della realtà

Tracce digitali“Tu quali social hai?”

“Facebook, Instagram e Ask…ma uso soprattutto Ask. Twitter invece non lo capisco, troppo impegnativo”

“E cosa condividi?”

“Boh…quello che mi passa per la testa, non ho una regola”

Quante informazioni su di noi mettiamo in rete? Chi siamo, cosa facciamo, quanti minuti corriamo, quante calorie bruciamo, quale trasmissione ci è piaciuta di più, quale vestito vorremmo comprare, dove trascorriamo più tempo nella nostra giornata, qual è la pizzeria che frequentiamo più spesso… Se inizialmente internet poteva sembrarci un posto in cui trovare tutto ciò di cui sentivamo la necessità oggi sembra funzionare anche come un enorme scanner che digitalizza tutta le nostre attività con il nostro consenso più o meno consapevole. Oltre alle persone, poi, su internet stanno arrivando anche i nostri oggetti che se non parlano nella realtà parleranno nel mondo digitale. Ad esempio alcuni pezzi della nostra macchina comunicheranno direttamente il loro grado di usura con il nostro meccanico o lo spazzolino ci avviserà con una mail o con un tweet della necessità di essere sostituito perché non più in grado di svolgere al meglio la sua funzione. Immaginate di ricevere una mail dal vostro gelsomino mentre siete sul posto di lavoro che vi chiede cortesemente se potete dargli un po’ d’acqua da bere o di essere minacciati dal latte che conservate in frigo perchè la sua data di scadenza si avvicina. Fantascienza? Non del tutto. La digitalizzazione trasforma in dato tutto ciò che prima non lo era e lo può fare con un’emozione espressa su un social network o con una parte del motore della macchina. Quello che avviene, di fatto, è una duplicazione della realtà a cui eravamo abituati, una fotocopia scritta con stringhe di dati lunghissime.

Il processo mi sembra piuttosto lineare. Entrando in rete, come esseri umani, lasciamo delle tracce che altrimenti non lasceremmo e queste tracce vengono prese, catalogate, usate, vendute, archiviate… Appellarsi alla privacy non ha molto senso quando siamo noi per primi a lasciare queste tracce. Qualche settimana fa avevo parlato in questo post del Glendale Unified School District. In questo distretto del sud della California i profili pubblici degli studenti sono tenuti sotto controllo da un’azienda, la Geo Listening, che analizza e monitorizza tutto ciò che i ragazzi dicono sui social network quando si trovano all’interno del campus universitario. Gli studenti pubblicano delle informazioni su di loro e c’è qualcuno pronto a raccoglierle e ad analizzarle: questa azienda si giustifica dicendo che si limita a mettere insieme le tracce che i ragazzi lasciano dopo il loro passaggio.

Le piste da seguire, a mio avviso, sono due. In primo luogo davvero abbiamo bisogno di condividere tutto, ma proprio tutto, con tutti? Di che tipo di condivisione stiamo effettivamente parlando? Forse, quando parliamo di educazione digitale, dovremmo soffermarci un po’ di più sul concetto di condivisione nell’era digitale. La seconda questione, visto che in qualunque direzione si decida di andare delle tracce le lasceremo per forza, riguarda il trattamento di questi dati, che spesso finiscono in mano ad aziende il cui scopo non è certo il bene della società quanto piuttosto della propria attività. Morozov, in questo articolo, sostiene che più informazioni riveliamo su di noi, più contribuiamo a rendere fitto ed invisibile il filo spinato che ci circonda, perdendo a poco a poco anche la capacità di ragionare e di discutere. Questo perché nel rivelare informazioni su di noi mettiamo altri nella condizione di farci delle proposte commerciali e intellettuali apparentemente adatte ai nostri gusti ma che limitano sensibilmente la nostra possibilità di scelta. Un po’ come andare in giro per strada e trovare ad ogni angolo tutti gli oggetti dei desideri: è evidente che il grado di libertà diminuisce perché sono altri a decidere la cosa più giusta per me.

Concludo con una traccia del post pubblicato oggi da Gianluca Nicoletti per La stampa e che vi invito a leggere (Quella nostalgia per la privacy perduta):

“Doveva esserci evidente, sin dall’ inizio, che questa vertigine dell’ espanderci avrebbe avuto un prezzo, ci muoviamo tutti con disinvoltura oltre i confini spazio temporali che imporrebbero i nostri limitati mezzi fisici. Le nostre protesi relazionali ci permettono di essere ovunque e condividere l’anima con chiunque. Viviamo mille vite contemporaneamente, senza che l’attrito da distanza ci consumi, senza che ci assalgano sensi di colpa, senza che qualcuno ci porti il conto. E’ chiaro che avevamo sottoscritto un contratto invisibile, simile  al vecchio e detestato patto con il diavolo. Abbiamo corso veloci verso la nostra evoluzione digitale, qualcosa dovevamo pur lasciarci dietro alle spalle.  E’ meglio far finta che la nostra privacy sia un arcaismo che ci siamo persi per strada, come la mascella dell’australopiteco. Siamo i figli satolli di un tempo spudorato, è abbastanza ridicolo rimpiangere la riservatezza; soprattutto se ci piace condividere anche le foto dei nostri piedi, quando ci svegliamo alla mattina.”  

Leggi anche: Database, big data, open data…diventeremo imbecilli?

Evgeny Morozov: il mercato della privacy

Quella tentazione di spiare i profili online dei figli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...