La clinica del funambolo

Clinica del funamboloNel lavoro clinico, ma potrei dire nella vita di una donna e di un uomo, ci si confronta prima o poi con la solitudine. Contrariamente a quanto si possa pensare, però, proprio dalla solitudine si possono avere delle sorprese, essendo essa la condizione migliore, forse unica, che predispone all’incontro. Leggendo le Lettere sull’autoformazione di Romano Guardini, teologo vissuto tra l’800 ed il 900, ho trovato questa pagina che mi sembra apra ad ulteriori considerazioni su questo tema:

“Viene però il momento, intorno ai trent’anni, ma può essere anche prima o dopo, che i nostri occhi si aprono. Ci si guarda attorno e si vede che si è soli. Non esternamente soli, molti uomini ci possono restare fedeli all’esterno, ma soli di dentro. Soli col proprio essere, col proprio destino, con la propria missione. Come si spiega ciò? Negli anni giovanili noi crediamo di vivere completamente in mezzo agli altri. Certo passiamo anche dei periodi nei quali ci sentiamo incompresi, ma la vera solitudine arriva solo più tardi, quando prendiamo coscienza di noi stessi. Quando comincia a nascere in noi idea: “Io sono così. E gli altri sono diversi. Molti non mi capiscono; altri solo a metà. Pochissimi vedono fino nel mio intimo”. È una sensazione alla quale non ci si può sottrarre e sulla quale non c’è da discutere. Si vede in che modo gli altri ci fraintendono, ci respingono; eppure bisogna stare in mezzo a loro. Allora ecco sopravvenire la vera solitudine; è il momento in cui si decide se siamo in grado di stare saldi o se fuggiamo da noi stessi. Ma si può poi fuggire da se stessi? Certo. Viene la grande tentazione di voler essere come tutti gli altri, di stare in linea con loro. La tentazione di vedere bello quello che gli altri vedono bello, e brutto quello che vedono brutto. Siamo indotti a cercare quello che gli altri cercano, a ritenerci contenti delle conquiste fatte con loro. Ci orientiamo sugli altri. Ora è vero che dobbiamo imparare dagli altri, che dobbiamo allargare la nostra visuale, e vincere la limitatezza della nostra disposizione nella vita in comune con essi. Niente di più meschino che ritenersi qualcosa di speciale e pensare di non avere nulla da imparare. Ma c’è una grande differenza tra il tener saldo il proprio essere cercando solo di liberarlo da punti di vista e da errori per fargli raggiungere la perfezione, e la rinuncia ad esso per accogliere in noi un modo d’essere del tutto diverso. Ecco la grande tentazione.”

La figura del funambolo, è quella che più di tutte riassume il concetto di solitudine. Philippe Petit, funambolo scrittore, a proposito della solitudine nel suo Trattato di funambolismo scrive:

“Là in alto, mentre prende confidenza col suo nuovo territorio, il funambolo si sente solo. Se ne vedrà a lungo la sagoma immobile. Aggrappato con le mani alla passerella davanti a questo cavo orizzontale sul quale non osa posare il piede, si crederebbe che egli beva pigramente il sole al tramonto. Non è così. Egli sta prendendo tempo. Misura lo spazio, palpa il vuoto, soppesa le distanze, controlla lo stato degli attrezzi, li predispone. Assapora fremendo quella solitudine: sa che, se ce la farà, sarà funambolo”.

Ecco che la solitudine passa dall’essere condizione scatenante la depressione, da combattere con terapie e farmaci, a elemento con cui l’uomo deve fare i conti, a cui non può sottrarsi, pena il non diventare mai un funambolo. Oggi la donna e l’uomo sono spaventati dalla solitudine ed è per questo che siamo circondati da oggetti il cui successo è dovuto proprio al far credere di avere eluso la solitudine. Così facendo non solo ci allontaniamo da ciò che fa sostanza nella vita di donne e uomini, ma rischiamo anche di mettere questi oggetti in una posizione di eccessivo potere diventandone dipendenti. Questo insegna la psicanalisi: a muoversi su un filo, ad assaporare la solitudine, a seguire la propria direzione.

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