Il cyberbullismo? Sempre in tasca, costante, invisibile

Questo video racconta il fenomeno del cyberbullismo con un taglio che trovo molto interessante. Il pretesto da cui tutto ha inizio è piuttosto banale: una ragazza mette in rete un video in cui canta una canzone di Birdy, come del resto fanno molti adolescenti. I commenti che però le arrivano sono subito duri: “Sembri un’idiota”, “La tua voce è una merda”. La ragazza si difende rispondendo agli insulti ma i messaggi che le arrivano continuano ad essere duri: “Vai a morire”. A quel punto, compare una corda con un nodo cappio che inesorabile scende sempre di più fino ad avvolgere il collo della ragazza proprio mentre si trova seduta accanto a sua madre e a suo fratello più piccolo. Forse loro potranno accorgersi di quella corda che comincia a stringere? No, la madre le sorride e lei ricambia, e in quello scambio di sorrisi c’è una sofferenza che colpisce molto, perchè sottolinea da una parte l’impossibilità a comunicare il proprio stato d’animo, dall’altra il non riuscire a vedere che c’è qualcosa che non va. Il video prosegue, la ragazza continua a vivere come se niente fosse insistendo nello scrivere e leggere messaggi, ma quella corda rimane sempre presente e sembra stringere sempre di più. Fino a quando di fronte al computer e agli ultimi messaggi arriva la stretta finale, che solleva la ragazza da terra lasciando numerose domande volare nell’aria.

È forse virtuale l’insulto che arriva su uno smartphone, su un tablet, su un computer? Vale meno di un insulto ricevuto per strada?

No, non credo. Il suo peso potrebbe anche essere maggiore, perchè continuo e non legato ad una situazione precisa. Se sono vittima di bullismo a scuola, non andandoci più evito il confronto con i miei bulli, ma se sono vittima di cyberbullismo i miei bulli sono nelle mie tasche, dentro le mie attività online, su quel computer che potrebbe aiutarmi ad evadere ed invece mi affossa ancora di più. Proviamo per un attimo ad immedesimarci in questa ragazza che diventa vittima di cyberbullismo. Sui social network ci sono persone che la insultano dappertutto, lei prova a rispondere ma è peggio, tenta di cancellare i messaggi ma sono troppi e in ogni suo account c’è qualcuno che scrive qualcosa di negativo su di lei. Potrebbe dirlo ai suoi genitori ma teme di essere sgridata anche da loro (quante volte le hanno detto di stare di meno attaccata al telefono?) e poi al limite le direbbero di spegnere tutto per un po’, di disconnettersi dai vari social network in cui contro il loro volere si è iscritta. Ma anche se si staccasse quegli insulti continuerebbero, semplicemente lei non li vedrebbe e forse sarebbe ancora peggio. La nuvola nella quale vengono archiviati tutti i nostri dati diventa per lei una nuvola carica di pioggia, scura, pronta ad invadere tutto il cielo senza lasciare scampo.

La rivoluzione digitale sta costruendo nuovi spazi di incontro diventati luoghi di vita, abitati dalle persone (noi tutti) che sempre di meno differenziano tra mondo reale e mondo virtuale. Per questo l’insulto virtuale non vale meno di quello reale. Questo è un punto che è necessario comprendere per riuscire ad ascoltare i ragazzi quando ci parlano di loro. In questi nuovi spazi, inoltre, il corpo si dissolve e con esso rischiano di dissolversi le regole e le leggi che il nostro stesso corpo ci impone. Quando si insulta una persona priva di corpo non si ha la possibilità di vedere la sua reazione all’insulto. Milgram, psicologo sociale americano, nel 1961 condusse un esperimento in cui voleva dimostrare il ruolo che le autorità avevano nello spingere le persone a dei comportamenti moralmente ed eticamente scorretti. In questo esperimento veniva chiesto ad una persona, l’insegnante, di infliggere scariche elettriche ad un’altra persona, l’allievo, che era complice dello sperimentatore. Le scariche erano ovviamente finte anche se l’insegnate non lo sapeva (prima dell’inizio dell’esperimento all’insegnante veniva inflitta una piccola scarica vera) ed il complice, legato ad una sedia elettrica, rispondeva con grida e lamenti ogni volta che gli veniva inflitta una nuova scarica. Il compito dello sperimentatore era di esortare l’insegnante a continuare nel dare delle scariche all’allievo. Furono testate 4 situazioni in cui cambiava la distanza tra insegnante e allievo: nella prima l’insegnante non vedeva e non sentiva l’allievo; nella seconda poteva ascoltare i lamenti ma non lo vedeva; nella terza poteva ascoltare e vedere l’allievo; nella quarta per infliggere una scarica doveva afferrarne il braccio e spingerlo su una piastra. I risultati dimostrarono che nel primo caso, in cui cioè l’insegnante non vedeva e non sentiva l’allievo, il 65% dei soggetti andò fino alla scossa più elevata (450 v). Le percentuali si abbassano notevolmente in tutti gli altri casi, 62,5% nel secondo caso, 40% nel terzo, 30% nel quarto. Tenendo tra parentesi il ruolo giocato dallo sperimentatore nell’esortare a continuare ad infliggere scariche (il gruppo di pari può avere forse lo stesso peso nello spingere a compiere certi atti?) è interessante notare come gente comune non vedendo e non sentendo i lamenti di un’altra persona, era in grado di infliggere così tanto dolore.  Questo perché l’assenza del corpo non consente sempre di percepire quali siano le conseguenze delle proprie azioni. Tornando al cyberbullismo, ritengo che sia proprio l’assenza del corpo, certe volte anche del nome nei casi in cui si possa agire anonimi, a rendere più agevole continuare ad infliggere insulti. La risposta della vittima, poi, può essere percepita come il segnale che non sia stato fatto niente di male e allora si continua in questo circolo vizioso in cui più la vittima risponde più i bulli sono portati ad insistere.

Sono questi i motivi che mi spingono a dire che non è possibile paragonare bullismo e cyberbullismo. A chi sostiene che il bullismo esisteva anche prima e che quindi non si può dare la colpa del bullismo al web e a certi social network rispondo che ovviamente hanno ragione: il cyberbullismo è un fenomeno nuovo e come tale va preso. Quando qualche settimane fa si è parlato di Ask.fm, c’è stato chi ha proposto di chiudere questo social network perchè portava i ragazzi a diventare violenti. Dall’altra parte c’è stato chi, in difesa della libertà del web, ha sostenuto che chiudere i social network perché qualcuno li utilizza per compiere gesti di natura violenta equivale a chiudere una scuola perché qualche studente compie atti di bullismo o buttare giù un muro perché qualcuno ci scrive sopra delle offese. Premesso che sono d’accordo con la non chiusura di un social network, ritengo che non si possa cadere in certi paragoni così banali. Sul web siamo di fronte ad un nuovo fenomeno e dobbiamo partire proprio da ciò che differenzia il mondo virtuale da quello “reale” per capire che abbiamo bisogno di nuove prospettive e non semplicemente di adattare le vecchie alle nuove.

Se ti interessa questo argomento leggi anche: Ask.fm: il gioco dell’obbligo-verità diventa digitale e si trasforma in un social network. 

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