Alberto Rossetti

Storie di…dipendenza da internet

7 commenti

Internet AddictionIn questi giorni in cui tanto si discute di cyberbullismo e di educazione digitale, ho deciso di tornare a parlare di dipendenza da internet, perché penso sia un problema troppo sottovalutato. In fondo, quando un ragazzo si toglie la vita in seguito agli attacchi avvenuti online, è perché quella “rete” virtuale era diventata l’unico luogo in cui riusciva a stare. Ci sono degli aspetti del mondo digitale potenzialmente pericolosi ed è necessario tenerli a mente prima di buttarsi senza pensieri nella vita virtuale. Lo stesso, a mio parere, vale per il mondo delle app, social network, tablet e giochi per bambini. Occorre prudenza perché nella storia dell’uomo mai fino ad ora il virtuale aveva assunto questa posizione; è una novità e come tale va presa, nessun esperto può dire di sapere cosa fa bene e cosa fa male. Il digitale sta consentendo una sempre migliore duplicazione della realtà e l’uomo non sa ancora dove può collocarsi rispetto a questa realtà duplicata. La velocità con cui ci si muove nel digitale può portare a preferire il virtuale, più rapido, più comodo, più interattivo…ma il corpo dove rimane? Seduto di fronte ad un monitor. Mai la divisione tra corpo e mente era meglio riuscita all’essere umano: il corpo in una stanza e la mente che viaggia in rete. All’uomo il compito di fare in modo che questa divisione non prenda troppo il sopravvento, altrimenti i rischi per la salute possono essere molteplici.

La storia a cui accenno è quella di Marco (per questioni di privacy il nome e la storia raccontata sono frutto della fantasia). Marco ha 17 anni. Da qualche mese, quasi un anno, non stacca lo sguardo dal monitor del suo computer. A scuola qualche volta va, ma solo quelle rare volte in cui riesce a svegliarsi. La sua giornata inizia attorno alle 14.00 del pomeriggio, quando si alza e si metter di fronte al PC. Termina attorno alle 6.00 della mattina. Tra le 14.00 e le 6.00 fa cena, qualche volta insieme ai genitori, altre volte da solo di fronte al computer. Le relazioni con persone in carne e ossa sono ridotte al minimo e può capitare che Marco non veda nessuno al di fuori dei suoi genitori per tre settimane consecutive. Al computer svolge numerose attività: gioca a giochi online, guarda serie TV e costruisce video da caricare su YouTube, dove tra l’altro ha molte visualizzazioni. L’attività che gli prende più tempo è quella con i MUD, ovvero i giochi in rete con altri utenti. Qui, Marco, attraverso il suo Avatar, vive una vita parallela, in cui non differenzia più il confine tra il mondo del reale e quello del virtuale: Marco e il suo Avatar sono un’unica cosa e così, in rete, può fare incontri anche sentimentali con altri Avatar, conquistare nuovi mondi, provare emozioni e sensazioni vere. Apparentemente qui trova tutto quello di cui ha bisogno. Il ritiro di Marco di fronte al computer è stato graduale, ma sono state probabilmente le difficoltà a relazionarsi con i compagni di classe e il sentirsi inferiore a loro subendo anche degli atti bullismo, a farlo rifugiare dietro ad un monitor. La famiglia, che ha sempre considerato la condotta del figlio meno preoccupante rispetto ad altri comportamenti adolescenziali (fumare, ubriacarsi, tornare a casa tardi la notte…), si è spaventata in seguito all’aumento dell’aggressività di Marco, che in un paio di situazioni, quando il papà ha provato a staccargli il modem, si è spinto fino ad agiti di violenza non più solo verbale. In quel momento, i genitori, si sono accorti di avere “un mostro” in casa, incapace di comunicare con loro e di provare qualche sentimento reale. Quella  prigione virtuale, si dicono con grandi sensi di colpa, è stata in parte costruita anche da loro, quando a 10 anni gli hanno comprato la prima console e tutte quelle volte in cui non sono riusciti a imporre dei limiti al suo soggiornare online.

Cosa fare in situazioni come questa? Certamente è necessario chiedere aiuto e non sottovalutare la situazione. Spesso il primo passo lo fanno i genitori, perché per i ragazzi il problema non sussiste, ma proprio questo lavoro con i genitori consente di cominciare a rivolgersi anche ai figli. Certe volte può essere necessario anche recarsi a casa dei ragazzi, parlare con loro, fare in modo che si ricostruisca un legame con l’esterno. A differenza di altre “dipendenze”, però, quella da Internet lascia numerose tracce: un ragazzo online è vivo, ha degli interessi, incontra delle persone, segue delle passioni. Anche se dall’esterno può sembrare immobile, nei suoi viaggi online è più vivo che mai. Proprio da qui si può partire, con dei risultati a volte sorprendenti.

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Autore: albertorossetti

Psicologo e Psicoterapeuta

7 thoughts on “Storie di…dipendenza da internet

  1. Temo che la dipendenza da internet sia un problema diffuso in fasce d’età molto più ampie, poi è vero che può far danni maggiori su periodi evolutivi più fragili, proprio come l’adolescenza…ma ieri in metropolitana è entrata una donna incinta e nessuno delle persone vicine si è alzato perchè avevano lo sguardo fisso sullo smartphone…io mi sono alzato per farla sedere perchè non ho uno smartphone e avevo lo sguardo verso gli altri passeggeri…la cosa buffa è stata che la donna mi ha ringraziato a mala pena e appena seduta ha tirato fuori il suo smartphone e ci si è tuffata dentro…

    • Concordo, il problema è diffuso…e se ne parla troppo poco! In adolescenza, poi, può diventare una vera e propria gabbia che impedisce un corretto sviluppo. Siamo tutti molto presi dal e nel mondo digitale e diventa difficile fermarsi, soprattutto quando, come in metropolitana, non si ha nient’altro da fare.

  2. Concordo nel dire che questo tipo di dipendenza è divenuto negli ultimi anni un problema diffuso, ma per quello che mi riguarda bisogna scindere la malattia da chi ha sempre lo smartphone tra le mani. Bisogna tener presente che questi strumenti sono diventati alla portata di tutti e che se visti dal lato positivo permettono di avere sempre a portata di mano una finestra aperta sul mondo, e sapere in tempo reale cosa succede ovunque, quindi credo che in autobus o in tram sia da un lato anche utile l’utilizzo di questi device per impegnare il tempo!!

    • Ha perfettamente ragione. Più studio questo tema e più mi rendo conto di quanto sia sbagliato parlare di dipendenze da internet senza contestualizzarle all’interno della rivoluzione digitale che stiamo vivendo (in questo blog ci provo, ma non sempre ci riesco!). Internet e i vari dispositivi digitali che utilizziamo stanno cambiando il nostro modo di vivere, le abitudini, il modo in cui ci relazioniamo…certe volte il confine tra una dipendenza ed un uso normale è molto sottile, soprattutto in quei casi in cui non parliamo di dipendenza da giochi ma, ad esempio, da social network (su questo argomento le consiglio di leggere Sherry Turkle, Insieme ma soli). Questa rivoluzione sta portando e porterà grandi cambiamenti, alcuni sicuramente molto positivi…dobbiamo però riuscire a viverli in maniera attiva, evitando cioè di dare ai nostri device il compito di guidarci.
      Grazie per il suo contributo

  3. Ciao Alberto.
    Ci siamo già sentiti sull’argomento dipendenze da virtuale, e ti voglio far toccare con mano, anzi con orecchio, che tante volte “avere lo smartphone sempre in mano” non è un male.
    Ascolta questo.
    https://www.nvapple.it/podcast/moovit-azione
    Io sono una di queste persone, sono priva della vista, e ho vissuto la cosiddetta “dipendenza da internet” in tempi non sospetti, quando lo smartphone non esisteva, o meglio, non si chiamava così, o meglio, non era così diffuso come adesso.
    Avevo solo un computer fisso, a casa, con Windows 98 e poi xp, un povero scarcassone che nonostante tutto ancora campa, dovrò fargli passare gli acciacchi mettendoci Linux e facendogli fare da serverino a linea di comando, ma non importa… so dettagli.
    Fatto sta che questo catorcio con la tastiera pesantissima era una via di fuga da una vita di relazioni superficiali, io ho avuto un’adolescenza disastrosa, in cui nonostante studiassi e mi facessi il mazzetto a scuola i compagni mi consideravano quella a cui regalano i voti perché ha una disabilità, cosa assolutamente falsa, adesso lo si sa cosa vuol dire “bullismo” e per quanto non sono mai arrivati a menarmi, non era certo semplice; ora da adulta le affronto in modo diverso ma da adolescente cerchi di nascondere, te le fai scivolare fin che arrivi alla fine, io volevo far la maturità e togliermeli dai piedi quanto prima, da allora ho mantenuto soltanto un’amicizia, per il resto relazioni zero, certi atteggiamenti ti tolgono la fiducia nell’essere umano, almeno io mi ci ero convinta.
    Per cui appena è arrivato internet, io lo ho usato sicuramente come opportunità, difatti la qualità dello studio e delle ricerche dal 1998 in poi è aumentata a dismisura, mi ha facilitato di molto. Però finita la fase della scuola sono stata un periodo senza fare un tubo e mi sono attaccata alle chat.
    Qualcuno già iniziava a parlare di “dipendenza da internet”, molto timidamente e io li prendevo in giro, ma figurati, io dipendenza da internet… per me è soltanto una opportunità di lavoro, studio, svago e comunicazione, non può mai diventare una dipendenza perché conosco lo strumento che ho in mano.
    E come tutte le volte in cui si dice “no ma figurati a me non capita”, abbassi la guardia e nel problema ti ci ritrovi dentro con tutti e due i piedi, a un certo punto mi ero finta un uomo in chat e la situazione mi è sfuggita di mano.
    Per me è iniziata come una specie di difesa, dal momento che in chat ogni volta che parlavo della mia disabilità visiva la reazione era “ma non è possibile, fai troppo pochi errori di battitura | non sei disabile vuoi solo attirare l’attenzione” o il pietismo peggiore “poveretta” o simili, per finire nel peggiore dei casi con domande disgustose a sfondo sessuale, che già fanno a una donna in genere e se hai una disabilità i morbosi sono peggio ancora.
    E allora da là ho detto: io voglio confrontarmi sull’informatica nelle chat di settore, con i nerd affamati di sesso se mi identifico donna poi mi guasto il sangue, se parlo della mia disabilità peggio ancora… e allora mi ero creata un profilo maschile. Solo che poi accorgendomi che alla fine preferivo entrare più col profilo secondo che col mio, mi son ritrovata a viverlo come una distrazione di cui piano piano non ho più potuto per diversi anni fare a meno.
    Fino a che una persona a cui tengo, si è accorta della cosa e mi ha messo a spalle al muro: “o me o l’altro”, quando l’altro non era un uomo reale, ma era il secondo profilo, un alter ego.
    Era terribile e non lo auguro a nessuno, non importava quanto tempo stavo in chat, bastava che in una giornata stessi un minuto di numero. Se uscivo con qualcuno, il mio corpo era nell’ambiente reale, la mia testa era in chat. Ansia, non dormire la notte, una confusione tremenda che non auguro nemmeno al peggior nemico, anche se comunque non ho mai buttato via, esteriormente, la mia vita reale, mai fatto come il Marco dell’articolo che passava le notti in chat e dormiva di giorno. Io ci andavo a letto, ma chiaramente “quando arriva la notte e resto sola con me, la testa parte e va in giro con tutti i suoi perché” [cit. canzone di arisa] e inevitabilmente il sonno era disturbato dai pensieri: cosa fare se i miei genitori si accorgono, cosa fare se qualcuno dei miei amici o colleghi scopre che sono malata, mi levano il computer e non lavoro più…
    Nel 2009 ho iniziato un percorso con una psicologa aiutata anche da familiari e amici, e ce l’ho fatta a uscire a testa alta, tanto che quando ho comprato il mio primo smartphone nel 2010 i miei mi hanno detto “ma sei sicura, non è che ci ricaschi?”
    Io ero sicura, e ho comprato lo smartphone. E non ci sono più ricascata, lo smartphone è i miei occhi, se vogliamo parlare di “dipendere” ora il mio rapporto con lo smartphone è come quello che una persona con difficoltà a deambulare ha col bastone da passeggio: qualcosa che serve per aiutarti, per sopperire a ciò che ti manca fisicamente, ma si parla della mancanza della vista, non dei neuroni!
    Io se sono in treno uso lo smartphone per monitorare le fermate, quando arrivo alla stazione giusta, anzi adesso con lo smartwatch ho impostato che mi vibra sul polso quando arriva a destinazione per cui tanto bisogno di tenere il telefono in mano tutto il tempo non ce l’ho, salvo che non voglia leggere il giornale.
    Quelli che vivono di condivisioni e selfie, manco fosse questione di vita o morte, non li capisco.
    Madre natura gli ha dato gli occhi, per guardare il mondo, e loro preferiscono inventarsi un mondo virtuale col telefono. Io che gli occhi non li ho, uso il telefono dove possibile per aiutarmi ad avere quelle informazioni del mondo reale che altrimenti mi mancherebbero.

    • Grazie per aver condiviso un pezzo della tua storia. Internet, per certe sue caratteristiche, può portarci a vivere una vita che non è la nostra convincendoli momento dopo momento che quella vita è proprio la nostra. Può diventare un modo per aggirare gli ostacoli (ciascuno ha i propri), per evitare il confronto, per poter “essere senza essere” utilizzando un’espressione di un mio giovane paziente. Occorre prestare attenzione a queste sfaccettature del web, perchè certe volte è sottile la linea che divide un uso sano da uno più patologico. Io da tempo sostengo che Internet, con le sue infinite declinazioni, non è uno strumento neutro e che non dipende solo da noi il modo con cui lo utilizziamo. Cambia il modo con cui oggi un ragazzo si costruisce la propria identità, cambia i nostri tempi di vita, ha innalzato il ruolo della rete e dell’orizzontalità mettendo in discussione la verticalità. Insomma, occorre prudenza, ricerca e critica. Tutte cose troppo spesso messe da parte in nome dell’innovazione.
      Grazie del tutto contributo.

  4. Ciao Alberto. Grazie della risposta.
    Tu sei uno psicologo, io sono un tecnico informatico; e da tecnico,
    ritengo che uno dei peggio errori che noi tecnici facciamo, sia quello
    di considerare internet come una realtà a sé stante, che non coinvolga
    la mente dell’uomo. Dico “noi” perché fino a che non ci son cascata
    dentro nella dipendenza come una pera matura, è stato un errore che
    avevo fatto anch’io.
    Il punto è questo:
    Internet è una invenzione dell’uomo e, come tale, è imperfetto, come è
    imperfetto l’essere umano, quindi la rete ha gli stessi benefici e
    rischi che può avere qualsiasi luogo popolato di esseri umani che
    interagiscono tra loro; è come la strada. Di per sé, farsi la patente,
    comprarsi un’auto e guidare non è un pericolo per definizione, la
    macchina la usi in modo coscienzioso rispetti tutte le regole e i
    limiti di velocità e non ti distrai alla guida… Però se hai la
    sfortuna di trovarti davanti quello che si comporta in modo
    diametralmente opposto come se al mondo esistesse solo lui, tu hai
    poco da aver rispettato tutte le regole; se quello ti viene addosso in
    pieno, la peggio ce l’hai tu.
    Il punto è però che non si può smettere di usare internet -o smettere
    di guidare la macchina- perché ci sono quelli che non si sanno
    comportare; l’importante, specie in fasi della vita delicate come
    l’adolescenza, è la vicinanza di genitori, amici, persone su cui
    questi ragazzi possono contare, e soprattutto una consapevolezza
    maggiore dello strumento che hanno in mano.
    Io da persona con disabilità che è uscita a testa alta dalle
    conseguenze di un uso smodato della rete, ti assicuro che mi trovo
    spesso e volentieri a lottare perché c’è gente nella mia stessa
    condizione che non si rende conto di essere entrata nel vortice
    dell’abuso e della dipendenza, non hanno proprio la consapevolezza di
    avere in mano un mezzo che gli può dare mille opportunità positive ma
    che se non saputo gestire, anziché darti, ti toglie. La mia esperienza
    mi ha insegnato che la sfida più grande non è quella di imporsi di
    stare senza computer/smartphone, la sfida più grande è quella di
    utilizzare questi mezzi ma nelle giuste modalità. Per capirsi: il
    fatto che “lo smartphone e il computer sono i miei occhi”, non è una
    giustificazione per rinunciare a uscire, a mangiare, a dormire… pur
    di stare collegati, oppure stare a tavola con lo smartphone, o cosa.
    Mi scuso per il terra-terra, ma, internet è come le mani.
    Io non uso le mani per metterle addosso a un chiunque con la scusa di
    “non ti vedo”, né tanto meno picchio qualcuno che dica qualcosa di
    poco gradevole dicendogli “è la mia modalità di guardarti male”. E
    allora perché “il computer e lo smartphone sono i miei occhi”
    dovrebbero essere usati come giustificazione per abusare della
    tecnologia e diventarne schiavi? Beh, insomma, guardiamo le cose per
    quelle che sono, e avanti.

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