Quella tentazione di “spiare” i profili online dei figli

Controllo onlineChe cosa direbbe uno studente di una scuola italiana nello scoprire che i suoi profili sui social network sono sistematicamente controllati, per ragioni di sicurezza, dalla sua scuola? E i suoi genitori si sentirebbero maggiormente sicuri nel sapere che la scuola attua un monitoraggio anche dei comportamenti online di suo figlio oppure griderebbero ad una mancanza di privacy? Una studentessa americana di 16 anni ha risposto così: “Sappiamo tutti che i social media non sono posti privati e non sono realmente sicuri. Ma non è la stessa cosa che essere a scuola. Sono il luogo in cui gli studenti esprimono i propri pensieri e i propri sentimenti nei confronti dei loro amici”. E se la scuola si intromette in questi “posti”? “Capisco che possano farlo, ma non credo sia giusto”.

Il caso della Glendale Unified School District

In un distretto scolastico del sud della California, precisamente nel Glendale Unified School District i profili pubblici degli studenti sono sotto controllo e, non potrebbe essere altrimenti, il dibattito che si è venuto a creare è molto acceso. Come si legge nell’articolo del Los Angeles Time, la scuola ha ingaggiato la Geo Listening per monitorare ed analizzare l’attività online di tutti i suoi studenti. Obiettivo di questo controllo è visionare tutti i post pubblicati per vedere se ci possono essere elementi di preoccupazione per la scuola e per lo studente stesso. Quando vengono trovati dei post “sospetti” la Geo lo comunica alla scuola che valuterà la necessità o meno di intervenire. Ma quali sono i comportamenti che vengono segnalati alla scuola? L’uso di sostanze stupefacenti, l’autolesionismo, l’interruzione di attività scolastiche, il nonnismo, le molestie sessuali rivolte ai coetanei o ad insegnanti, le minacce o gli atti di violenza, l’uso di documenti falsi, le manifestazioni di odio, di razzismo, il possesso di armi, l’intenzione di suicidarsi ed anche la disperazione. E la privacy? La Geo risponde che non entra nelle comunicazioni private degli studenti ma che si limita ad analizzare i post pubblici pubblicati dagli studenti. La scuola sostiene di non avere dato i nominativi di studenti da controllare, anche perché è sufficiente utilizzare un ragionamento di tipo deduttivo per collegare i profili pubblici agli studenti (su questo la Geo non ha dato ulteriori spiegazioni). Interessante guardare la home page del sito della Geo Listening, su cui si legge: “Interrompi il bullismo prima che sia troppo tardi”; Sintonizzati sulle conversazioni degli studenti”; “Non perdere l’opportunità di ascoltare”; “Trasformiamo le interazioni tra gli studenti”. La Geo sostiene che questi controlli servono a tutelare maggiormente la salute ed il benessere dei ragazzi, andando ad intercettare tutte quelle situazioni pericolose prima che si manifestino. In effetti, alcuni fatti di cronaca, sono stati spesso annunciati e certe volte anche gridati sui social network. Hannah Smith, la ragazzina inglese che si è tolta la vita in seguito a numerosi attacchi sul social network Ask.fm, il giorno prima di compiere il gesto anticonservativo aveva postato su Facebook questo messaggio di richiesta di aiuto: “Pensi di voler morire ma in realtà vuoi solo essere salvata.” E anche la rissa capitata a Bologna nei giorni scorsi era stata architettata online, pubblicamente, alla luce del sole. Nessuno legge quello che scrivono i ragazzi oppure nessuno li prende sul serio?

Se il controllo non va bene…quali altre proposte?

Ma allora perché scandalizzarsi di fronte a chi propone una lettura sistematica dei profili pubblici dei ragazzi con l’obiettivo di intercettare situazioni potenzialmente pericolose? I profili sono pubblici, è tutto alla luce del sole, non sono intercettazioni nascoste, scambi di messaggi privati, email rubate. I ragazzi sanno che tutto quello che scrivono online può essere letto anche da altri, che la rete non è quel luogo in cui si può fare e dire tutto quello che si vuole perché ci possono essere delle conseguenze nella vita reale.

Negli Stati Uniti, il Dr. Justin W. Patchin, cofondatore del centro di ricerca sul cyberbullsimo, analizza in maniera approfondita quanto sta capitando chiedendosi se questo controllo online andrà realmente a diminuire gli atti di cyberbullsimo. L’interessante articolo di Patchin mette l’accento non tanto sulla possibilità o meno di controllare i profili pubblici dei ragazzi, quanto piuttosto sul fatto che una volta trovato qualche elemento di preoccupazione è necessario intervenire: in quel momento la credibilità nei confronti dei ragazzi finisce. Inoltre, una volta persa la fiducia e innescato con loro il gioco di “guardie e ladri”, ad avere la meglio saranno sicuramente i più giovani, capaci di trovare nuovi modi per superare i controlli posti dagli adulti. Ciò su cui occorre lavorare, pertanto, è su un cambiamento di cultura, in cui tutti devono sentirsi responsabili di cosa succede online. Chi, meglio dei ragazzi stessi,  può essere più adatto a controllare e a segnalare i comportamenti pericolosi? Non sono forse loro che possono intercettare stati di malumore, attacchi di bullismo, intenzioni autolesionistiche? Su questo, forse, anche in Italia dovremmo cominciare a ragionare. Il problema, però, secondo Patchin può sorgere in un secondo momento. In una ricerca è emerso infatti che la stragrande maggioranza dei ragazzi a cui è stato chiesto che cosa “faresti nel caso venissi a conoscenza di comportamenti di cyberbullismo” hanno risposto “dirlo ad un adulto”. Fin qui tutto bene. La contraddizione è che molti ragazzi vittime di bullismo a cui è stato chiesto se rivolgersi ad un adulto fosse stato utile hanno risposto di no e qualcuno ha anche detto che ha peggiorato la situazione. Dunque la conclusione di Patchin è che forse, più che pensare a modi per controllare, bisognerebbe interrogarsi su come poter rispondere alle richieste di aiuto.

Il problema che si pone, ancora una volta, ha a che fare con la sfera relazionale e dove la relazione vacilla cresce il desiderio di controllo, reso ancora più forte dalle possibilità che i social network offrono. Non possiamo però pensare che basti controllare maggiormente i ragazzi per tutelarne il loro benessere. Vero è anche, però, che molti ragazzi oggi utilizzano quasi esclusivamente dispositivi tecnologici per comunicare tra di loro: comunicazioni che, a differenza di quelle “reali”, escludono il corpo, ovvero il limite, la regola, il punto di arresto. Per questo credo sia necessario anche aiutare i ragazzi a toccare maggiormente la consistenza di una relazione, di un incontro, di un’emozione, in modo tale che non tutto resti o diventi semplicemente digitale. In questo modo, penso, si potrebbe anche consolidare una cultura in cui tutti si possano sentire più responsabili di ciò che accade anche online. D’altro canto, per i genitori, gli educatori, il mondo degli adulti in generale, è importante non cedere alla tentazione del controllo, perché in questo modo la valenza educativa di qualsiasi intervento andrebbe perduta, ma trovare nuovi modi per rispondere alle esigenze educative dei ragazzi.

Cosa ne pensate? E’ giusto che una scuola controlli i profili pubblici dei propri studenti per prevenire situazioni pericolose?

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