Alberto Rossetti

Le aspettative in fumo

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Mi capita di incontrare ragazzi e genitori che si preoccupano per un uso molto elevato della marijuana: tutti i giorni, già la mattina presto, anche da soli, per poi arrivare al boom del week-end con gli amici. Un uso costante, quasi a voler rendere una tabula rasa tutta la giornata e tutte le giornate. I genitori lamentano lo scarso entusiasmo dei figli, una mancanza totale di interessi, fatta eccezione per le uscite con gli amici, il non impegno a scuola e il non avere desideri e sogni per il futuro. Si assiste, parlando con i genitori, ad un apparente crollo delle aspettative sul figlio, il quale, se pur non definito tossico, si avvicina molto a questa categoria. I figli parlano invece di un fumo totalizzante, non pericoloso ma difficile da interrompere. Lo sballo in prima istanza, poi il disgusto per un mondo che non è quello che ci si aspettava, uno sguardo poco definito e molto nebuloso sul futuro.

Le parole usate dai giovani sono quelle che competono alle sostanze più importanti: si parla di carenza, di impossibilità di smettere senza aiuto esterno, di un abuso che comincia a diventare esagerato, di una situazione che non è più sotto il controllo del volere.

Il rapporto con le aspettative compare sia nei genitori che nei figli. Proprio l’aspettativa rappresenta, forse, quel nodo cruciale su cui qualcosa si blocca, si interrompe, si incaglia. Il genitore si aspetta dal ragazzo tutta una serie di cose, porta ricordi di quando era diverso, interessato, entusiasta. La colpa di tutto il cambiamento viene data all’uso di marijuana, agli amici, alle compagnie frequentate dopo la scuola, certe volte anche alla scuola stessa. Ecco che allora compaiono i primi tentativi terapeutici: controllo su tutta la linea. I ragazzi possono uscire poco, se escono devono esplicitare con chi, cosa, quando e perché, quando rientrano vengono perquisiti, gli amici del figlio vengono usati come informatori sugli spostamenti, all’uscita da scuola deve avvenire il rientro immediato presso l’abitazione. Ovviamente anche questi controlli non funzionano, il ragazzo riesce a continuare a fumare senza troppi problemi, il clima all’interno della casa diventa insopportabile. Altra aspettativa rotta: noi ti vogliamo aiutare e tu non ti fai aiutare oppure non riesci perché sei dipendente. Se poi il ragazzo decide di “farsi aiutare”, spesso per fare piacere ai genitori e ottenere qualche ora di uscita in più, l’ennesima aspettativa del genitore è che lui smetta di fumare il prima possibile.

Tra tutte queste aspettative diventa complicato muoversi, parlare, provare a portare le proprie opinioni e i propri interessi. Io sono il fumo, sembrano dire alcuni ragazzi, ovvero io sono quello che voi non volete che io sia. Almeno, però, sono qualcosa, dicono silenziosamente. Un bel gioco di parole, per dire che il fumo diventa l’unico tratto di riconoscimento che il ragazzo possiede nei confronti dei suoi genitori, l’unica possibilità per differenziarsi dalle loro aspettative. Più le aspettative aumentano più aumenta il fumo, più il desiderio che il figlio faccia altro diventa pressante, più l’unico desiderio del figlio diventa quello di fumare e di annullare ogni pensiero. Un ragazzo, pensando al momento in cui ha smesso di pensare “ai suoi sogni”, ha fatto coincidere quel momento con l’inizio della sua carriera da fumatore. Come se proprio il fumo fosse servito per segnare la distanza con i suoi genitori, per differenziarsi non potendo o non riuscendo a contare solamente sulla propria parola e sul proprio desiderio.

Qual è il mio desiderio? Cosa voglio fare? Sono le domande che occupano i pensieri dei ragazzi. Alla fine, non trovando risposta, preferiscono fare quello che i loro genitori non vogliono che loro facciano. Non riuscendo a contare sul proprio desiderio si sentono così costretti ad appoggiarsi al desiderio dei genitori, ma non sentendolo come proprio, scelgono la strada della contrapposizione, dell’opposto.

Se non posso essere quello che desidero non sarò neanche quello che desiderate voi.

E allora, si fuma. Così tutto si annebbia, tutto assume un’altra forma, tutto si placa.

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Autore: albertorossetti

Psicologo e Psicoterapeuta

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