Evgeny Morozov: Il mercato della Privacy

googleSul n.1016 di Internazionale compare un bell’articolo di Evgeny Morozov, intellettuale bielorusso che ha pubblicato L’ingenuità della rete (Edizione Codice, 2011) e Contro Steve Jobs (Edizione Codice, 2012). Nel titolo dell’ articolo si riassume il pensiero che Morozov articolerà pagina dopo pagina: la privacy è in vendita. La tesi che Morozov sostiene è che la maggior parte dei servizi che ci vengono offerti online, ad esempio su Gmail, possono rimanere gratuiti esclusivamente vendendo le nostre informazioni personali. Questo è il motivo per cui Google, setacciando le nostre mail, riesce a proporci la pubblicità su misura per noi: del resto è il prezzo da pagare per avere un servizio gratuito. Ecco la prima questione che Morozov pone: gli esseri umani accettano di farsi controllare le mail e le ricerche che fanno in rete pur di avere un servizio gratuito. Quando il futuro sarà ancora più smart di adesso, ovvero quando molti oggetti di uso comune avranno dei sensori che consentiranno una connessione ad internet, il numero dei dati a disposizione del mercato si moltiplicherà. L’esempio che viene fatto è quello dello spazzolino smart, che invierà informazioni su quante volte e come ci laviamo i denti, o ancora delle scarpe smart che informano la casa produttrice sulla modalità con cui si consuma la suola, o, e questo è già il presente, di pannolini per bambini che avvisano i genitori con un tweet quando è da cambiare. La domanda che si pone a questo punto è: ma dove andranno a finire tutti questi dati? Come verranno utilizzati e da chi? La risposta è molto semplice: verranno venduti ed in cambio di questo noi avremo servizi gratuiti o a basso costo. Non solo però il mondo commerciale cercherà di impossessarsi di questi dati, ma le stesse intelligence delle varie nazioni, autoritarie o meno, cercheranno di acquisirli per poter in questo modo aumentare la sicurezza nazionale e mondiale. Il caso di Snowden dimostra proprio questo, ovvero che gli Stati Uniti d’America controllano i dati di milioni di persone. Ugualmente, in stati più autoritari, la possibilità di controllo può avere conseguenze ancora più disastrose e pericolose per chi si pone in posizione di opposizione al governo. La questione, pertanto, non ha a che fare solamente con il rispetto della privacy a cui tutti teniamo tanto senza però attivarci realmente (vogliamo la privacy però postiamo foto personali sui social network…) quanto piuttosto con il rendersi conto che alla base c’è una questione etica, che riguarda la mercificazione dei nostri dati, ovvero dei nostri comportamenti, delle nostre abitudini, delle nostre emozioni. Davvero vogliamo vendere tutto questo? E con quali conseguenze per tutti? Ora, come già più volte ho sostenuto, non si tratta di non volere l’innovazione digitale proponendo un ritorno all’epoca pre-digitale, ma neanche bisogna farsi troppo ammaliare da una tecnologia che illude di poter coprire quel vuoto che fa parte della vita di ciascuno di noi. Un ragazzo, in cura per una dipendenza da internet, durante una seduta mi disse proprio questo, ovvero che la causa del suo passare tante ore online era l’illusone che l’elettronica potesse andare a coprire quelle mancanze che si rendeva finalmente conto di avere.

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