Se l’educazione è digitale

telefoniFino a poco tempo fa non se ne parlava molto, adesso sta diventando di moda: l’educazione digitale. In un tweet di qualche giorno fa Marc Prensky scriveva:

“Quando avevo la tua età non avevamo computers o telefonini” dice un nonno. “E quindi come andavate su internet?” chiede il ragazzino.” 

Ecco il punto di partenza, illustrato molto bene da questa sequenza tra un nonno e il suo nipotino. Per il nonno il collegamento tra i dispositivi tecnologici e internet è chiaro, per il ragazzo no. Per lui il mondo digitale esiste da sempre, non rappresenta una novità o un cambio di prospettiva e quindi la sua domanda, che può far sorridere, è da prendere molto sul serio. Sulla scia di questo scambio di battute mi diverte sempre molto pensare a come facevamo prima dell’avvento del digitale, perché per chi ha vissuto questo cambiamento in prima persona è chiaro che ciò che è avvenuto rappresenta un radicale cambio di abitudini. Uno di questi pensieri è : “come facevamo prima che arrivassero i telefonini?”. Per prima cosa era necessario organizzarsi per tempo e non modificare i programmi senza un necessario preavviso: se si aveva un appuntamento non si poteva disdire all’ultimo perché non c’era il tempo materiale per avvisare l’altra persona tramite telefono fisso. Oggi tutto questo non è più così, l’organizzazione è molto più elastica, può anche non esserci perché anche all’ultimo momento, dando uno sguardo al telefono, è possibile incontrare altre persone e scegliere insieme cosa fare. In secondo luogo le persone avevano una loro privacy, intesa come la possibilità di non essere sempre rintracciabili senza che questo destasse preoccupazioni in altre persone. Oggi tutto questo è reso più difficile, perché la possibilità di essere sempre raggiungibili elimina, almeno apparentemente, un po’ di sana solitudine all’essere umano. Un numero di telefono era associato ad una casa, una famiglia, un luogo di condivisione e, dunque, quando si telefonava non si poteva sapere chi avrebbe risposto mentre oggi il numero del telefono corrisponde ad una persona, diventa privato, intimo, individuale e utilizzare questo canale per molte comunicazioni è certamente più facile. Infine, e questo soprattutto grazie all’avvento degli smartphone, cambia il concetto di tempo e luogo. Se prima si era in un posto con delle persone, queste erano le uniche con le quali si condivideva quell’esperienza, non esistevano degli altri da un’altra parte. Oggi, la condivisione con la comunità digitale, porta a pensare che i luoghi siano molto più vicini di quello che sembra e che il tempo non sia più una linea retta: io condivido con amici vecchi, nuovi e futuri le mie esperienza. E capita così di passare del tempo insieme a delle persone che continuamente chattano, leggono, twittano con altre persone da altre parti nell’universo digitale.

Tutto questo ha anche dei rischi, ma non voglio parlarne adesso perché lo scopo di questo post non è quello di una malinconica esaltazione del passato con una temibile visione del futuro. Sono però convinto che ci si debba mettere in guardia anche da un approccio cyber utopistico, che esalta il futuro guardando al passato chiedendosi come si faceva a vivere senza le tecnologie.

Ecco cos’è per me l’educazione digitale: osservare i cambiamenti e accorgersi che tutto questo ha delle conseguenze sulla società, nelle relazioni tra le persone e nell’educazione dei bambini. Non voler tornare indietro, non voler sposare “il futuro”, ma analizzare, studiare e criticare per poter stare in una posizione terza, non pro e non contro, ma dentro.

Il video che in questi giorni ha spopolato in rete di Charlene deGuzman, che posto qui sotto, è secondo me interessante perché in grado di mettere in luce proprio le contraddizioni del mondo digitale. In questo modo credo debba essere guardato. Se è vero che le tecnologie mirano al miglioramento della nostra qualità di vita non dobbiamo farci abbagliare dall’idea che possa essere davvero così.

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