Il punto di (s)vista

Ho pensato un po’ a come esordire su questo blog neonato e ho deciso di partire dall’equivoco. Il punto di (s)vista, per l’appunto. Per prima cosa trovare il linguaggio giusto. Poi gli argomenti adatti. E infine capire il grado di approfondimento da dare ai post. Il tutto non è facile. Necessita di un po’ di tempo, di tentativi andati bene ed altri meno bene. Il punto di (s)vista, però , mi pare la questione centrale. Non si può dire tutto, bisogna per forza scegliere di dire qualche cosa; e, cosa ancora più importante, non si può che dare un’interpretazione a partire dal proprio fantasma. Ecco il perché non si può che passare da un punto, quello in cui si parla, di (s)vista. La psicoanalisi, che tanto mi è cara, lo insegna a più riprese, fin dai suoi esordi quando Freud, nel 1899, con l’Interpretazione dei sogni, invita a non dare troppo peso al contenuto manifesto del sogno, indicandoci così la strada per poter intuire qualcosa di più sul sogno e sul funzionamento dell’inconscio. Ancora, quando più avanti (1912) suggerisce agli analisti di tenere un’attenzione fluttuante, sta continuando ad insistere su questo piano, sostenendo che se si vuole ascoltare ciò che l’analizzante ha da dire occorre essere distratti, ovvero non fermarsi al significato espresso. E allora, parto anche io da qui. Parto dal dire che questo blog non può che essere un punto di (s)vista, nel quale cercare di toccare alcune questioni che ritengo interessanti per il mio lavoro sperando di suscitare interesse nel lettore.

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